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martedì 19 ottobre 2021
 
 

Brutti ma buoni (ma anche puliti e giusti)

22/03/2013  Presentati i dati di una ricerca di Last minute market per verificare i reali benefici del progetto di recupero dei prodotti invenduti di Coop Adriatica

1.100 tonnellate di alimenti recuperati, 5,4 milioni di euro di valore risparmiati, 23mila beneficiari individuati esclusivamente tra persone in difficoltà. Sono i numeri dell'ultimo anno di "Brutti ma Buoni", il progetto nato, promosso e sostenuto da Coop Adriatica avvalendosi delle competenze di "Last minute market", società nata sotto l'egida del professor Andrea Segrè. L'idea è semplice ma efficace: non buttare via i cibi un po' ammaccati o in procinto di scadenza per raccoglierli e donarli a chi ha bisogno. Sono ormai dieci anni che Coop Adriatica ha intrapresa questa strada di responsabilità e consapevolezza, da quando, nel 2003, per la prima volta, la "filiale" di Villanova di Castenaso (Bologna) aprì le porte a quel gruppo di ricercatori di Agraria così appassionati. Morale, oggi la raccolta degli invenduti a fini solidali è attiva in 85 punti vendita Coop distribuiti su quattro regioni. L'obiettivo del 2013 è allargare "il giro" anche a pane e prodotti da forno finora rimasti esclusi per ragioni logistiche, di freschezza dei prodotti e di conseguenza di costi.


La ricerca presentata oggi, venerdì 22 marzo, vuole proprio fare il punto sui benefici sociale e ambientali ed eventualmente sulle criticità emerse in questi dieci anni: «Dal nostro punto di vista - dice Adriano Turrini, presidente di Coop Adriatica - è un'iniziativa che tutela l'ambiente ed educa alla sobrietà e al rispetto delle risorse, coinvolgendo e sensibilizzando i lavoratori che realizzano la selezione nei negozi; i soci Coop volontari, che individuano le strutture beneficiarie e tessono reti di solidarietà sul territorio; e le stesse associazioni, che hanno imparato a gestire i prodotti ricevuti con sempre maggiore consapevolezza».

  

E ancora: «Vogliamo andare oltre: estendere il recupero a nuovi punti vendita e ad altre associazioni e, soprattutto, coinvolgere i soci nelle azioni di sostenibilità e di lotta quotidiana agli sprechi. Perché è nelle case di ciascuno che questa battaglia sarà vinta, e solo un'azione congiunta e più incisiva anche da parte dell'amministrazione pubblica potrà indirizzare i cittadini verso un consumo più consapevole e sostenibile, cioè "pulito e giusto"».


Entrando nello specifico della ricerca scopriamo che la valutazione dell'impatto ambientale è stata fatta sulla base dei valori ricavati da tre indicatori rappresentativi del consumo di risorse: il carbon footprint che misura la quantità totale di gas serra immesso nell'atmosfera lungo l'intero ciclo di vita di un prodotto o servizio; l'impronta ecologica che misura la superficie di mare e di terra necessaria per rigenerare le risorse consumate durante il ciclo di vita di un prodotto; e infine il water footprint che corrisponde al volume totale di acqua utilizzata per la produzione di un determinato bene.

Dal punto di vista economico si è scelto di mettere in evidenza il valore della vendita dei prodotti recuperati: da una parte come potenziale risparmio per gli enti beneficiari, dall'altro come costo che sarebbe stato necessario per smaltire i prodotti.

Il punto di vista degli enti beneficiari è stato rilevato attraverso un'indagine condotta via web. Oltre il 31,63% degli Enti risiede nella provincia di Bologna, il 18,37% a Ravenna e poi via via le percentuali diminuiscono nel territorio di copertura nazionale del progetto. Relativamente alle forme giuridiche dei beneficiari, si tratta prevalentemente di Associazioni di volontariato, Cooperative Sociali di tipo A e di Enti Religiosi. Le Organizzazioni si occupano per il 90% di assistenza alle persone e per un 10% di assistenza agli animali. Mediamente gli enti erogano 99 pasti al giorno. Si tratta di numeri estremamente significativi che rappresentano uno scenario molto variegato di Enti di piccole, medie e grandi dimensioni.

La gestione del progetto presenta per gli enti attività che vanno dal ritiro dei prodotti, alla loro cernita e stoccaggio, fino all’attività di erogazione del servizio. La frequenza del ritiro dei prodotti va da due o più volte a settimana (58% del campione), a una volta a settimana per il 40%, e solo per il 2% meno di una volta a settimana. Il tempo dedicato alla cernita e stoccaggio dei prodotti è inferiore alle 2 ore per i 3/4 degli intervistati.

Generalmente non vengono ravvisate importanti difficoltà in tali fasi: solo il 16% degli intervistati trova difficoltà nel rispettare orarie e tempistiche, il 13% nella disponibilità di risorse umane e il 6% per mezzi di trasporto e attrezzature. Per oltre il 70% del campione, i prodotti recuperati vengono consumati nel giro di pochi giorni e se non vengono consumati è perché hanno scadenza lontana, difficilmente vengono gettati, ma create delle scorte.

Interessante anche il dato relativo al costo di ogni pasto per l'ente: grazie al progetto, meno di 3 euro per la metà del campione. 


Sia chiaro, però, che il grado di soddisfazione altissimo dimostrato dalle associazioni coinvolte non pressoché alcuna corrispondenza con il mero risparmio economico: i dati, infatti, dicono che i profili con il gradimento maggiore sono quelli a cui un pasto costa anche più di 5 euro. Il non profit, infatti, è per natura abituato a misurare la riuscita di una progetto da un punto di vista non meramente numerico: è il suo limite, ma anche la sua forza.


Una forza che in questo caso specifico guarda con "compiacimento" alla riduzione dei costi di gestione per la propria struttura, alla possibilità di socializzazione e relazione con i lavoratori Coop e i soci Coop volontari, al recupero di prodotti di buona qualità. E ancora, alla creazione di sinergie tra enti no profit, imprese ed enti pubblici, alla partecipazione alla riduzione dei costi di smaltimento delle imprese donatrici e al coinvolgimento in un'iniziativa di lotta allo spreco.

Nel pdf allegato tutte le tabelle.

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