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martedì 16 agosto 2022
 
 

Bruxelles, battaglia di quote rosa

04/10/2012  Secondo i dati Eurostat, le donne spiccano per preparazione, ma la loro presenza nelle istituzioni europee è sempre ridotta. L'opposizione di molti Paesi.

Il Parlamento europeo fa mea culpa sulla scarsa presenza delle donne nelle istituzioni comunitarie e discute seriamente di quote. Ma prima ancora che sia pronto un testo di proposta di Direttiva, è arrivata a Bruxelles la lettera firmata da 9 Paesi membri che promettono dura battaglia. Parte così in salita l'impegno del “Gruppo di lavoro ad alto livello sulla parità di genere”, che si è appena costituito nell'ambito dell'ufficio di presidenza del Parlamento Europeo, dopo che nella seconda metà dell’attuale legislatura, al momento del passaggio di testimone tra il polacco Buzek e il tedesco Schultz, il numero di vice presidenti donne si è dimezzato: piuttosto che 6 su 14, si è ridotto a 3 su 14.

È stata confermata in carica l'italiana Roberta Angelilli, che ha assunto con forti motivazioni la presidenza del Gruppo. Ed è partito il gemellaggio con la Commissaria europea alla Giustizia, Viviane Reding, che da due anni elabora strategie in proposito. Primo passo è stato quello di fotografare la presenza rosa nei posti di comando in Europa.

In temi di crisi, in cui 62 milioni di donne risultano a rischio povertà, cioè ben il 24,5% di tutto il mondo femminile, fa effetto che nessuna donna compaia nel board della Banca Centrale Europea, che di recente ha avuto un ruolo sempre più di rilievo nelle politiche attivate contro la crisi economica. Eppure, secondo i dati Eurostat, le donne spiccano per preparazione: tra i laureati in Europa, sono ben il 60%, così come pure tra i master. Anche se poi, guadagnano sempre circa il 16% in meno degli uomini, seppure a parità di mansione e di qualifica.

E anche se le giovanissime disoccupate sono più dei colleghi maschi. Se si guarda al Consiglio europeo, sono solo 3 le donne che figurano nella foto di gruppo (tedesca, danese e lituana) su 28 componenti, cioè i 27 più il presidente della Commissione europea. D'altra parte, la Commissione europea non ha avuto mai una donna alla presidenza. L'Europarlamento ne ha avute solo 2 su 29, Simone Veil proprio agli inizi, e Nicole Fontaine.

Ma è interessante anche vedere la composizione dell'euroassemblea a Strasburgo: alla nascita del Parlamento europeo nel 1979 i seggi rosa erano il 17%. Nell’attuale legislatura, ben 30 anni dopo, c'è stato solo un raddoppio. C'è una sola conquista di rilievo da evidenziare: la recente nomina per la prima volta di un Segretario aggiunto donna, che è l'italiana Francesca Ratti.

C'è poi da analizzare la presenza femminile nei vari parlamenti nazionali UE: si trova una media inferiore a quella europea, che si attesta al 25%. Per i ministri, scende al 23%. E se non ci fossero Paesi particolarmente tinti di rosa come Svezia, Finlandia, Danimarca, la media scenderebbe di molto.

Se questa è la rappresentazione del mondo della politica, c'è poi il mondo delle imprese. Nei Consigli di amministrazione di tutta Europa si registra una media di solo una donna ogni 7 uomini, cioè un bassissimo 13%. E, in tema di imprese, troviamo il punto che più ha convinto la Reding a dare dura battaglia per imporre le quote di presenza rosa. La Commissaria, infatti, due anni fa ha lanciato una campagna ad alto livello per convincere le imprese a provvedere spontaneamente a una maggiore femminilizzazione, ma a raccogliere l'invito sono state unicamente 24 società su tutto il territorio del vecchio continente.

Un risultato più che deprimente che ha convinto la Reding, che ci confessa di non aver mai amato le quote, a pensare una Direttiva per imporle. L'italiana Angelilli confida di aver fatto lo stesso percorso mentale. “Le quote – ci dice – potrebbero far pensare a misure da riserva indiana, ma al momento sono l'unico strumento con cui potremmo oltrepassare quello che chiamiamo il tetto di cristallo oltre il quale le donne non accedono”. Va detto che attualmente sono già 12 i Paesi membri che hanno approvato nella loro legislazione nazionale quote minime di presenza femminile.

Il caso più recente è quello della Francia che, con la legge sull'equilibrio di genere entrata in vigore nel 2011, ha inciso da sola su circa la metà dell'aumento registrato negli ultimi mesi nei consigli di amministrazione delle imprese europee. Non ha affatto inciso su nessun bilancio, invece, il provvedimento preso in Italia in relazione all'inserimento di donne nelle liste presentate dai partiti: la legge impone la quota rosa, pena il mancato rimborso delle spese elettorali, ma dal momento che la legge elettorale in Italia lascia all'elettore solo la scelta del partito e non della preferenza della persona, basta mettere le donne in fondo alla lista e si è sicuri che difficilmente saranno elette. Lo ricorda, non senza vivo rammarico, la Angelilli.

A proposito di Italia va ricordato che spicca al negativo per la scarsità di servizi alla famiglia, tipo asili nido per tutti o forme di assistenza serie per disabili. Misure che prima ancora delle quote rosa potrebbero contribuire ad assicurare una presenza sempre più qualificata di donne nel mondo del lavoro e potrebbero facilitare la conciliazione tra impegno lavorativo e famiglia.

In ogni caso, la battaglia per le quote si presenta non facile, per l'opposizione netta di Olanda, Gran Bretagna, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica ceca, Ungheria, Romania e Malta. E citando Malta non si può non notare che la Repubblica di Malta è l'unico Paese a non avere neanche una donna in tutta la delegazione al Parlamento Europeo. Si tratta dei Paesi firmatari della lettera contro l'ipotesi finora solo verbale di una Direttiva pro quote.

E inoltre, al gruppo, anche se non ha firmato, promette pieno appoggio la Svezia, che nell'immaginario di tutti dovrebbe essere a favore di qualunque misura pro donne. Ma parlando approfonditamente con la Angelilli e con la Reding, capiamo che c'è un asso nella manica su cui contano. Viene dal mazzo del Trattato di Lisbona, che prevede la formula della cooperazione rafforzata per alcuni Paesi che vogliano procedere nell'adozione di una Direttiva che non passerebbe mai a maggioranza.

E' possibile procedere a “cooperazione rafforzata” se anche solo 9 Paesi su 27 sono d'accordo. In questo caso, si conta sull'appoggio degli almeno 12 Stati che hanno previsto già nelle loro legislazioni le quote. Al momento la battaglia è appena cominciata. La prima scadenza per una verifica di conta sarà probabilmente a ridosso della prossima Giornata internazionale della donna, l'8 marzo, sempre celebrata con eventi significativi all'Europarlamento. Intanto, tra tanti dati, c'è una consapevolezza in più: il tanto discusso Trattato di Lisbona, pur firmato allora praticamente da quasi tutti uomini, potrebbe distinguersi per un assist alle donne.

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