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mercoledì 18 maggio 2022
 
 

Bosnia, una guerra senza fine

13/01/2013  Vincitore del premio "Cinema e diritti umani", il film "Buon anno Sarajevo" racconta, attraverso le vicende di due fratelli, la drammatica situazione post bellica del Paese.

È nelle sale italiane Buon anno Sarajevo della regista bosniaca Aida Begić (titolo originale Djeca, I figli). Il lungometraggio, dopo la menzione "Un certain regard" all’ultimo Festival di Cannes, ha vinto quello di Pesaro, ottenendo anche il premio “Cinema e diritti umani” di Amnesty International. Con questa motivazione: «Il film riesce a raccontare con decisione la condizione di una giovane e antica nazione europea. Attraverso gli occhi e la quotidianità di una donna che vive sulla propria pelle i contrasti drammatici della Bosnia post-bellica, si sviluppa una storia che parla di diritti umani soffocati, della commistione tra criminalità e politica e del sacrificio della nuova generazione, resa disperatamente orfana da una guerra non sua e non ancora superata».

Protagonisti sono una coppia di fratelli di Sarajevo, Rahima, 23 anni, e Nedim, 14, che hanno perso i genitori nel conflitto
. Dopo un’adolescenza punk, la sorella maggiore è costretta a lavorare sottopagata in un ristorante gestito da un personaggio losco; è completamente dedita alla cura del fratello, che frequenta la scuola, ma è quello che si potrebbe definire un “ragazzo a rischio”. Rahima sembra invece aver trovato nell’islam e nell’indossare il velo un suo equilibrio. Malvista per questa scelta in alcune occasioni, continua a condurre una vita simile alle sue coetanee: fuma, ascolta musica occidentale e fa valere i propri diritti in tutte le situazioni. Un giorno Nedim, durante una rissa con i compagni, distrugge l’i-phone del figlio di un ministro; Rahima vorrebbe risolvere la cosa pacificamente, invece da quel momento si innesca una catena di eventi che le faranno scoprire che suo fratello conduce una doppia vita…

Ecco il trailer del film.

Il film ha uno sguardo cupo sul dopo-guerra bosniaco, non ancora terminato. Aida Begić, nata nel 1976 è forse la regista più importante della nuova generazione di Sarajevo dopo i “grandi” Kusturica e Tanović (No man’s land), prova a spiegarne le ragioni: «Nel mio precedente film, Snijeg (Neve), avevo raccontato la storia di un gruppo di donne che avevano perso i loro uomini durante i massacri in Bosnia orientale e che lottavano per la sopravvivenza. Lì, abbiamo parlato del "sogno bosniaco", perché in quel momento credevamo nella ricostruzione della nostra società. Quando ho pensato al soggetto del mio secondo film, ho cercato di capire il tipo di società in cui viviamo oggi. Mi sono resa conto che non crediamo più nella ricostruzione e abbiamo sostituito i nostri sogni con i nostri ricordi».

Rahima, che la regista segue, camera a mano, in tutto il film, raccoglie in sé i contrasti della complessa realtà del dopoguerra. Punk e velo, realtà e illusione, passato e presente. Secondo Aida Begić, «la transizione è un momento di trasformazione, ma in Bosnia non arriva mai a compimento, per una sensazione dominante di impotenza e per la paura del futuro. Come in quasi tutti i Paesi con questo destino, la transizione è un terreno fertile per il mantenimento dell’ingiustizia, la corruzione, la violenza e molti altri impatti sociali nefasti. Quelli che erano in fondo alla scala sociale sono a volte diventati ricchi molto rapidamente e hanno ottenuto posizioni influenti, mentre quelli che si sono rifiutati di accettare le nuove regole del gioco li hanno sostituiti in basso alla scala».

Il legame con la memoria è una domanda che accompagna Rahima in tutto il film e che ritorna con spezzoni di immagini video. Anche qui, come nella scelta di indossare il velo, troviamo dei tratti autobiografici della regista: «Durante l'assedio, abbiamo fatto spesso teatro, film, festeggiavamo i nostri compleanni. In ogni famiglia c'è una grande quantità di documenti che mostrano la vita degli abitanti di Sarajevo. Le immagini della vita quotidiana esprimono un sentimento intimo e complesso del ricordo che è difficile da tradurre in parole: la memoria della guerra è fatta di orrori, ma anche di cose belle. Mostra che la resistenza non si fa solo con le armi, ma si trova anche nella forza di mantenere uno stile di vita normale in tempi anormali. Utilizzando gli archivi del tempo di guerra per illustrare i ricordi di Rahima, ho voluto mostrare quali possono essere i ricordi di chi ha vissuto una situazione così complessa». E da qui, Aida Begić si pone la domanda che vale anche per il futuro della Bosnia: «Qualcuno che ha un passato così difficile come quello di Rahima può essere in grado di ritrovare dentro di sé un’umanità? E come? Sceglierà di costruirsi o di distruggersi?».

 
 
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