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Auguri mister Sacchi, con te il calcio non è stato più lo stesso

01/04/2016  Compie 70 anni oggi, primo aprile, uno scherzo del destino che lui seppe trasformare in un terremoto per il calcio mondiale. Quello che ha portato al calcio è stata una modernità da cui non si sarebbe mai più usciti: cultura del lavoro e del sacrificio comune

Honved, Ajax, Milan. Cioè, Ungheria, Olanda, Italia. È da queste tre nazioni che passano le rivoluzioni del calcio moderno e il nostro Paese, col Milan, anzi col “Milan di Sacchi”, è stato forse l’ultimo luogo dove si è fatta la rivoluzione del pallone. Il “forse” è d’obbligo visti gli ultimi anni delle squadre di Pep Guardiola (Barcellona e Bayern Monaco), nuovo profeta di modernità del pallone. Ma senza Cruyff e Sacchi non ci sarebbe Guardiola. La diversità di Arrigo Sacchi rispetto agli altri, tuttavia, è totale, dispettosa e fortunata. Arrigo Sacchi compie 70 anni oggi, 1° aprile, uno scherzo del destino che lui seppe trasformare in un terremoto per il calcio mondiale. Eppure, mentre in Ungheria il commissario tecnico Gusztav Sebes inventava un nuovo calcio dopo aver militato da calciatore nella Mtk di Budapest per tredici anni, e mentre Cruyff dopo aver esaltato l’Olanda, l’Ajax e il Barcellona divenne allenatore per naturale continuità anagrafica, Sacchi non è mai stato calciatore. O quasi. Che confronto ci può essere tra la grande Ungheria e il Fusignano? O tra il Barcellona e il Bellaria?

Perché è lì, a Fusignano e a Bellaria, che Sacchi ha costruito il suo know how calcistico, tra compagni dilettanti o quasi. Al suo fianco, Sacchi non aveva mica Puskas e Czibor, Neeskens e Krol. E allora, come si fa a diventare un allenatore rivoluzionario, capace di cambiare non solo il gioco del calcio in tutto il mondo, ma addirittura i regolamenti calcistici e il marketing di questo sport? Il nostro “nonnetto” Sacchi – a proposto, auguri di tutto cuore – oggi può vivere di ricordi, anche se continua, grazie alla televisione, a fare sinceri e spietati commenti sul nostro calcio e su quello continentale. Ai bei tempi, invece, nella seconda metà degli anni Ottanta, Arrigo mostrava al mondo come si doveva giocare. E vincere. Soprattutto per noi italiani, fu una fulminazione sulla via di San Siro. Chi era ’sto tecnico venuto dal nulla che stravolgeva ogni certezza? Perché a forza di credere a Gianni Brera eravamo tutti convinti che il calcio italiano per essere vincente dovesse giocare in difesa e poi speculare qualche contropiede, e mai imporre coraggiosamente il gioco.

Poi arrivea lui, il misterioso, anonimo, romagnolo Arrigo Sacchi a rovesciare il tavolo: si deve attaccare tutti assieme e saper difendere tutti assieme. Lavoro, lavoro, lavoro. E poi atletismo, generosità nei confronti dei compagni, niente personalismi se non in funzione del gioco. Sì, vabbè, ma quale gioco? Un 4-4-2 diverso da quello delle altre squadre. Difesa in linea, tattica esasperata del fuorigioco, centrocampisti capaci di essere mediani e mezzeali al contempo, pressing asfissiante, gioco a zona e due punte sempre vicine vicine. L’eresia sacchiana era quella. Poi, il resto lo mettono i giocatori, perché senza campioni non si va da nessuna parte. O davvero credereste a una grande Ungheria senza Puskas e Czibor, Boszik e Hidegkuti? E cosa sarebbe stata l’Olanda senza Cruyff e Suurbier, Haan e Rensenbrink? Allo steso modo, anche il Milan di Sacchi cosa sarebbe stato senza Gullit e Maldini, Ancelotti e Van Basten? Direte: fortuna! Anche noi saremmo bravi con quei campioni. Sbagliato, signori! Non basta mettere assieme i campioni per vincere, e non basta neanche vincere per essere rivoluzionari. Quello che Sacchi ha portato al calcio è stata una modernità da cui non si sarebbe mai più usciti: cultura del lavoro e del sacrificio comune. Per stare dietro al fuorigioco del Milan e al pressing dei suoi giocatori si cambiò perfino il regolamento: si disse basta alle parate dei portieri quando ricevevano la palla dai compagni.

Anche sul fuorigioco si convenne che le regole dovevano cambiare, per lo meno nell’interpretazione. E perfino i punti per la vittoria diventano tre, per dare ancora più stimoli a chi attacca piuttosto a chi si difende. Colpa, si fa per dire, del Milan di Sacchi. Poi, certo, non tutto può piacere perché se è vero che la rivoluzione non è un pranzo di gala, si finisce anche per rompere qualche prezioso reperto. Che ne resta delle filastrocche coi nomi dei calciatori sciorinati come poesie? Combi Rosetta Caligaris; Sarti Burgnich Facchetti; Zoff Gentile Cabrini, addio! Con Sacchi la formazione si legge per settori, prima tutti i difensori, poi i centrocampisti e infine le punte. E visto che la rivoluzione sacchiana coinvolge altre materie (marketing, pubblicità, spettacolo, show business, televisione) ecco che i nomi dei calciatori sono scritti sulle maglie e i loro numeri dietro la schiena cambiano di anno in anno o restano eternamente fissi perché tutto fa denaro, anche una maglietta. Ed è con Sacchi che il più ammirato dei calciatori, quello con la maglia numero 10, diventa solo uno degli undici, uguale agli altri.

Chiedete a Roberto Baggio, per esempio, quanta sofferenza poetare col pallone avendo un tecnico così! Insomma, il dilemma era: prendere o lasciare. E il calcio ha preso, ha preso tutto da Arrigo Sacchi lanciandosi verso il 2000: ha buttato via il romanticismo dei numeri 10 per il realismo di tutti gli altri; ha messo in secondo piano la tecnica a favore dell’atletismo; ha chiuso con le rose di 15-20 uomini per avere club sempre più bulimici; ha aperto frontiere fermando qualsiasi isolazionismo; ha portato i club sempre più in alto anche a discapito delle Nazionali. Diciamolo, dunque: quella di Sacchi è stata la più devastante delle rivoluzioni calcistiche, cioè una “vera” rivoluzione. Da una parte un calcio moderno, spettacolare, onesto nel proporsi, anche bello da vedere, proiettato verso un futuro fatto di forza, denaro e gol, dove solo chi ha i mezzi economici può competere; dall’altra l’addio al calcio lento, statico, sempre uguale a se stesso del passato, ma dove magari un Verona qualsiasi vince lo scudetto tra lo stupore dei club più ricchi.

Ma lui, il profeta di Fusignano, con onestà rara, ha saputo vedere quello che nessuno era riuscito neanche a scorgere. E ha saputo sacrificare il passato per cercare il futuro di quello che tutti chiamano il più bel gioco del mondo. Perché era solo un gioco, il calcio. Dopo Sacchi è diventato anche, soprattutto, un lavoro. Anzi, un business.

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