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domenica 28 novembre 2021
 
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Burundi, Chiesa fortemente preoccupata

18/05/2015  Nella crisi che ha investito il Burundi nelle ultime settimane un ruolo di primo piano è stato giocato dalla Chiesa cattolica. Dopo un primo periodo di prudente osservazione degli eventi e delle posizioni che si andavano via via definendo, la conferenza episcopale si è più volte espressa in maniera chiara e determinata.

Già a fine 2014, c'era stato un pronunciamento in un messaggio ufficiale della Cecab (la Conferenza episcopale burundese): «Apprezziamo il fatto che i burundesi si stiano abituando a rinnovare le istituzioni per mezzo delle elezioni, ma ci sono segnali che destano inquietudine sullo svolgimento corretto e pacifico delle prossime elezioni». La via democratica è ormai accolta, almeno nella sua essenza – notavano i vescovi – poiché se non altro nessuno ha rifiutato le elezioni, tuttavia si sottolineavano alcuni segnali inquietanti: «Il dialogo e la concertazione che avevano permesso di elaborare la “road map” non sembrano essere più una realtà, un fatto che porta alcuni a considerare il processo elettorale in corso monopolizzato da una sola tendenza».

Altri fatti che avevano destato preoccupazione e anche allarme erano stati «la convocazione intempestiva di membri dell’opposizione di fronte alla giustizia», che pareva «una strategia del potere per escluderli dalla competizione elettorale», «gli atti di banditismo e gli assassinii che inquietano la popolazione; il linguaggio che incita alla violenza; i giovani affiliati ad alcuni partiti politici che sembrano determinati a ricorrere alla violenza», quest'ultimo un riferimento agli Imbonerakure, la milizia giovanile del Cndd-Fdd, il partito al potere.

Monsignor Evariste Ngoyangoye, arcivescovo di Bujumbura e vicepresidente della Conferenza episcopale burundese.
Monsignor Evariste Ngoyangoye, arcivescovo di Bujumbura e vicepresidente della Conferenza episcopale burundese.

La Chiesa burundese contraria a una terza candidatura del Presidente in carica

A marzo, poi, quando sempre più insistenti erano le voci che volevano il presidente uscente Pierre Nkurunziza determinato a ricandidarsi per un terzo mandato (incostituzionale, la Carta ne prevede due), la Chiesa cattolica si era pronunciata apertamente contro tale ipotesi. Mons. Evariste Ngoyagoye, Arcivescovo di Bujumbura e vice presidente della Conferenza Episcopale del Burundi, aveva presentato una dichiarazione sottoscritta da tutti i vescovi e approvata durante l'assemblea della Cecab: «Dopo un’analisi dell’Accordo di Arusha (che aveva suggellato la pace all’indomani della guerra civile) e della Costituzione che ne è derivata, interrogando il nostro cuore di cittadini che amano il loro Paese e come pastori della Chiesa che non vogliono vedere il Burundi ricadere nelle divisioni, negli scontri o nella guerra, affermiamo che i burundesi hanno convenuto senza alcuna ambiguità che qualsiasi persona eletta per dirigere il Burundi non può andare oltre due mandati di cinque anni ciascuno».

La preoccupazione era però anche già quella che la popolazione evitasse ogni forma di violenza e non offrisse pretesti per il rinvio delle elezioni o il loro impedimento. L'aria era già tesa. E i vescovi concludevano indicendo una novena, dal 13 al 21 marzo, nella quale pregare per chiedere un'alternanza pacifica ed elezioni trasparenti.

L'ultimo richiamo è di pochi giorni fa, quando già il Paese era scosso dalle proteste e dalle manifestazioni di piazza contro l'annunciata candidatura del presidente in carica Pierre Nkurunziza per un terzo mandato: il messaggio dei vescovi raccomanda la via delle elezioni, esprimendo preoccupazione per il clima di tensione e gli scontri in corso, ma anche i timori per una ripresa della guerra civile, ventilata da più parti.

I vescovi burundesi con papa Francesco.
I vescovi burundesi con papa Francesco.

La Chiesa potrebbe rinunciare al ruolo, richiesto dalla Commissione elettorale, di "osservatrice" indipendente del voto

  

Si chiede a gran voce di agire «per garantire la sicurezza delle elezioni, la libertà di movimento dei candidati e degli elettori, in una competizione che dia a ogni candidato le stesse possibilità di presentare i propri progetti di società e di fare la propria propaganda nella tranquillità».

I vescovi domandano poi di garantire la sicurezza, di disarmare le milizie giovanili affiliate ai partiti, ricordano che gli accordi di Arusha (che stabiliscono il limite dei due mandati per il presidente) sono quelli che hanno scritto la parola fine alla guerra civile e sottolineano che «governare è la grande missione di mettersi al servizio di tutti». Per questo i politici «non devono cercare solo i loro interessi personali o settari. Colui che vuole governare deve accettare di essere il padre di tutta la nazione. Un buon padre è colui che può anche rinunciare al suo diritto quando vede che questo serve alla salvezza della sua famiglia».

Il messaggio si chiude facendo appello ai fedeli, perché preghino incessantemente per il bene del Burundi, e ai giovani, perché non si facciano manipolare per commettere atti violenti. Appelli finora caduti nel vuoto, tanto che – durante il golpe – l'arcivescovo di Bujumbura monsignor Evariste Ngoyagoye, ha dichiarato a Radio Vaticana che la chiesa potrebbe rinunciare agli impegni presi in vista delle elezioni: quello di svolgere il ruolo di osservatori elettorali e quello di inviare preti nei dipartimenti, come richiesto dalla stessa commissione elettorale nazionale. In caso contrario, il rischio sarebbe quello di avallare una situazione non trasparente.

 
 
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