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C9: un consiglio dei ministri per il Papa?

09/02/2015  Il C9 ha discusso della responsabilità dei religiosi nei casi di abuso. La bozza di un nuovo assetto nel governo della Chiesa, con l'ipotesi di dodici ministeri ad affiancare il Papa.

La settimana che comincia oggi sarà molto impegnativa per Papa Francesco che questa mattina lunedì 9 febbraio ha preso parte ai lavori della nuova sessione del cosiddetto C9, il Consiglio dei cardinali che lo sta aiutando nella riforma della Curia romana.

Intanto è stata pubblicata la nota ufficiale della Pontificia commissione  per la protezione dei minori, riunita per la prima volta in Vaticano nei giorni scorsi. L’istituzione di questa commissione è finora la prima iniziativa concreta nata dal Consiglio dei cardinali, che la sollecitò già in una delle prime riunioni. Nella nota finale la Commissione rivela di aver approvato “diverse proposte da sottoporre all’attenzione del Papa”, tra cui una sulla “responsabilità” dei vescovi e di tutti quelli che “hanno posizioni di responsabilità nella Chiesa quando si tratta di accuse di abuso”. Anche di questo si discute da questa mattina nella riunione del C9.

L’incontro si svolge a Santa Marta e andrà avanti per tre giorni. E’ l’ottava volta che il Consiglio si riunisce e con le sessione di questa volta le riunioni arrivano a 51. Si tratta di un numero notevole di incontri. In seguito a tali incontri è stato scritto un progetto di riforma della Curia e in Vaticano circola una bozza di lavoro, che potrebbe diventare, dopo il confronto al Concistoro di giovedì e venerdì, il testo base sul quale lavorare per scrivere la nuova Costituzione apostolica sulla Curia romana, che sostituirebbe la “Pastor Bonus” del 1988.

Nella bozza c’è il resoconto di tutto il lavoro fatto dal Consiglio dei cardinali, ma essa contiene anche alcune riflessione di carattere generale sul governo della Chiesa, non solo sul ruolo dei dicasteri della Curia, ma anche delle Conferenze episcopali e del Sinodo dei vescovi.

Chi ha potuto vederla riferisce dell’ipotesi di un sorta di governo collegiale, come non è mai avvenuto finora per la Chiesa. Si parla di un “Consiglio dei ministri”, cosi è chiamato espressamente nel documento, formato da 12 ministeri sull’esempio dei 12 Apostoli. Essi sarebbero i nove dicasteri attuali e cioè Dottrina della fede, Culto divino, Cause dei santi, Chiese orientali, Evangelizzazione dei popoli, Istituti di vita consacrata, Educazione Cattolica e Vescovi, a cui si aggiungono due dicasteri che accorpano i Pontificio consigli, il primo denominato “Laici e Famiglia” e il secondo “Carità e Giustizia”.

Il dodicesimo è un dicastero della Comunicazione, che potrebbe accorpare al suo interno anche il Pontificio Consiglio per la cultura. L’unico Pontificio consiglio a resistere nella nuova organizzazione sarebbe quello del dialogo ecumenico. Resterebbe fuori la Segreteria di Stato, che anche oggi è solo assimilabile ad un dicastero con una funzione atipica per il suo ruolo di specifica assistenza al Pontefice. Secondo la bozza il Segretario di Stato si convertirebbe in una sorta di cancelliere agli affari esteri che potrebbe anche esercitare il ruolo di primo ministro, mentre il Papa, se facciamo il paragone con uno Stato, sarebbe come un Presidente.

Nella bozza tuttavia sarebbe contenuta anche una riflessione sulle conferenze episcopali e sul ruolo dei loro presidenti, che avrebbero un maggior peso negli indirizzi del governo della Chiesa, e sul ruolo del Sinodo dei vescovi, che diventerebbe una sorta di Parlamento con funzioni maggiori di quelle di una semplice consultazione.

In Vaticano si discute molto sui contenuti della bozza e sulla rivoluzione che contiene. L’argomento più discusso è proprio quello del ruolo dei presidenti delle Conferenze episcopali. Si tratta un dibattito, tra esperti canonisti e soprattutto tra teologi, che va avanti dagli anni immediatamente successivi al Concilio con pareri discordanti. Si inserisce in  quello più ampio sulla collegialità e della sinodalità alla luce del Concilio. L’ultimo intervento è del cardinale Gerhard Mueller sull’Osservatore Romano di domenica scorsa. L’articolo è il segno che il dibattito in Vaticano attorno alla riforma della Curia è assai vivace.

Il prefetto della Congregazione della Dottrina delle Fede ricorda che la Curia deve essere distinta dal resto delle istituzioni vaticane perché è insieme ad essa che il papa esercita il suo primato di vescovo di Roma. Quindi non si può mettere sello stesso piano la Curia e il resto. Mueller spiega: “Il Sinodo dei vescovi, le Conferenze episcopali e le varie aggregazioni di Chiese particolari appartengono ad una categoria teologica diversa dalla Curia romana”. E poi aggiunge che “la Curia non è una mera struttura amministrativa”. Insomma i nodi da sciogliere attorno ad una riforma del governo centrale della Chiesa, che si sa Bergoglio vorrebbe più collegiale e più partecipato, non sono pochi. Non si tratta tuttavia di resistenze alla volontà del papa, ma di un approfondimento di questioni canoniche e teologiche rilevanti a cui sicuramente non si risponde incalzati dalla fretta.

Il nodo più intricato riguarda le conferenze episcopali. Mueller ricorda che “la Chiesa universale non è la somma delle Chiese particolari né le Chiese particolari sono mere succursali della Chiesa universale”. Ma è anche vero che dopo il Concilio Vaticano II la dignità delle Chiese particolari e quindi delle Conferenze episcopali  e non solo e semplicemente dei singoli vescovi, ognuno successore degli Apostoli, costituisce una sorta di altro polo della collegialità che entra nell’asse costituzionale della Chiesa.  Si tratta, come si può vedere, di ragionamenti complessi da molti punti di vista, perché non si è in presenza solo di aggiustamenti tecnici, tendenti a ridurre il potere presunto della la macchina burocratica centrale, ma di un intervento sulla natura e sulla potestà del Magistero a diversi livelli.

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