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Caetano Veloso: le canzoni come piccoli film

25/06/2010  Il 29 giugno parte da Sesto Fiorentino la tournée italiana del musicista e cantautore brasiliano. Quattro date per presentare il suo ultimo album, "Zii e zie".

Caetano Veloso è come uno di quegli antichi cantori popolari che non mollano la presa sulla realtà, e nel tempo ha affinato uno sguardo che sa di lucida follia. Non sapeva se dedicarsi al cinema o alla musica; ha risolto così: «Ho sempre immaginato le mie canzoni come piccoli film». Nel 1970 era a Roma, Zeffirelli lo pensava come il San Francesco di Fratello Sole, Sorella Luna.

    Fu arrestato a Fontana di Trevi, con moglie e manager al seguito, avevano lasciato i documenti in hotel, i gendarmi non credevano che ragazzi così giovani - capelli lunghi e un po’ trascurati, non una parola di italiano - potessero risiedere all’Excelsior. Tempestive le scuse ufficiali del governo italiano, ma già allora era deciso a voler prendere a calci i convenevoli, ancor più i pregiudizi.

    Il suo canzoniere è pieno di metafore, colmo di perle, incastonate in conchiglie dal guscio d’oro come i tanti capolavori che ha composto in più di quarant’anni di carriera. Nel 1960, a diciotto anni, si stabilisce a Salvador, dove frequenta João Gilberto («il mio vero maestro»), e si affaccia nel mondo della bossa nova. Non pago, dà il via al processo di rinnovamento della tradizione musicale brasiliana ala fine degli anni ’60 con una schiera di altri personaggi più o meno noti, finendo per teorizzare il Tropicalismo, una proposta sonora originale e cosmopolita, attenta a sottolineare il rapporto tra la musica e altre discipline come il cinema, la poesia e l’arte. Insieme a Gilberto Gil viene arrestato nel 1969 e finisce in esilio a Londra per un paio di anni. Caetano interpreta con la padronanza dei giganti del pop, ha un rapporto fisico con le sue canzoni, le domina, le controlla, le infiamma con ugola vellutata.

    Caetano Veloso è in Italia per quattro date a presentare il suo ultimo album, Zii e zie: il 29 giugno a Sesto Fiorentino, il 16 luglio a Roma, il 19 a Parma e il 31 a Bard in provincia di Aosta. L'abbiamo intervistato prima della sua tournée nel nostro Paese.

Che tipo di energia le comunicano i giovani?

«Quando abbiamo inciso C’ê ho chiesto a Pedro Sa, amico d’infanzia di mio figlio Moreno, di trovare il batterista e il bassista più idonei. Ha scelto musicisti ancora più giovani di quanto lo sia lui ed ha avuto ragione. Cercavo qualcuno in grado di esprimere i miei sentimenti contrastanti, che sapesse coniugare il samba con le alchimie del rock. Musicalmente preparati, conoscono molte realtà, dal jazz alla classica, frequentano le scuole di samba adorano le rock band internazionali. Insomma, chi meglio di loro…».

Quali insegnamenti ha passato a suo figlio?
«Ho cercato di trasmettergli valori positivi, gli ho spiegato che maturare vuol dire essere padrone del proprio destino. Noi decidiamo ciò che siamo sulla terra, per il resto siamo nelle mani di Dio. Ho instaurato un rapporto di tipo giocoso con lui, perché il gioco è la dimostrazione più limpida della realtà: è democratico e prevede che il giocatore debba prendere qualche rischio per poter vincere».

Gran polemica ha suscitato una sua canzone, A base de Guantánamo…
«Un giornalista mi chiese se fossi antiamericano, se fosse una scusa per tornare a schierarmi dalla parte di Cuba. Non è così, nel mio immaginario gli americani non sono coloro che solitamente calpestano i diritti umani, è questo che mi ha sconvolto, almeno quanto veder calpestare continuamente a Cuba i diritti umani. Così anche Fidel Castro, dopo aver letto quell’intervista, si arrabbiò, mi ha persino citato nella prefazione di un libro, scrivendo che mi sarei venduto all’imperialismo. Si è espresso in modo ingiusto nei miei confronti. Gli ho spiegato cosa abbia significato per me la rivoluzione cubana quando ero giovane e quanto ancora abbia valore. Non dimentico mai i valori che la mossero e ancora oggi per me rappresentano la storia vivente, la speranza, il sogno del nuovo, i miei valori. Però la vita a Cuba così come è stata amministrata in tutti questi anni non è un modello per me, penso che una società libera sia il futuro, è la base, dobbiamo combattere per la libertà e la giustizia, non per contribuire all’oppressione dell’essere umano».

 
 
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