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lunedì 13 luglio 2020
 
 

"La mia Calabria privata dei diritti abbia il coraggio della Risurrezione"

10/04/2020  L'appello di don Giacomo Panizza, fondatore di Comunità Progetto Sud e portavoce di Alleanza contro la povertà in Calabria, dopo che la Giunta Regionale ha dichiarato di voler sospendere la delibera sulle politiche sociali. "La politica di questa terra non ha mai contrastato la povertà, ma i poveri"

«Quando sono arrivato, nel 1976, a Lamezia Terme - 70 mila abitanti - c’era un solo asilo di 20 posti. A Pontoglio, il paese nel Bresciano di cui sono originario - 5 mila abitanti -, ce ne era uno per 60 bambini, compreso di nido». Una disparità troppo marcata, che ha spinto don Giacomo Panizza, 73 anni, fondatore di Comunità Progetto Sud e oggi portavoce di Alleanza contro la povertà in Calabria, a stare al fianco dei calabresi perché servizi garantiti – almeno per legge – ai cittadini di tutte le Regioni italiane, potessero essere un diritto anche per gli abitanti della Regione all'ultimo posto per spesa sociale pro capite. Un cammino lungo, estremamente faticoso e costellato di passi indietro, come quello dello scorso 26 marzo quando al Consiglio Regionale della Calabria è arrivata la richiesta di sospensione di una delibera – il Dgr 503/2019, già attesa da oltre 17 anni – che rendeva applicabile la legge nazionale 328/2000 sulle politiche sociali. Una legge di 20 anni fa, che la Regione Calabria – unica in Italia – non ha ancora rispettato trasferendo “le funzioni di programmazione, coordinamento e indirizzo degli interventi sociali” ai suoi 404 comuni. E che lascia quasi 2 milioni di persone senza servizi sociali adeguati.

Don Panizza, qual è lo stato del Welfare in Calabria?
«Mancano i normali servizi, non esistono né i Regolamenti né i Piani di zona previsti dalla legge 328/2000. Purtroppo la “strategia” qui è sempre stata quella di separare le persone in difficoltà dal resto della società: chi soffre disagio finisce in strutture di ricovero, non sono previsti servizi a domicilio e di prossimità, i pochi esistenti sono facoltativamente offerti dal volontariato ecclesiale e civile. Negli scorsi anni la Regione, i Comuni e il Terzo settore avevamo lavorato insieme per la rottura di questo meccanismo e, con il regolamento regionale 22/2019, faticosamente raggiunto appena prima della tornata elettorale, avevamo inteso salvare i pochi servizi esistenti, che oggi sono gestiti dalla Chiesa e dalle cooperative sociali. Il Regolamento favorisce inoltre l’aggiunta dei vari interventi sociali mancanti al Welfare regionale».

Il 26 marzo è arrivata invece la richiesta di sospensione del regolamento regionale per i servizi sociali…
«Finora in Calabria la politica ha fatto a meno della democrazia reale. Mi spiego: le giunte non hanno mai voluto veramente fornire i legittimi e diffusi servizi territoriali. Perché? Perché i servizi territoriali si tirano dietro la democrazia sociale, la libertà del lavoro, il fare le cose sul territorio concordandole fra la popolazione e “con” le amministrazioni, non sotto. La legge 328 “promuove la partecipazione attiva dei cittadini, il contributo delle organizzazioni sindacali, delle associazioni sociali e di tutela degli utenti …”, in altre parole presume l’arte di “farsi governare”. È la democrazia concreta, che si aggiunge alla democrazia politica, di cui la società calabrese non può più fare a meno. Le svariate maggioranze hanno sempre dato qualcosa ai poveri ma hanno disconosciuto loro la cittadinanza. Senza un preciso Regolamento dei servizi, tra l’altro, la Calabria non può nemmeno ricevere i soldi previsti in materia di Welfare dallo Stato e dall’Unione europea in quanto Regione non in regola perché ferma a oltre trenta anni fa, alla Legge regionale n. 5 del 1987. La politica calabrese non ha mai contrastato la povertà ma i poveri. E i poveri non se ne accorgono perché non conoscono i servizi legittimi di cui sono privati».

Come si spiega questa situazione?
«Basti pensare alla logica del clientelismo, tanto comoda ad esempio alla criminalità organizzata, che ha bisogno di persone sottomesse. Quando la politica offre servizi come se fossero favori una tantum e non diritti certi, fa molto male alla società perché la invischia e subordina. Bisogna estirpare i metodi clientelari e il primo passo è dotarsi di oggettivi regolamenti e leggi nazionali».

Quali fasce della popolazione subiscono maggiormente questa politica?
«Come sempre, le conseguenze le pagano i più deboli. Ad esempio le persone con disabilità, in particolare i bambini autistici, gli anziani non autonomi, i malati psichiatrici. Se in Calabria hai una sofferenza psichiatrica vai a uno dei pochissimi CSM (Centro di salute mentale) pubblici o a una delle poche cliniche private oppure rimani abbandonato. Se ti ammali, sai che il 20 per cento dei calabresi emigrano per farsi curare».

Una situazione che diventa ancora più drammatica durante l’emergenza Covid-19…
«Esattamente, perché in questi casi le disuguaglianze non fanno che acuirsi. Le dico una cosa, che vale da esempio generale: la mia parrocchia copre un territorio esteso e in dieci frazioni i cellulari non prendono. Come possiamo immaginare la didattica a distanza? I giovani stanno pagando la possibilità di apprendere, senza mezzi adeguati la povertà educativa è destinata ad aumentare».

Ha notato cambiamenti in Calabria dagli anni Settanta a oggi?
«Certamente. Oggi più di ieri numerosi raggruppamenti dimostrano di essere più liberi dai mafiosi e dai politicanti che li vogliono sottomessi. Fioriscono capacità, bisogna però riuscire a decidersi di lavorare insieme per una Calabria dei calabresi. Negli anni tanti giovani e giovanissimi hanno capito che la ’ndrangheta si può vincere, non con le idealità di pochi ma con il coinvolgimento di molti. E anche la predicazione e la catechesi stanno aiutando a capire la bellezza della libertà dei figli di Dio».

Cosa la fa guardare avanti con speranza?
«La Calabria è ricca di ottime persone, diverse famiglie investono sul futuro dei figli e il senso della famiglia è radicato. Non è un’area chiusa, tutt’altro. Lo sguardo è aperto al mondo, che nel bene e nel male conosciamo. Pensate che su dieci matrimoni, nove coppie si trasferiscono all’estero o nel nord Italia. Ecco, la speranza è nelle menti brillanti partite senza fuggire, è in coloro che amano ricordare questa terra, in quelli che rimangono e in quelli che ritornano per mettere a frutto le proprie competenze. È vedere chi costruisce qui diritti e doveri, chi opera anche in zone dove è difficile e si ricevono minacce o le amministrazioni e la politica vorrebbero portarti passi indietro».

Fra poco è Pasqua, cosa si augura per il suo popolo e i calabresi tutti?
«Auguro a tutti la bella fatica di risorgere insieme. Dobbiamo avere il coraggio della Risurrezione, che non vuol dire ridiventare come eravamo prima ma trasfigurarci, pensarci più grandi di quello che siamo oggi. Ricordiamoci che Gesù risorto non è Lazzaro risorto. Gesù vive e dà più vita alla vita».


Nella foto: don Giacomo Panizza (credit Maria Pia Tucci)

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