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lunedì 15 agosto 2022
 
 

Dossierone calcio: su il sipario!

25/08/2012  Le scommesse non ancora alle spalle, la crisi che morde tutti ma non i magnati stranieri. Il campionato riparte e recita a soggetto la scena di sempre. E noi ci caschiamo.

Se fossimo certi della capacità di sacrificio degli italiani tutti così come lo siamo di quella degli italioti del calcio, penseremmo che Mario Monti avrà vita facile. Perché comincia il campionato che non è del post Scommettopoli per la semplice ragione che la brutta bestia è sempre viva e si dibatte e combatte contro la fisiologicamente debole giustizia, con sentenze appellate, sentenze sospese, sentenze patteggiate, ma che intanto alimenta la certezza che la gente vuole credere alla pulizia della casa o quantomeno alla bellezza dei tappeti sotto i quali si scopa la polvere.

Perché tutto va avanti come se niente fosse accaduto, i reprobi anche confessi quasi quasi diventano nobili espiatori per conto di tutti, e basta una partita ufficiale, di quelle acri, per ripristinare il culto delle vecchie commedie, questa volta pure con le ombre cinesi di un Napoli che, disertando a Pechino la premiazione della Supercoppa, ha tolto qualcosa a tutti fuorché alla Juventus, che ultimamente non è docente ideale di rispetto di regole e usanze e magari sicuramente avrebbe temuto di più una presenza in qualche vago modo imbarazzante.

In questo torneo poi sembra quasi che le grosse squadre, limitandosi a un rafforzamento non eclatante (la Juventus campione attenta a rafforzarsi ancora senza sbilanciarsi sul mercato), svecchiando ma risparmiando (l’Inter massima delusa del 2011-2012 e fuori dalla Champions League), praticando l’austerity (il Milan di un Berlusconi impoverito da fatti vari, materiali e morali), facciano di tutto per invogliare a quel minimo di moralità che sembra insito nella pratica anche di striscio della povertà, anzi in questo caso della ricchezza non sfrontata. Recita da tempo di crisi? Forse, perché fuori Italia c’è crisi nell’economia tutta ma nel calcio si spende eccome, c’è crisi ma nel calcio si punta ai giovani valorizzando addirittura talenti italiani che noi trascuriamo, c’è crisi ma si pensa di saper ancora offrire pane calcistico nutriente e non reso raffermo dalla corruzione.

Prendiamo questo ennesimo nostro contorsionismo come una sfida, una prova, un’ordalia: quanto e sino a quando il calciofilo nostrano sa sopportare continuando a crederci? Godiamoci la perla burocratica della squalifica di Conte ex patteggiatore suo malgrado, allenatore della Juventus che lui continua ad allenare però con il vantaggio di vedersi adesso le partite dalla tribuna, quando si sa che dalla panchina non si capisce quasi niente, tutto è schiacciato e confuso, manco urlando ci si fa sentire, insomma ci si sta solo per la scena.

Proviamo a tifare per la Roma del vecchio maestro Zeman, antijuventino abbastanza misteriosamente voluto dai padroni americani. Ringraziamo Prandelli che per l’azzurro – siamo in tempo di qualificazione premondiale – prende sì giovani italiani all’estero, ma forse costringe i club ad accorgersi dei talenti che hanno sotto cartellino. Aspettiamo la nidiata di stranieri low cost dell’Udinese per la cui saggezza e lungimiranza e competenza ormai è un dovere tifare. Prepariamoci ai botti intermittenti di Napoli e Lazio più che di Fiorentina e Palermo, salutiamo il ritorno del Torino in A.

Basta e avanza per la solita commedia, per il solito psicodramma di cui noi non siamo soltanto spettatori. E a chi insiste per sapere se davvero si può credere, si deve credere (alla pulizia, ovvio: sennò a cosa, al 4-2-4?), rispondiamo che si deve, che a quanto pare anche si può, ma che questo significa eccesso d’amore e non giusta dose di onestà. E che ci sono molti altri modi, decisamente più dannosi, assai meno teneri, di essere amorevolmente stupidi. Gian Paolo Ormezzano

CALENDARI E SPEZZATINI

Il campionato di Serie A 2012-2013 inizia questo week-end e si concluderà il 19 maggio 2013. Tre i turni infrasettimanali di mercoledì: il 26 settembre, il 31 ottobre e l’8 maggio. Quattro le soste previste: una per le festività natalizie – dal 30 dicembre al 6 gennaio – e tre (il 9 settembre, il 14 ottobre e il 24 marzo) per le partite della Nazionale impegnata nella qualificazione ai Mondiali del 2014 in Brasile. La Nazionale di Prandelli è inserita nel Girone B, con Danimarca, Repubblica Ceca, Bulgaria, Armenia e Malta. Bulgaria-Italia e Italia-Malta le prime partite degli azzurri, in programma il 7 e l’11 settembre prossimi.

Bandiere viventi, nel campionato che viene, ne sventolano ormai poche: Francesco Totti, Javier Zanetti, Gianluigi Buffon... Le altre sono partite in cerca di un viale su cui allungare, economicamente e psicologicamente, l’ombra del tramonto. Le bandiere in carne e ossa, che tanto piacciono ai tifosi tutto sommato ancora tentati di credere che di una maglia anche indossata a pagamento ci si possa innamorare, sono scomode nel calcio contemporaneo.
Quando si intridono di sudore e non sventolano più con la leggerezza dei vent’anni vengono vissute da allenatori e società come un peso: un’eredità greve, cui si deve in qualche modo riconoscenza, ma che rischia di rallentare la corsa verso i risultati (pretesi tutti e subito, sempre e comunque).
Sono difficili da mandare in panchina, perché si chiamano pur sempre Alex Del Piero, Alessandro Nesta, Rino Gattuso e tendono a rimandare il tempo di finire arrotolate dietro scrivanie da dirigenti. È un salto difficile, la scrivania, presuppone la consapevolezza di essere diventati improvvisamente adulti: non è facile sostituire il pallone con la cravatta.
I campioni sono bambini infiniti, non si rassegnano facilmente a smettere di giocare. Ma il calcio del 2012 corre: ha fretta di concludere affari e risultati, non si perde in smancerie romantiche.

Il mercato suona altrove sirene di petrodollari, troppo allettanti per essere ignorate e chi vive del gioco, magari sporco e squallido, si adegua: si adeguano i presidenti che comprano e vendono secondo convenienza e fanno contratti sempre più corti alle loro bandiere sdrucite che pure hanno dato tanto (un modo come un altro per indurle elegantemente a farsi da parte).
Si adeguano gli allenatori che fanno del loro meglio per lasciare i debiti di riconoscenza fuori dalla porta: chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scurdammoce ’o passato, anche se ha le sembianze di Alessandro Del Piero.
Si adeguano i calciatori, che si pongono sempre meno il problema di resistere alle offerte, forse irrinunciabili, frenetiche e straniere dei magnati del pallone che conta sul mercato (aperto fino al 31 agosto).
Magari sarebbe più elegante evitare di dire: «Era la maglia che sognavo da bambino» a ogni giro di giostra. Ma a chi gioca come Zlatan Ibrahimovic si perdona la bugia al primo gol e se gli si allunga il naso non si nota neanche tanto.

Resta il fatto che Alessandro Nesta gioca fasciato nella maglia blu del Montreal Impact, dall’altra parte dell’Atlantico, che Gattuso si danna con la passione di sempre nel Sion ai vertici del campionato svizzero e che Alex Del Piero s’è dato qualche altro giorno di tempo per decidere dove va a finire il cielo, se sarà il caso di guadagnarne un altro pezzettino in una nuvola straniera o tornare definitivamente alla terra di tutti.
Risolto da tempo il problema di mantenersi, resta (a tutti i grandi pensionandi) quello di darsi un posto nel mondo: un posto diverso da quello che spetta ai reduci a vita, congelati nella foto eterna di una gloriosa giovinezza perduta. 

Attorno giovani calciatori crescono, l’ultima amichevole della Nazionale, prima che si faccia sul serio dal 7 settembre con la qualificazione mondiale, ne ha visti in campo un po’ e, pur perdendo, non hanno sfigurato. Di Angelo Ogbonna (Torino), Mattia Destro (Roma), Marco Verratti (Paris Saint-Germain) – di cui si parla come il Pirlo del futuro – si sa che hanno vent’anni o poco più e che come i loro coetanei fuori nel mondo probabilmente non avranno una maglia fissa, perché nel calcio mordi-e-fuggi non si usa più. E non solo perché non si trova più nessuno capace di dire come fece un giorno Gigi Riva «tenetevi i milioni io resto qui». Laddove qui era Cagliari, la città che l’aveva adottato e i milioni (in lire) quelli della Juventus che lo voleva.
Oggi probabilmente nessuno lo direbbe – forse neanche Riva, ma sarebbe bello immaginare di sì –, perché nessuno capirebbe, probabilmente nemmeno i tifosi che amano vedere sventolare le loro bandiere a vita, ma poi sono disposti ad ammainarle se non servono più a vincere. Salvo gridare al tradimento, se le bandiere se ne vanno di spontanea volontà. Mai contenti dirà qualcuno. Vero. Anzi no. Sono contenti di vincere. Se occorre facendo finta di non vedere che se n’è andato quel poco di romantico e di nostalgico che c’era nel calcio che avevano sognato da bambini. O forse invece ha ragione Rino “Ringhio” Gattuso che, dopo una vita a ringhiare in rossonero, si chiede se non sia quello svizzero in cui abita ora il calcio vero: «Dove devi farti le cose da solo».
Come succede nella vita di tutti, dove prima o poi anche i campioni arrivano. Tanto vale allenarsi alla normalità, su un campetto alla periferia del pallone: potrebbe servire a non naufragare, tra qualche anno, sulla prima isola degli (ex)famosi che passa.

Elisa Chiari

Nel segno dei giovani. Prandelli ha tracciato la strada, ora tocca seguirne l’esempio. L’Under 21, il primo baluardo. Setaccia i talenti, ne fa una squadra, li lancia verso la nazionale maggiore. Ciro Ferrara ha salutato, rispondendo alla chiamata della Sampdoria. E’ arrivato Devis Mangia, giovane anche lui, il tecnico che dovrà completare il lavoro del predecessore. Il materiale c’è, i problemi non mancano. Tanti giovani interessanti, alcuni finiti all’estero. Poco male, la strada è tracciata.

- Esordio col botto, gran vittoria con l’Olanda: impressioni?

"Positive, molto positive. C’erano tanti assenti, ne ho approfittato per allargare il gruppo. La disponibilità dei club ci ha permesso di stare insieme un po’ di giorni, il che ci ha aiutati non poco. Poi, i ragazzi hanno fatto il resto. Insigne, uno degli esempi più importanti: è tornato al Napoli, deve convincere ad alti livelli".

- Secondo lei, è pronto?

"Ha le qualità, l’atteggiamento giusto, il talento di un ottimo attaccante. Può giocare ad alti livelli".

- Spesso l’età ha rappresentato un freno: sbagliato?

"La carta d’identità non deve contare quando si scelgono i giocatori. I club che hanno giovani di valore devono avere interesse a farli giocare. Non può esserci differenza tra un giovane e un esperto: devono contare le qualità, solo quelle".

- L’Italia può essere un esempio?

"Mi sembra lo sia già: Prandelli ha dimostrato come per giocare in Nazionale non conti l’età. Ha messo in campo i giovani, ha ottenuto risultati".

- Club in crisi finanziaria, pochi investimenti sul mercato: e se fosse arrivato il momento in cui si comincia a puntare sui vivai?

"Ci sono buoni segnali, anche importanti. Mi sembra sia stata imboccata la strada giusta, da questo punto di vista".

- Idee per dare ulteriore impulso?

"Ho una mia idea: il salto di qualità nella cura dei vivai può essere legato alle seconde squadre, come del resto succede da una vita in Spagna, dove questo aspetto è tenuto in gran considerazione. Potrebbero giocare in B o in Prima Divisione di Lega Pro contribuendo anche a dare visibilità a quei campionati".

- Un modo per dare ai giovani più chance di giocare?

"Più si gioca e più si cresce: per i ragazzi è fondamentale. Preferisco giocatori che vanno in campo con regolarità piuttosto che ragazzi relegati in panchina da grandi squadre. Deve essere un obiettivo anche dei ragazzi? Assolutamente sì. Meglio per loro giocare con continuità piuttosto che stare a guardare. Anche a costo di andare all’estero? Se la scelta è tra campo e panchina, va sempre preferito il campo".

Ivo Romano

Serie A al risparmio, niente più follie, tanti saluti ai tempi delle vacche grasse. C’è chi s’è svenato, spendendo e spandendo, per acquistare costosi campioni e pagare loro lauti ingaggi. E ora ha scoperto che è giunto il momento di tirare la cinghia, cominciare a risparmiare, cambiare politica societaria.

Nel club degli spendaccioni pentiti, spiccano Milan e Inter, costretti a tagliare le spese, soprattutto alle voce stipendi, anche nel rispetto del Fair Play Finanziario voluto da Michel Platini. L’Inter aveva già venduto tanto (da Eto’o a Balotelli), ora ha preso a disfarsi di altri eroi del Triplete. E, soprattutto, non investe più sul mercato: niente arrivi di grido, complice l’assenza dalla Champions League (con conseguenti mancati introiti). Il Milan a vendere ha cominciato adesso, ma in modo addirittura traumatico: via Ibrahimovic e Thiago Silva, incassando un bel po' di soldi e risparmiandone altrettanti di ingaggi futuri. Del resto, c’è sempre chi è più ricco e può permettersi di sborsare vagonate di soldi per prendere fuoriclasse. Russi, arabi, americani: il nuovo che avanza sul fronte del calciomercato, contribuendo a cambiare le carte in tavola.

Calcio italiano, siamo all’Anno Zero. Soprattutto sul mercato. Noi costretti a risparmiare, altri in grado di comprare. Quest’anno sul ponte di comando del mercato europeo hanno comandato Paris Saint Germain, Chelsea, Manchester United, mentre lo stesso Barcellona, pur alle prese con un’autentica voragine debitoria, ha fatto le sue (poche ma dispendiose) operazioni.

Ma al di là dei singoli club (che analizzeremo in seguito) sono gli interi movimenti calcistici a dimostrare come qualcosa sia cambiato. C’è chi chiude in profondo rosso e chi con un attivo di bilancio (sul mercato). Nel secondo caso, l’Italia. Sì, dopo anni di spese pazze stavolta si chiude con segno +, unico tra i Paesi europei di avanguardia pallonara. I numeri parlano chiaro, al netto di un mercato che non ha ancora esalato l’ultimo respiro (difficile, comunque, che la sostanza delle cose cambi): al momento la bilancia tra entrate e spese di mercato dei club di serie A fa segnare un attivo di circa 15 milioni di euro. Un’inversione di tendenza, rispetto al passato più o meno recente.

La stessa inversione di tendenza fatta registrare dalla Liga spagnola, sempre che il Real Madrid non piazzi clamorosi colpi dell’ultima, che comunque non riuscirebbero a cancellare la nuova politica al risparmio. Solo la Liga, infatti, fa meglio della serie A: 32 milioni di attivo di mercato, senza grosse spese dei due big-club e grazie al quasi immediato disimpegno degli sceicchi sbarcati un paio d’anni fa a Malaga. Italia e Spagna incassano, gli altri spendono, in barba al Fair Play di Platini. Tra gli altri maggiori tornei del continente, è ancora la Premier League inglese a farla da padrona nella corsa alle spese: oltre 200 milioni di passivo di mercato per i club del massimo campionato britannico. Seguono la Ligue 1 francese (- 94 milioni, soprattutto per gli investimenti targati Paris Saint Germain) e la Bundesliga tedesca (poco più di 40 milioni).

Sul fronte dei club, è il Psg in testa alla classifica delle spese sul mercato estivo: 140 milioni in uscita (contro ben pochi in entrata). Seguono il Chelsea (80 milioni) e il Manchester United (54 milioni). Tra le top-ten, solo due italiane: Juventus e Roma. Invece è un’italiana a comandare la classifica degli incassi da cessioni: il Milan, che ha portato in cassa 63,5 milioni. Bene anche il Genoa (terzo posto), l’Udinese (settimo) e il Napoli (decimo), che però ha un bilancio in sostanziale pareggio per via degli acquisti. Il dato resta, lampante: calcio italiano che vira verso il virtuoso. Meno spese sul mercato, più risparmi negli ingaggi.

Ivo Romano

Per la serie: provincialismo all’italiana. Campionato più povero, nazionale non più ricca. Limite agli extracomunitari, dopo il Mondiale sudafricano: per uno che usciva di scena solo un altro poteva fare il suo ingresso, non più due come accadeva prima del disastro sudafricano. Incassata la delusione, trovata la formula. Sempre all’italiana, naturalmente. Norme poi abolite: la prima dopo anni di autarchia, la seconda dopo una sola stagione. Norme con un unico obiettivo: limitare gli stranieri quando il calcio italiano non produce talenti autoctoni in grado di garantire risultati e visibilità. Che, poi, non sempre è vero. Un anno fa, record storico per gli stranieri in Italia: numeri mai visti prima. Eppure l’Italia di Prandelli, con un bel po’ di forze fresche in campo, ha fatto la sua bella figura.

E allora magari gli stranieri sono un problema, ma solo a metà. Certo, sono tanti. Il paragone con il passato remoto non è neanche proponibile: la legge Bosman ha cambiato le carte in tavola, la libera circolazione ha decuplicato il numero di calciatori stranieri in Italia. Resta un dato: l’anno scorso s’è raggiunto il top, in fatto di numeri. Basti pensare al numero totale, nel calcio italiano: 1.195, una marea di giocatori importati.

Manco a dirlo, trend crescente, soprattutto ai massimi livelli, quelli della serie A: 362 per una percentuale pari al 47,82 per cento, quasi al metà del totale, come mai era accaduto prima. Un anno prima si era attestati al 43,71, nella stagione 2009-2010 al 40,11, nel 2008-2009 al 37,94, nell’annata 2007-2008 al 38,72. In sostanza, quasi il 10 per cento in soli 5 anni. Senza dimenticare un altro elemento, altrettanto (se non più) significativo: ad analizzare i minuti giocati, si scopre che i calciatori d’importazione hanno giocato più degli italiani (il 52 per cento del totale contro il 48), altro primato storico battuto nella passata stagione.

L’autarchia non abita più qui. Un tempo c’erano le classiche eccezioni, quelle che confermano la regola. Ora sugli stranieri, per un motivo o per l’altro, ci puntano un po’ tutti. Naturalmente, con qualche differenza, spesso sostanziale nei numeri.
Tra le squadre di A più straniere spicca l’Udinese, che sui calciatori importati ha fondato un’autentica fortuna, grazie a un sistema capillare di reclutamento che consente al club friulano di acquistare giocatori a prezzo contenuto per poi rivenderli con sostanziosi guadagni. L’anno scorso, l’Udinese ha schierato il 65,71 per cento di calciatori stranieri, tanto da essere il club più esterofilo, davanti alla Lazio (63,16), al Palermo (58,54) e al Genoa (55,26). Sul fronte opposto, invece, comandava il Siena, la squadra più italiana della serie A con una percentuale di stranieri pari al 25 per cento, seguita dall'Atalanta (34,29) e dalla Juventus, che ha vinto lo scudetto schierando il 38 per cento di stranieri.

Quanto alla stagione che sta per cominciare, impossibile tirare le somme. Alla chiusura del mercato mancano ancora un bel po’ di giorni, solo allora si potranno dare i numeri per capire se il trend è confermato e le percentuali destinate a lievitare. Un dato, comunque, è già sicuro: una nuova colonia di stranieri è già sbarcata lungo il porto della serie A.

Con qualche differenza rispetto al passato, in nome del risparmio. Niente più top-player (termine molto in voga, dalle nostre parti) in arrivo dall’estero, anzi sono sempre più quelli che dopo aver assaggiato il nostro calcio vanno a cercare fortuna (e quattrini) altrove. Samuel Eto’0 aveva inaugurato il nuovo trend, quest’anno l’Italia del calcio ha salutato campioni del calibro di Ibrahimovic, Lavezzi e Thiago Silva. Tra autentiche rivoluzioni (la Fiorentina smantellata e ricostruita è molto basata sui nuovi stranieri), altre comunque sostanziali (la Roma, ad esempio), un bel po’ di giovani e alcune autentiche scommesse, si dovrebbe arrivare a ben più di 50 nuovi stranieri (altri, però, sono partiti). E l’invasione continua.

Ivo Romano

 
 
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