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giovedì 03 dicembre 2020
 
 

Cambridge: la ricerca parla italiano

13/08/2013 

Etichette, con date di scadenza precisissime, che facciano il monitoraggio del cibo per dirci con precisione quando andrà a male. Adesivi che presentino, con immagini e dati, la qualità del vino contenuto nella bottiglia sulla quale sono attaccati. Sensori inseriti nei vestiti che misurino il battito cardiaco per avvertire se ci sono degli sbalzi preoccupanti. Cellulari e computer pieghevoli che indichino la qualità dell’aria.

«Tra dieci anni saranno possibili grazie al grafene, un materiale forte e trasparente come il diamante, il più sottile esistente in natura, ottimo conduttore di elettricità e calore». A parlare è il professor Andrea Ferrari, milanese, 40 anni, che guida il nuovo centro di ricerca di Cambridge su questo materiale estremamente versatile, avviato, due mesi fa, grazie a un miliardo di euro stanziato dall’Unione Europea.

Si tratta di un investimento enorme, mai fatto prima, che va a un progetto, la “Graphene flagship”, che durerà 10 anni e al quale partecipano università e industrie di 17 paesi diversi.

In questo gruppo l’Italia fa la parte del leone.

«Il nostro paese ha avuto un ruolo importantissimo nella conquista di questi fondi con il Consiglio nazionale delle ricerche in posizione dominante. Tra coloro che hanno lavorato alla“Graphene flagship” vi sono Vincenzo Palermo di Bologna e Vittorio Pellegrini di Pisa e ricercatori di istituti italiani come il Politecnico di Torino, quello di Milano, la Fondazione Bruno Kessler di Trento, l’Istituto italiano di tecnologia e l’università di Trieste».

Ferrari riconosce che le recenti liti sul budget tra i capi di governo europei potrebbero, in futuro, tagliare, almeno in parte, i fondi promessi, ma non dubita della determinazione dell’Europa a raccogliere i frutti di una scoperta nata proprio qui che “altri sono pronti a portarci via”.

La corsa al grafene è partita proprio con le ricerche, fatte con dello semplice scotch, dai ricercatori Andre Geim e Konstantin Novoselov dell’universita’ di Manchester, ai quali e’ stato assegnato il premio Nobel per la fisica.

Oggi, su questo straordinario materiale così duttile, che può prestarsi agli usi più diversi, si stanno buttando tutti, dalla Cina al Giappone, dalla Corea del sud, che vi ha già investito più di 300 milioni di dollari, a Singapore che, con una popolazione pari a quella della città di Milano, ha destinato al grafene 150 milioni di dollari.

Ai vari stati, che fanno parte del progetto, tocca trovare la metà dei fondi.

La Gran Bretagna ha già garantito 60 milioni di sterline e l’Italia 50 milioni di euro per i prossimi 10 anni. «Un importante annuncio su questi fondi avverrà il prossimo luglio», spiega Ferrari.

Un motivo di orgoglio per il nostro paese dove, secondo il professor Ferrari, «le industrie dovrebbero investire di più nella ricerca».

«La maggior parte vuole assemblare prodotti già in fase avanzata di sviluppo mentre le industrie straniere sono interessate, fin dall’inizio, a interagire con lo sviluppo di nuove tecnologie», dice il direttore del centro del grafene di Cambridge.

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Grafene, un'eccellenza italiana
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