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venerdì 30 ottobre 2020
 
 

Cameron fa male i conti

31/08/2013  A differenza di Blair, il premier non ottiene il via libera dal Parlamento per l'intervento in Siria. Pesa il ricordo dell'Irak. E Obama resta senza stampella.

David Cameron non è Tony Blair. Nel 2003, alla vigilia dell'invasione dell'Irak da parte della “coalizione dei volonterosi”, l'allora premier laburista ottenne il “via libera” alla guerra da parte del Parlamento, circondato dai manifestanti pacifisti. Tra i parlamentari del partito laburista la ribellione fu ampia (almeno 140 votarono no), tuttavia Blair, dopo un dibattito durato 9 ore e mezza, uscì vincitore dall'aula di Westminster. Questa volta Cameron ha fatto male i conti. Voleva avere il “via libera” per lanciare, insieme agli Stati Uniti, l'attacco alla Siria, ma è uscito sconfitto dall'aula: 285 a 272.

L'esito del voto, che Cameron ha subito detto di voler rispettare come espressione della volontà popolare, è una vittoria della democrazia parlamentare. Come ha scritto il quotidiano britannico Guardian: “il Parlamento ha fatto il suo lavoro”. L'esito del voto ai Comuni è stato determinato da diversi fattori. Primo: dopo gli interventi in Irak e in Afghanistan ormai l'opinione pubblica non accetta a cuor leggero nuove avventure belliche dall'esito incerto. Va ricordato che in Irak, fra il 2003 e il 2009, il Regno Unito ha perso 179 soldati, mentre in Afghanistan i caduti sono 444. Un costo pesantissimo.

Secondo: dietro l'intervento armato, a parte l'intenzione di punire Assad per il presunto uso delle armi chimiche, non si vede una strategia chiara. Si vuole un cambio di regime? Quale gruppo dell'opposizione si vuole sostenere? Insomma, manca l'exit strategy. Terzo: è forte il timore che il conflitto possa degenerare coinvolgendo Iran, Turchia, Libano, Israele, Irak. Nessuno vuole il mondo in fiamme il ritorno del terrorismo in casa (è ancora viva, a Londra, la memoria degli attentati del luglio 2005). L'uso delle armi chimiche fa orrore a tutti, ma non è più tempo di avventure militari al buio.

Questo è l'avvertimento che arriva da Westminster.
Un segnale che mette in imbarazzo altri leader europei, come il presidente francese Hollande, il quale tuttavia ha detto che la Francia farà ciò che ritiene giusto senza farsi influenzare dalle decisioni della Gran Bretagna. Ma chi deve preoccuparsi più di tutti è Barack Obama. Obama sperava di poter contare sulla “relazione speciale” che dai tempi di Winston Churchill, in politica estera, lega gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ora a Obama manca la stampella del Regno Unito, che già aveva messo in movimento la flotta e in allarme le basi militari a Cipro. Ora più che mai Obama sembra quello ritratto questa settimana sulla copertina del settimanale Time: un guerriero infelice.

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