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lunedì 06 dicembre 2021
 
 

Il silenzio delle terre sommerse

18/10/2012  In Camerun, le piogge di agosto continuano a fare danni: migliaia di persone in fuga. E incombe l'incubo dell'epidemia di malaria e colera. Qualcuno farà qualcosa?

Una parte del Camerun sta letteralmente affogando, colpita da violente inondazioni che dal mese di agosto non danno tregua al Paese africano. «Una calamità, la più grave degli ultimi 60 anni» l'ha definita il ministro della Comunicazione Issa Tchiroma Bakary, facendo appello a un intervento urgente per tamponare l'emergenza e prevenire la diffusione delle malattie che proliferano in questo tipo di contesto, malaria e colera su tutte. I cadaveri delle vittime affiorano ogni giorno e il loro numero è ancora destinato a salire, soprattutto quando sarà possibile raggiungere le zone più isolate del Nord del Paese, là dove gli aiuti non sono ancora arrivati per l'inagibilità delle strade e la mancanza di risorse umane ed economiche. Il paesaggio, descritto da chi ha avuto modo di vederlo con i propri occhi, è desolante: l'acqua ha sommerso tutto ciò che ha incontrato lungo la propria strada, case, fattorie, bestiame e l'intervento dell'esercito non è stato sufficiente a gestire ordinatamente l'evacuazione. Troppo estesa la superficie interessata, troppo pochi i mezzi a disposizione.

L'agenzia Plan international Cameroon e l'Unfpa (Unitednations population fund) hanno lanciato l'allarme: se da un lato bisogna continuare a impegnarsi per mettere in salvo quante più vite possibile, dall'altro è necessario avere la freddezza per mettere a punto un piano immediato per prevenire i rischi di epidemia da colera e malaria. Il timore delle infezioni è reale: sono già 3mila le persone ricoverate mandando in tilt il sistema sanitario dell'intera area e, ovviamente, le categorie maggiormente a rischio sono i bambini, specialmente quelli con problemi respiratori che nel Nord del Camerun hanno una notevole incidenza sulla popolazione infantile, e le donne in gravidanza. I ricoveri che sono stati allestiti qua e là attraverso l'impiego di tende non sono una soluzione adeguata per garantire standard minimi di igiene e, soprattutto, gli sfollati sono in numero troppo superiore rispetto alle dotazioni a disposizione. Da qui, l'esodo.

«Ormai sono circa 2 mesi che le strade sono interrotte e devastate dalla forza delle acque, e l’unico modo per raggiungere molti villaggi ed abitazioni è la piroga. Questo ha significato il blocco del commercio, e una grande difficoltà negli spostamenti di persone e beni. In queste condizioni di precarietà ambientale, parte della popolazione ha preferito emigrare, temporaneamente o per lungo tempo, in luoghi più sicuri, abbandonando casa e beni alla mercè della situazione»: il racconto che ci ha inviato Fabio Mussi della fondazione Pime non lascia spazio all'immaginazione. Le colture sono andate distrutte, quelle colture la cui raccolta era prevista proprio per questo periodo e che avrebbe garantito una riserva in vista dei prossimi mesi: «La perdita del raccolto, e del miglio in particolare, è una ulteriore aggravante: è facile prevedere che le scorte alimentari delle famiglie contadine (che corrispondono a circa il 90 % della popolazione) saranno inferiori al necessario per affrontare la prossima stagione secca. Di conseguenza è probabile che nei prossimi mesi ci sarà una carestia che colpirà buona parte delle popolazioni della zona inondata, abitata da circa 350mila persone». 

Allo stato attuale è ancora difficile fare delle stime sul numero di profughi e anche le istituzioni locali, sul tema, non si sono sbilanciate. Qualche preoccupazione, però, è inutile negarlo, c'è e la "fonte" sono le informazioni che cominciano ad arrivare sulle iscrizioni alle scuole elementari nella zona. « Innanzitutto bisogna tener presente che, a causa dell’inondazione, circa il 20% delle scuole elementari non hanno potuto iniziare  ancora i corsi regolari. L’80% delle scuole che hanno iniziato l’anno scolastico il 3 settembre, segnala dati contrastanti ma comprensibili. I complessi scolastici che si trovano nella zona più gravemente inondata, hanno segnalato una diminuzione sensibile degli alunni rispetto al 2011, mentre le scuole situate nelle zone considerate di “accoglienza” segnalano un aumento di alunni immigrati da altre località alluvionate»: tuttavia è facile capire che un'alta percentuale dei bambini delle zone alluvionate non andrà a scuola sia perché raggiungere gli istituti in questo momento è un problema serio, sia perché l'economia familiare non lo consente. Quello che prima era un sacrificio per un futuro migliore, ora è un ostacolo per la sopravvivenza nel presente. «Circa il 15% dei bambini che venivano seguiti nelle scuole elementari cattoliche con il “sostegno a distanza” non si sono presentati all’inizio dell’anno scolastico. Sono generalmente bambini provenienti da famiglie di contadini o braccianti, che vivevano con il lavoro giornaliero o con il frutto del raccolto annuale. Da una prima indagine si è potuto constatare che la maggior parte si è trasferita in altre zone, mentre per altri si sono perse le tracce. Per loro vi è il rischio di perdere l’anno scolastico, e a volte di non poter più riprendre la scuola. Anche con questo dramma, continueremo a seguire tutti i bambini che potranno  frequentare le nostre scuole».

«La Diocesi di Yagoua, attraverso il Codasc (Coordinamentodelle attività sociali e caritative) sta intervenendo in alcuni comuni rurali con azioni di prima assistenza e di approvvigionamento di acqua potabile. Parallelamente sta preparando un piano a medio termine per raggiungere le zone più isolate segnalate dalle missioni sul posto per i circa 50mila sfollati ancora residenti nella provincia di Mayo danay, la più toccata da questa disgrazia». Da una parte c'è il problema della crisi economica mondiale che indubbiamente influenza negativamente la solidarietà, dall'altra, però, si assiste all'ormai consueta indifferenza delle grandi potenze politiche e commerciali internazionali e la ragione è semplice: questa regione del Camerun non fa notizia, è abitata da gente tranquilla, non mette a rischio delicati interessi sovranazionali ed è lontana da ambiziosi giochi di potere. In altre parole, le inondazioni in Camerun sono viste come un problema marginale nello scacchiere internazionale, per lo più prive di interesse, come se fosse davvero possibile stilare una graduatoria delle vite che vale la pena salvare.

Rimane il fatto che, ricorda ancora Fabio Mussi, «ci sono 80.000 persone sfollate, di cui almeno 50.000 persone vulnerabili, cioè di età inferiore ai 15 anni, donne incinte, anziani e malati, che avrebbero bisogno di un segno di solidarietà concreta per poter riprendere il cammino con le proprie gambe. E come se non bastasse c'è da segnalare la presenza di elefanti e ippopotami che hanno dovuto lasciare, sempre a causa delle inondazioni, i loro luoghi abituali: anche loro, in qualche modo, sono degli sfollati ma in una situazione critica come questa le loro esigenze può capitare che contrastino con quelle umane e quando si tratta di alimentazione, beh, animali di quella stazza hanno facilmente il sopravvento».


Intanto però qualcosa comincia a muoversi, come nella Comune di Kai Kai dove la Diocesi di Yagoua si è prodigata per rimettere a disposizione per la prima accoglienza le aule della scuola, per garantire un minimo servizio di acqua potabile a circa 3mila sfollati. « Quanto si è fatto a Kai Kai è solo un primo piccolo interento che ci viene richiesto anche da altre Comunità e Comuni del territorio diocesano inondato: Daana, Nouldaina, Bastebe, Gobo, Viri, Maga, Mariam, Logone Birni, ecc. sono alcuni delle località inondate dove sono installate delle Missioni cattoliche, da settimane isolate per le strade, e raggiungibili a volte solo con delle piroghe, o percorrendo lunghi tratti nell’acqua. Certamente è compito soprattutto dello Stato, ma, con l’esperienza di altre situazioni vissute, è opportuno poter prevedere un intervento solidale per le popolazioni più bisognose. E’ con la speranza in una solidarietà umana e cristiana che gli operatori della Diocesi affrontano il cammino per permettere alla vita di riprendere».


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