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giovedì 11 agosto 2022
 
 

Mondiali: Innerhofer, e non solo

04/02/2013  Buoni auspici per gli sciatori azzurri ai mondiali di Schladmig: Innerhofer è tornato in forma e gli slalomisti son sempre tra i primi dieci.

Il cancelletto dei Mondiali di Schladmig sta per aprirsi. E le ombre azzurre sulla neve, dopo le ultime performance in Coppa del mondo, disegnano - almeno sulla carta - buoni auspici, soprattutto nella velocità, che apppartiene alla nostra tradizione di montanari del Sud solo marginalmente. Siamo stati, storicamente, soprattutto slalomisti e gigantisti,gente che pennellava curve strette, più che picchiate da brivido.


Non stavolta però. Da un paio d'anni a questa parte siamo diventati uomini Jet. Abbiamo assorbito la sorpresa Innerhofer - tre medaglie oro, argento e bronzo all'ultima edizione dei Mondiali due anni fa - e  visto crescere una piccola nidiata di velocisti dietro di lui: Matteo Marsaglia, il cittadino romano di nascita, piemontese d'adozione, e Dominik Paris il ragazzino, 24anni appena, per la velocità praticamente un bambino, già capace però di insidiare il posto ai migliori. 

La buona notizia è che dopo, un avvio di stagione accidentato, Innerhofer è tornato Winnerhofer e che gli slalomisti son lì sempre nei dieci, anche se finora non tutte le manche sono riuscite a dovere. Ma conta esserci, meglio se quando conta davvero. In mancanza dello strapotere di un Alberto Tomba, lo sci alpino ha il difetto dell'imprevedibilità, la condanna atavica a finire preda di troppe variabili, non ultimi i capricci del clima, che può cambiare all'improvviso le condizioni di gara. Così a naso, per quel che vale il polso tastato alle ultime gare, in casa nostra saranno Mondiali più azzurri che rosa. Mereghetti a parte, lo sci alpino non pare quest'anno un gioco da ragazze. 

Ma mai disperare. Precedenti illustri insegnano che l'imprevedibilità può diventare all'occorrenza un vantaggio per gli sfavoriti: una gara della vita è sempre possibile. Anche dove non sembra. Pochi posti come la neve sanno trasformare la matematica della classifica in un'opinione. È il suo bello o il suo brutto, secondo il punto di vista da cui la si guarda.

Elisa Chiari

Veloce, bello e nemmeno più tanto impossibile, se è vero che ora ha anche una fidanzata ufficiale. Scordatevi il cliché dello sciatore montanaro, un po' orso, chiuso tra le vette. Christof Innerhofer non è per niente così. Altoatesino dop, sta con disinvoltura e divertimento al gioco delle copertine patinate. Mette su l'aria del bel tenebroso e, quando le gare non incombono, fa il modello a tempo perso. Né si può dire, visti i risultati, che il gioco l'abbia distratto. Non fosse stato per il mal di schiena probabilmente starebbe sbancando la Coppa.


- Christof, a giudicare dalle prove, la schiena sembra migliorata. È così? 

"Sì, se così non fosse certi risultati sarebbero stati impossibili. E' vero che l'adrenalina delle gare che contano incide sulla percezione del dolore, ma è un vantaggio che non supera il 10%. Se il dolore è al di sopra di una certa soglia condiziona le gare, è inevitabile, se il corpo si ribella la testa non può farci granché. Ma ora sto meglio, non bene. Ma meglio". 

- Riesce a spiegare a un comune mortale che cosa si prova a quella velocità? 

"Chi fa questo lavoro impara a conoscerla man mano che cresce. E quando le condizioni sono buone è soprattutto un divertimento. Se non ti diverti non diventi un discesista. Ma quando le condizioni, fisiche o meteorologiche, non sono le migliori, anch'io ringrazio di arrivare sano in fondo alla gara. Col tempo brutto si ha più rispetto per la pista". 

- Com'è per lei una bella pista? 

"Ripida, veloce, con curve continue senza punti morti, con neve dura ma non come quella della primavera che gratta sotto gli sci. Quello è il tipo di neve che detesto". 

- A 28 anni è un giovane discesista, con un buon bagaglio di esperienza, che margine sente di avere? 

"E' difficile dirlo, dipende da molti fattori. Certamente aiuta l'esperienza: l'aver portato a termine più gare su una pista aiuta a domarla, ma tanto dipende anche dagli sci che hai, dalle condizioni fisiche, anche a un velocista esperto possono capitare passaggi a vuoto. Per come sto adesso però mi sento fiducioso. Ho già vinto abbastanza da non essere assillato dal bisogno di dimostrare". 

- Scaramanzie a parte, parliamo di obiettivi? 

"L'obiettivo per quest'anno erano le classiche non ancora vinte Wengen e Kitzbuhel. Le ho centrate e adesso posso dedicarmi al resto sapendo che è un sogno in più. Anche perché ho già a casa tre medaglie mondiali, una per colore, vinte due anni fa". 

- La vedremo di nuovo in discesa, SuperG e combinata? 

"Sì anche se per lo slalom di combinata sono poco preparato, per via della schiena sono riuscito a provarne solo 7 o 8". 

- Due avversari rispettabili come Paris e Marsaglia dentro casa sono un bene o un problemino?

"Un bene, ci si allena confrontandosi con una vera concorrenza, sapendo perfettamente quanto si vale. Un paragone utilissimo in vista delle gare". 

- L'abbiamo vista sulle copertine patinate, che rapporto ha con la popolarità? 

"Ottimo, è un piacere quando ottieni visibilità facendo bene il tuo lavoro". 

- Adesso ha una fidanzata, non è gelosa delle sue copertine? 

 "(ride). No. Sa benissimo che sono soltanto suo. Era tempo, dopo tanti anni da single". 

- La visibilità ha controindicazioni? 

"Non nel mio caso, il mio lavoro è sciare, se poi capita, in un momento tranquillo di giocare a posare da modello, è un diversivo che mi aiuta a scaricare, a non pensare sempre alle gare. Smaltire un po' di tensione aiuta. Ma sono e resto uno sciatore, il resto è in più". 

E adesso è tempo di clausura. Fino alla fine della Coppa del mondo. Unico diversivo: i Mondiali di Schladmig.

Elisa Chiari

Una volta si chiamava discesa libera, e discesa obbligata era lo slalom. Adesso la discesa è discesa e basta, intorno le altre specialità dello sci alpino si sono ramificate ed anche ingarbugliate, spartendo titoli ed anche sofisticazioni. Ma chi vince la discesa è a sempre il re. Di un giorno, di una stagione, di un Mondiale, di una Olimpiade.

Il 9 a Schladming, Austria, si assegna il titolo mondiale della discesa libera (detentore Erik Guay, canadese), con il nostro Cristof Innerhofer lanciatissimo dalla vittoria in questa stagione a Wengen, sulla pista-mostro chiamata Lauberhorn, e con un altro altoatesino come lui, Dominik Paris, lanciato alla notorietà dall’insperato recente successo a Kitzbuhel, sulla pista-mostro bis chiamata Streif. Sinora ha vinto il Mondiale di discesa un solo italiano, Zeno Colò, nel 1950 ad Aspen, Usa, dove vinse anche lo slalom gigante, disputato per la prima volta nella rassegna iridata, e fu secondo nello slalom speciale, ad appena 3 decimi dallo svizzero Schneider.

Colò è anche il primo e unico italiano ad avere vinto una discesa olimpica: aveva 32 anni quando ai Giochi di Oslo 1952 stracciò tutti. Gareggiava con sci di legno, una cuffia imbottita a far da casco, scendeva come aveva imparato da autodidatta sulle nevi del suo Abetone, anticipava lo stile a uovo per la massima aerodinamicità, ma stava più “alto”, ed era persino un poco legnoso. Era un assoluto naturale. Di mestiere faceva il tagliaboschi. Parole pochissime, timidezza che si involveva in scontrosità. Fece pubblicità, per pochi soldi, a una marca di scarponi e a una di giacche a vento, fu squalificato anzi sacrificato al dilettantismo ipocrita di allora, non gareggiò più. Era toscano, di nascita eccentrica rispetto ai posti sacri dello sci.

Lo abbiamo intervistato: era un forte tenero orso dell’Abetone, davvero. Deteneva anche il primato mondiale di velocità assoluta sugli sci, ai 136 all’ora. Morì povero nel 1993, a 73 anni, assistito negli ultimi anni dalla legge Bacchelli, prevista per aiutare chi ha dato lustro all’Italia.  Il suo erede era designato, designatissimo, si chiamava Eugenio Monti, classe 1928, di Dobbiaco, crescita cortinese, aveva battuto anche Colò. Ma nel 1952 si ruppe un ginocchio, guarì male, nel 1953 altra rottura, fine delle gare della discesa. Tentò nel fondo, aveva il fuoco dentro. Ma voleva il vento in faccia. Provò con le auto, gli suggerirono il bob. Vinse nove titoli mondiali, a due e a quattro. Ai Giochi di Innsbruck 1964 fornì un bullone decisivo per una riparazione del bob all’inglese Nash, che prese l’oro: lui Monti vinse il primo premio “De Coiubertin” intitolato al fair-play.

Gli mancava l’oro di Olimpia, tutto il mondo del bob tifava per lui, che finalmente fece sue le due medaglie massime ai Giochi di Grenoble 1968. Aveva quarant’anni, smise con le gare, faticò subito a sistemarsi nella vita. Storie balorde di rivalità valligiane, problemi con la moglie e la figlia che andarono a vivere in America, un figlio ucciso da un’overdose, e alla fine addosso e dentro a lui il Parkinson. Si uccise sparandosi in faccia nel 2003. Ricordato come “rosso volante”, come campione assoluto, come “artista” maledetto dello sport. 

Da Monti in avanti belle figure di discesisti italiani, non grandissime  figure di campioni. Da citare il cortinese Bruno Alberti, l'altro cortinese Christian Ghedina dalla bella lunga carriera sincopata anche da un gave incidente d’auto,  l’altoatesino Michael Mair, vincitori pure di gare di Coppa del Mondo, mai arrivati però all’affermazione mondiale o olimpica. Da ricordare che Gustavo Thoeni, slalomista sommo, una volta volle provarsi nella discesa già dalla Streif, la terribile pista di Kitzbuhel in Austria dove, prima di Dominik Paris, avevamo vinto solo con Ghedina e finì secondo per un centesimo.

Magari Alberto Tomba poteva imitarlo, ma sempre fu stoppato dal ”no” della mamma alla discesa, ritenuta troppo pericolosa. Lunga stasi maschile, dunque, almeno per risultati di vertice, mentre fra le donne le cose ci andavano meglio, con la Demetz prima, la Kostner poi. E prima la Schir e la Riva, e dopo la Compagnoni, tutte adepte del vento in faccia. Ma intanto le piste sono diventate autostrade, il supergigante ha contaminato la discesa (troppe le somiglianze di tracciato), restano due grandi piste eguali al loro stesso mito, e sono appunto il Lauberhorn di Wengen dove in questa stagione ha vinto Cristof Innerhofer e la Streif di Kitzbuhel dove l'altro giorno ha vinto un altro italiano, Dominik Paris altoatesino, a sorpresa, a sorpresissima.

Se adesso uno dei due vince il Mondiale – e sarebbe l’impresa delle imprese, sulle nevi di un’Austria dominatrice, nel tempo, della specialità - non possiamo dire che non ci abbia avvertiti.          

 
 
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