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Cannes
 

Bilancio provvisorio a Cannes: Italia Francia 2-0

16/05/2016  Giro di boa sulla Croisette. In attesa di vedere i nuovi film, una cosa si può dire: i film italiani di Virzì e di Bellocchio hanno ricevuto caldi applausi, quelli dei padroni di casa no.

Giro di boa sulla Croisette. Comincia la seconda settimana del 69° Festival di Cannes, quella in genere in cui il direttore generale Thierry Frémaux spara le migliori cartucce con un fuoco d’artificio di star e di bei film. Eppure, qualcosa di buono si è già visto. Soprattutto, si è vista parecchia Italia malgrado l’assenza di nostri titoli nella corsa alla Palma d’oro. Nella Quinzaine des réalisateurs, la sezione alternativa alla selezione ufficiale, nata 48 anni fa all’indomani delle contestazioni sessantottine ad opera dell’associazione dei cineasti francesi, ha raccolto applausi Fai bei sogni, il film di Marco Bellocchio ispirato all’omonimo romanzo di Massimo Gramellini. Per chi non avesse letto il libro, diciamo che si tratta dell’amara riscoperta da parte di un giornalista di radici e traumi della sua infanzia. A cominciare dalla improvvisa morte dell’amatissima madre quando lui aveva appena dieci anni. Un dramma autobiografico per Gramellini ma, in un certo senso, anche per Bellocchio che sembra voler chiudere il cerchio col suo film d’esordio, I pugni in tasca, in cui il giovane Lou Cassel finiva proprio per liberarsi dell’amata-odiata mamma. Ancora meglio è andata per Paolo Virzì che con La pazza gioia ha ricevuto una vera standing ovation ed è in odore di premio. Ha conquistato gli occhi e il cuore dei festivalieri la storia agrodolce di Beatrice e Donatella. Aristocratica, bionda, esuberante, sicura di sé e forte del suo vissuto la prima. L’altra mora, più giovane ma sfiorita, ripiegata su sé stessa, tatuaggi dark sparsi per il corpo, malinconia che trasuda dalla pelle. Donne diversissime ma accomunate dalla condizione di internate in una casa di cura psichiatrica toscana. Chi guarda scoprirà le loro storie poco a poco, mentre si dipanano episodi, ora buffi ora toccanti, durante una casuale fuga per la libertà. Splendide le protagoniste Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti che, tra sorrisi e lacrime, ci fanno riflettere sul significato della parola follia. E di quanto sia facile e ingiusto bollare come pazzia caratteri difficili e vite sbagliate.

LOACH COLPISCE AL CUORE

La pellicola di Virzì è una delle due che più ci son piaciute finora. L’altra è I, Daniel Blake in concorso per la Palma d’oro e porta la firma inconfondibile dell’inglese Ken Loach. Cantore degli ultimi e dei diseredati nella società britannica di ieri e di oggi, questo regista minuto, gentile, dalle idee tenaci riesce ogni volta a sorprenderci. Sedendosi in sala si sa già che sullo schermo vedremo le immagini di una vita disagiata che nulla ha a che vedere coi racconti roboanti della city. Eppure, Loach riesce ogni volta a toccare il cuore filmando, come pochi, l’umanità delle piccole persone. E trasformando disgrazie e disavventure di una banalità quotidiana in odissee appassionanti. Qui quella di Daniel Blake, 59 anni, carpentiere di Newcastle, vedovo che si è ammalato di cuore proprio per seguire la malattia della moglie. Ha sempre lavorato sodo ma ora il medico glielo vieta. Peccato che l’assistenza sociale britannica non gli riconosca l’invalidità e perciò, in attesa di un ricorso frenato da mille cavilli burocratici, lui debba darsi da fare per cercare un lavoro che non potrà fare. Pena, la perdita del sussidio di disoccupazione. Stringe la cinghia, scivola nella povertà, ma il suo cuore malato è ancora abbastanza forte per aiutare disinteressatamente gli altri: una giovane mamma con due figli piccoli, costretta dall’assistenza sociale a sloggiare a 450 chilometri da Londra pur di avere un misero alloggio in cui vivere. Momenti toccanti, veri. Fino alla tragica ribellione.
Per eleganza formale e qualità cinematografiche, il solo altro titolo degno di nota nel concorso per il Palmarès è Mademoiselle del coreano Park Chan-Wook. Ambientato nella Corea anni ’30 occupata dai giapponesi, è il racconto di un doppio imbroglio. Anzi, triplo. Piacente avventuriero, spacciandosi per conte, vuole irretire bellissima ereditiera nipponica tenuta reclusa da uno zio vizioso, collezionista di stampe e testi antichi a sfondo erotico che fa leggere alla leggiadra nipote davanti a facoltosi clienti. Il piano è di far assumere una scaltra complice come dama di compagnia della donzella. La complice però non sa che è destinata a sua volta ad essere tradita. Ma il tutto si ritorcerà contro il falso conte mercè la passione nata tra le fanciulle. Cinematografia di rara eleganza, con scene erotiche mai gratuite, legate alla trama.

MALE I FRANCESI MA BENE LE STAR

  

Ricasca invece nel vizio di una pornografia fine a sé stessa il francese Alain Guiraudie con Rester vertical. Storia piena di illogicità di uno sceneggiatore alla ricerca di ispirazione che finirà letteralmente per perdersi nel cuore rurale della Francia. Tra una bella pastorella, il rozzo genitore, un vecchio inacidito e ambiguo, un ragazzo efebico. E un branco di lupi giustizieri. Poco migliore il secondo titolo francese in concorso, Ma Loute del pur talentuoso Bruno Dumont. Ambientata sulla selvaggia costa di Calais nel 1910, questa pochade riprende la vecchia allegoria cinematografica secondo cui i poveri, brutti, sporchi e cattivi vogliono mangiare (alla lettera) i ricchi ma, a ben vedere, questi ultimi non sono meno debosciati. Spreco di bravi attori (Fabrice Luchini, ancora Valeria Bruni Tedeschi e Juliette Binoche) e di costumi d’epoca per uno spunto che non va oltre l’abbozzo per poi perdersi in cervellotiche cavolate. Si ride però con la coppia di imbranati poliziotti in bombetta che sembra presa pari pari dalle pagine del fumetto TinTin. Se questo sarebbe il meglio del cinema francese in gara, meglio far spazio ad altri. Come il rumeno Cristi Puiu che in Sieranevada narra la resa dei conti, a Bucarest, di un gruppo di familiari riuniti per la morte del capostipite. Personaggi variegati per una metafora su ciò che fu la vita sotto Ceausescu e ciò che ancora non è il dopo Ceausescu. Interessante, ben scritto. Ma il gioco claustrofobico della cinepresa mobilissima alla fine stanca: quasi tre ore sono decisamente troppe.
Sul resto del concorso meglio stendere un velo pietoso. A tenere alto lo charme del festival e a riempire di immagini Tv, giornali e siti internet sono state le proiezioni speciali. Woody Allen con Café Society ha mostrato, una volta di più, che si può fare sempre lo stesso film variando con gusto e grazia. La storia, debolina, è quella di un amore che non va in porto tra la Hollywood e la New York ruggenti degli anni ’30. Fotografia (di Vittorio Storaro), scenografie, costumi e musiche splendidi. Più interessante Money Monster di Jodie Foster sul sequestro di un imbonitore televisivo da parte di un poveraccio che ha perso tutto investendo in borsa sul titolo che lui diceva. La tensione poliziesca serve per far passare un duro atto d’accusa contro le manipolazioni televisive e i miraggi del Nasdaq. Poetico Il GGG (Grande Gigante Gentile), nuovo film di Steven Spielberg in cui si fa ricorso a tutti gli ultimi miracoli del digitale per portare sullo schermo il celebre romanzo di Roald Dahl. Divertimento puro, secondo la vecchia ricetta della coppia di poliziotti bastardi, quello assicurato da Nice guys di Shane Blake. Tutti film per cui non si rimpiangeranno i soldi del biglietto. Vedere poi sulla mitica scalinata rossa il sorriso (a piedi scalzi) di Julia Roberts, lo charme di George Clooney, l’eleganza di Kristen Stewart, la gigioneria di Ryan Gosling e Russell Crowe è stato miele per i cinefili assiepati.

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Cannes, le dive protagoniste assolute sulla Croisette
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