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Cannes, questo sì che è cinema

24/05/2014  Si chiude oggi un'edizione del festival ricca di film di valore, capaci di gettare uno sguardo non scontato sull'attualità sociale e politica. Per noi la Palma d'oro spetta alla mamma-operaia dei fratelli Dardenne. Bella la gara per la miglior attrice: Juliette Binoche, Marion Cotillard, Bérénice Bejo.

Una scena di "Jimmy's Hall". In alto: Juliette Binoche.
Una scena di "Jimmy's Hall". In alto: Juliette Binoche.

Raramente è capitato di vedere una così buona selezione di film come quella di quest'anno sulla Croisette. Perfino in chiusura di rassegna, quando già si vorrebbe cominciare a tirare le somme. Messa rapidamente da parte la scontata delusione per il titolo portato in concorso da Jean-Luc Godard (il presunto genio elvetico che da anni non realizza più un film degno di questo nome limitandosi, come in questo Adieu au langage, a fare un collage schizofrenico di immagini commentate da una voce fuori campo che enuncia aforismi pretenziosi), ci siamo seduti in platea con tutti i migliori propositi per rifarci gli occhi e lo spirito vedendo Jimmy's Hall del britannico Ken Loach.
 
Cineasta militante, da sempre attento al disagio sociale e ai lavoratori, Loach non ha deluso proponendo uno dei suoi temi preferiti: la sottomissione violenta da parte del governo britannico degli slanci repubblicani ed egualitari che scossero l'Irlanda dei primi decenni del Novecento. Stavolta la cinepresa narra le vere disavventure di Jimmy Gralton, leader comunista irlandese che, dopo dieci anni di confino negli Stati Uniti, può finalmente far ritorno alla malandata fattoria della vecchia madre. Gli amici di sempre, ma soprattutto i giovani che tanto hanno sentito parlare di lui, lo pregano di riaprire il vecchio locale, il Jimmy's Hall appunto. Lui tentenna, poi cede perché è vero che nella regione non esiste un posto dove persone libere e perbene, per quanto indigenti, possano riunirsi per bere, danzare, chiacchierare, imparare a leggere apprezzando la poesia, discutere dei propri interessi. Insomma, una via di mezzo tra il dopolavoro e il circolo culturale, con l'aggiunta di ottimo jazz (la musica del diavolo).

Il crescente successo nonché l'influenza delle idee estremiste di Gralton provocheranno la reazione dei benpensanti filo-britannici, della polizia e del locale vescovo, tipico esponente del conservatorismo di allora. Finché a rimetterci sarà ancora Jimmy, nuovamente espulso dalla sua terra e dalla sua vita. Nel film c'è tutto: la verde e languida Irlanda, tè e wisky eccellenti, i proprietari terrieri cattivi, i popolani angariati, un curato che preferisce il bastone della polizia al dialogo (pur ammirando il coraggio di Jimmy). Tutto un po' troppo scontato per un Ken Loach che, seguendo lo stesso binario, ha saputo vincere nel 2006 la Palma d'oro con S'alza il vento. Buon film, insomma, ma difficilmente comparirà nel Palmarès.

Discorso analogo per l'ultimo titolo francese in concorso, Sils Maria di Olivier Assayas. Pellicola dal sapore dichiaratamente teatrale in cui un'attrice ormai di chiara fama (la stupenda Juliette Binoche) si lascia convincere da un regista rampante a recitare di nuovo nella pièce che vent'anni prima l'aveva rivelata alla critica. Solo che, invece di vestire i panni della giovane eroina, stavolta impersonerà la donna più matura, colei che esce sconfitta dalla storia. L'attrice si ritira nella casa di montagna, persa nell'Engadina, dell'autore della pièce che era suo amico ed è morto da poco. Prova ripetendo le battute alla sua assistente (una convincente Kristen Stewart) che, essendo giovane, ha tutt'altro punto di vista sul testo. La cosa la turba, costringendola a pensare davvero a sé e all'età che avanza. Gli scontri verbali aumentano quando alle prove si aggiunge la star in erba (brava Chloe Grace Moretz) con cui dovrà dividere la scena.

Il tempo non fa sconti a nessuno. Teatro nel cinema o teatro della realtà? Forse un po' troppo per lo spettatore comune, ma bellissima prova della Binoche. Che magari meriterebbe la Palma per la migliore attrice, ma è in concorrenza con la toccante  Bérénice Bejo di The search (il film sulla Cecenia di Hazanavicius) e soprattutto con l'eccelsa Marion Cotillard di Due giorni, una notte. Comunque, un'annata straordinaria questa per le interpreti francesi.

Quasi sul filo di lana, ecco però il film che potrebbe sparigliare la previsioni.
Mommy, firmato dal presunto enfant prodige canadese Xavier Dolan, è fatto apposta per dar lustro alla giuria che volesse premiarlo. Al centro del melodramma c'è il rapporto d'amore estremo, ossessivo, tra una madre eccentrica ma comunque coraggiosa e un figlio adolescente, iperattivo e violento, scosso da turbe psichiche. Specie da quando, tre anni prima, è morto il papà. Diane, la mamma, non si lascia schiacciare dalla vedovanza e tiene con sé il ragazzo, espulso dalla scuola sorvegliata che frequentava. Ma come far fronte a quel giovane uomo tanto pericoloso quanto terribilmente affettuoso?

Aiuto inaspettato le arriverà dalla vicina di casa, Kyla, anche lei psicologicamente fragile... Fotografia dalle luci vivide, dialoghi sincopati, musiche da hit fanno di Mommy un film rock'n'roll. Tutto è sovraccarico, emozioni e sentimenti sono sopra le righe. Come nel precedente film di Dolan, Tom à la ferme, presentato lo scorso anno a Venezia (ma meno riuscito). Scommettiamo però che troverà posto nel Palmarès? Perché questo venticinquenne regista con la cinepresa ci sa fare. Il guaio è che ne è consapevole e filma con la pretesa che gli sia riconosciuto. Il suo è un cinema artificiale, l'opposto di quello dei fratelli Dardenne ai quali confermiamo la nostra Palma d'oro del cuore.

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