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Capaci 23 maggio 1992, il coraggio dei vivi

23/05/2017  In occasione dell'anniversario della strage di Capaci, ripubblichiamo il Dossier che realizzammo nel ventennale per raccontare il coraggio di chi andò in prima linea

«Gli uomini passano le loro idee continuano a camminare sulle gambe di altri uomini».  L'abbiamo sentita ricordare da tanti, negli anni, questa frase attribuita a  Giovanni Falcone. Da tanti che in questo lungo tempo si sono impegnati a non tradirne la memoria, da tanti che sentono, più o meno legittimamente, di averne raccolto l'eredità, ma anche, giusto dirlo, dai troppi estimatori postumi. Sarà la storia a dire chi è stato all’altezza dell’esempio e chi no, noi non ne abbiamo l'autorità, però ci piace l'idea di ricordare Giovanni Falcone, e con lui Paolo Borsellino che 57 giorni dopo ne ha condiviso consapevolmente la vita e la morte e con loro gli angeli custodi che li seguivano per proteggerli, pensando al gesto, in questo caso non tanto metaforico, del “camminare”.

Abbiamo pensato di farlo partendo da un fatto oggettivo: dalla scelta di un piccolo drappello di magistrati, che, oscuri nell’ombra, hanno accettato, subito dopo le stragi di Capaci e Via D'Amelio, di andare a farsi carico di quel che c'era da fare, di "migrare" per una fetta della loro vita a Caltanissetta, nel cuore arido della Sicilia devastata dalle bombe, per coprire i buchi della piccola Procura scoperta, competente per i reati riguardanti magistrati di Palermo, improvvisamente gravata dalla responsabilità delle indagini sulle stragi. Non erano lì. Non ci si sono trovati per una coincidenza della storia, ci sono andati.

Neanche dieci giorni dopo Capaci, arrivarono  Carmelo Petralia, Paolo Giordano e Pietro Vaccara, i primi due da Catania, il terzo da Messina, tutti siciliani, tutti poco più che quarantenni, nominati il 2 giugno del 1992. Nelle parole di Petralia, pronunciate quel giorno, c'è l'idea di come si stava:  «Ci hanno chiesto la nostra disponibilità e noi andiamo», commentò alla notizia dell'applicazione avvenuta, «ma nessuno è in possesso di bacchette magiche. Speriamo, non appena i riflettori puntati su questa triste vicenda si spegneranno, di non rimanere soli, senza uomini e mezzi e con un codice di procedura penale inadeguato a combattere la mafia».

Non restarono soli. Dopo un’altra mezza tonnellata di tritolo, quando "le tristi vicende" erano diventate due, altri due magistrati sbarcarono sull’isola, il 2 novembre, in spregio a ogni scaramanzia. Ilda Boccassini, 43 anni, veniva da Milano, 975 km da casa. Era la più lontana fisicamente, ma aveva avuto il tempo e il modo di mettere il nuovo codice di procedura penale, in vigore dal 1989, alla prova di un'indagine di mafia andata a sentenza di primo grado a Milano proprio il giorno dei funerali di Falcone. Fausto Cardella, 42 anni, arrivava da Perugia, 650 km da casa. Erano tutti al massimo un nome in cronaca.

Nessuno, tranne pochi addetti ai lavori, probabilmente, in quei giorni, si è accorto della loro partenza. Ma quando nel novembre 1993 - alla conferenza stampa che faceva il punto sulle prime ordinanze di custodia cautelare per Capaci - li abbiamo visti in faccia per la prima volta, dopo un anno di lavoro, e li abbiamo sentiti dire che almeno sulla strage di Capaci il quadro si stava facendo chiaro, la loro presenza lì, il loro gesto, sono stati la prova tangibile, che non tutto era finito a via D'Amelio, che Falcone aveva avuto ragione: altri avrebbero fatto vivere le cose in cui lui e Borsellino avevano creduto.

Sappiamo bene che non sono stati gli unici, sappiamo che le stesse cose vivono quotidianamente nell'esperienza di tante altre persone non citate qui: colleghi, amici, forze dell’ordine, giovani magistrati che sui crateri aperti hanno preso impegni morali non meno significativi. Ma in quel migrare, in quel dire sì, in quel preciso momento, ciascuno con le proprie motivazioni personali, con i tormenti che certamente ha comportato il distacco dagli affetti e dalla quotidianità della vita normale, c'è stata una fisicità, se così si può dire, potentemente simbolica. Se, con il tritolo alle spalle e molte centinaia di km davanti, avessero detto “no grazie, tengo famiglia”, nessuno avrebbe osato eccepire. Forse nessuno, fuori dalle loro stanze, se ne sarebbe accorto. 

Nessuno avrebbe avuto da ridire se Gian Carlo Caselli, da Torino, non avesse chiesto di andare nel 1993 a guidare la Procura, prestigiosa ma laceratissima, di una Palermo che sembrava Beirut. Però hanno detto sì e allora è tempo di ricordare, non solo perché non si può dire che in questi vent’anni si siano sprecati i ringraziamenti, ma perché nel passato ha radici il presente. La Direzione distrettuale di Milano guidata da Ilda Boccassini ha in corso contro la 'ndrangheta il primo maxiprocesso di criminalità organizzata al nord. La Procura guidata da Gian Carlo Caselli, a Torino,  si sta occupando del secondo. Saranno pure coincidenze, ma si continua a camminare. (23 maggio 2012)

Post scriptum 23 maggio 2017

Il maxiprocesso, noto alle cronache come "Infinito", istruito dalla Dda guidata da Ilda Boccassini, è andato a sentenza definitiva nel 2014 in rito abbreviato e nel 2015 in rito ordinario portando a oltre 150 condanne a Milano. 

Il maxiprocesso, noto alle cronache come "Minotauro", cominciato a Torino nella Procura della Repubblica guidata allora da Gian Carlo Caselli e prima da Marcello Maddalena, sezione Dda guidata da Sandro Ausiello,  è andato a sentenza definitiva in rito abbreviato nel 2015 e in rito ordinario nel 2016, con molte condanne confermate e alcune posizioni rinviate in Appello. 

Per la prima volta setenze definitive hanno messo nero su bianco la struttura unitaria di un'organizzazione mafiosa chiamata 'ndrangheta, nonché il suo radicamento in Lombardia e Piemonte.

 

i processi, il punto su Capaci, 23 maggio 2012

  

L’indagine sulla strage di Capaci ha retto fino in Cassazione, la parola fine su mandanti ed esecutori materiali di quella strage è stata messa dalla suprema Corte nel 2008, con la conferma delle condanne che ci dicono come e da chi sono stati uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. La Procura di Caltanissetta sta ancora provando a rispondere alla domanda: “Perché?” dopo che nel 2009 le dichiarazioni del pentito Spatuzza hanno aperto nuovi spiragli. Il capo della Procura Sergio Lari conferma, in un’intervista rilasciata in coda al libro di Maria Falcone e Francesca Barra Giovanni Falcone un eroe solo,  che si tratta di approfondire e che nulla di quello che recentemente è emerso scalfisce l’impianto dell’indagine portata avanti a ridosso della strage: «Per ragioni di riserbo investigativo», si legge nel libro, «non posso aggiungere altro ma ritengo doveroso evidenziare che si tratta di indagini ancora in corso che non mettono in discussione i risultati processuali ottenuti nei processi già celebrati sulla strage di Capaci, ma che mirano, semmai a individuare ulteriori responsabilità rispetto a quelle già accertate giudiziariamente. In altri termini, ciò significa che le nuove indagini, diversamente da quanto verificatosi per la strage di via D’Amelio, non scagionano nessuna delle trentasei persone che sono state condannate in passato per la strage di Capaci, tutti personaggi di spicco di Cosa Nostra».

Il punto su Capaci 23 maggio 2017

Il 26 luglio 2016, al processo Capaci Bis, che integra le risultanze processuali diventate definitive con le 36 condanne definitive del 2008, la Corte d’assise di Caltanissetta ha condannato in pirmo grado all’ergastolo quattro dei cinque imputati. Carcere a vita, per Salvo Madonia,riconosciuto dalla Corte tra i mandanti della strage, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello, come era stato chiesto dai pm della Procura nissena. Assolto invece Vittorio Tutino.

Il punto su via d'amelio 23 maggio 2012

  

Via D’Amelio è un cratere ancora aperto anche dal punto di vista processuale. Tre processi non sono bastati a fare luce sulla morte di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli, Claudio Traina e Agostino Catalano e un processo Borsellino quater si aprirà probabilmente presto a Caltanissetta. L’indagine e i successivi processi, tra depistaggi e ritrattazioni, hanno cominciato a deragliare nell’estate del 1994 quando Vincenzo Scarantino ha iniziato a collaborare con i magistrati autoaccusandosi del furto della 126 imbottita di tritolo, esplosa in Via D’Amelio. Lo smentiranno le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, nel 2009, facendo crollare un impianto che aveva retto in Cassazione, non senza contrasti. Eppure già ai primi di ottobre del 1994, poco prima che scadesse il suo mandato nisseno, Ilda Boccassini, come testimoniano due relazioni, una delle quali firmata anche dal collega Roberto Sajeva della Dna, aveva espresso per iscritto ai colleghi e al capo della Procura nissena di allora i suoi dubbi in merito all’attendibilità di Scarantino, cui neppure la Procura di Palermo avrebbe poi dato credito.  Sette condannati all’ergastolo in conseguenza delle accuse del falso pentito Scarantino sono stati scarcerati nell’ottobre del 2011. Scarantino e altri tre che hanno sostenuto le sue dichiarazioni sono sono stati rinviati a giudizio per calunnia aggravata.

Il punto su via D'amelio 23 maggio 2017

Il 13 marzo 2013 il Gup di Caltanissetta Lirio Conti emette le condanne di primo grado in rito abbreviato. Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, accusati di strage, sono condannati rispettivamente a 15 e 10 anni di carcere. Salvatore Candura, accusato di calunnia, è condannato a 12 anni di reclusione. La Procura aveva chiesto 13 anni per Spatuzza, 10 anni per Tranchina e 10 anni e mezzo per Candura. Il 20 aprile 2017 La Corte d’Assise di Caltanissetta, presieduta da Antonio Balsamo, ha emesso la sentenza di primo grado del processo “Borsellino quater“. Ergastolo per Salvuccio Madonia e Vittorio Tutino, entrambi accusati di strage. Dieci anni ai falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci, chiamati a rispondere di calunnia per le false dichiarazioni rese all’inizio delle indagini. “Non doversi procedere” per Vincenzo Scarantino, per intervenuta prescrizione. Ai familiari delle parti civili costituite sono state liquidate provvisionali immediatamente esecutive comprese tra i 100mila e i 500mila euro ciascuno.

Altre indagini sono in corso. Restano aperte domande impegnative: perché ci sono state persone che si sono autoaccusate di una strage che non avevano commesso? Chi le ha indotte a farlo? Come? 

23 maggio 2017, dove sono ora

  

Gian Carlo Caselli è stato a Palermo sette anni, dal 1993 al 1999. Nel 2012 era capo della Procura di Torino. E' in pensione dal 2013.

Ilda Boccassini ha lasciato definitivamente Caltanissetta, alla scadenza dei due anni, nell’ottobre del 1994. Nel 1995 ha lavorato sei mesi a Palermo chiamata da Caselli. Oggi è procuratore aggiunto a Milano, coordina la Direzione distrettuale antimafia.

Fausto Cardella è rimasto a Caltanissetta 14 mesi. È tornato a Perugia ai primi del 1994. Nel 2012 guidava la procura di Terni, oggi è procuratore generale a Perugia.

Carmelo Petralia è diventato nel 1993 sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, in quel ruolo ha potuto continuare ad affiancare per qualche tempo i colleghi della  Procura nissena. Nel 2012 guidava la Procura di Ragusa, oggi è procuratore aggiunto a Catania.

Francesco Paolo Giordano è diventato nel 1993 procuratore aggiunto a Caltanissetta, in quel ruolo ha rappresentato la pubblica accusa in udienza al processo per la strage di Capaci. Nel 2012 guidava la Procura di Caltagirone oggi quella di Siracusa.

Pietro Vaccara è rimasto a Caltanissetta dieci mesi. È morto nel 2009, era Procuratore aggiunto a Messina.

 
 
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