Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
sabato 13 aprile 2024
 
dossier
 

«Cara Brittany, la tua vita merita di essere vissuta comunque»

31/10/2014  A Philip Johnson, oggi trentenne, nel 2008 è stato diagnosticato un tumore al cervello di 3° grado e un anno e mezzo di vita. Oggi è lui che scrive a Brittany di non mollare anche se «capisco che quando ti dicono che hai questo lasso di tempo, senti come se dovessi morire domani».

Astrocitoma anaplastico. è stata questa la diagnosi per Philip Johnson sei anni fa quando era ufficiale della Marina statunitense nel Golfo Persico e una speranza di vita di un anno e mezzo. «Ricordo il momento in cui ho visto le immagini computerizzate del cervello. Sono andato nella cappella della base e sono caduto a terra piangendo. Ho chiesto a Dio "Perché io?"», ha scritto Johnson in un articolo pubblicato il 22 ottobre sul sito web della diocesi di Raleigh (Stati Uniti) e intitolato Cara Brittany: le nostre vite valgono la pena di essere vissute, anche con un tumore a cervello.

«Perderò gradualmente il controllo delle mie funzioni corporee in età giovane, dalla paralisi all'incontinenza, ed è molto probabile che scompaiano anche le mie facoltà mentali e che arrivi a confusione e allucinazioni prima della mia morte», scrive Johnson dopo aver consultato i suoi medici.
«La mia vita significa qualcosa per me, per Dio e per la mia famiglia e i miei amici, e tranne una guarigione miracolosa continuerà a significare qualcosa anche molto dopo che sarò paralizzato in un letto d'ospedale». E ancora: «La mia famiglia e i miei amici mi vogliono bene per quello che sono, non solo per i tratti di personalità che se ne andranno lentamente se questo tumore avanzerà e si prenderà la mia vita».


Lui che nel frattempo è entrato in seminario, rispondendo a una chiamata sentita sin da ragazzo. Lui che, pur riconoscendo lo sfinimento della situazione e la "umana" tentazione di porre fine alla sua vita "nei propri termini", rivolgendosi a Brittany dice: «Cara Brittany, le nostre vite valgono la pena di essere vissute anche con un tumore al cervello».   

Johnson che nella sua preparazione al sacerdozio è stato capace di servire altre persone con malattie in fase terminale e ha imparato «che la sofferenza e il dolore del cuore che sono parte della condizione umana, non devono essere sprecati e interrotti per paura o cercando il controllo». E ha concluso: «Non cerchiamo il dolore per se stesso, ma la nostra sofferenza può avere un grande significato se cerchiamo di unirla alla Passione di Cristo e di offrirla per la conversione o le intenzioni degli altri».

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo