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venerdì 30 ottobre 2020
 
Un tuffo nell'oro
 

"Cara Tania, hai superato tuo padre", parola di Giorgio Cagnotto

29/07/2015  Era la fine di giugno, poco dopo gli Europei di Rockstock, da cui Tania è tornata con tre ori. Un momento di calma, in cui Giorgio Cagnotto ha avuto il tempo di raccontare la famiglia e la figlia a tutto tondo, ammettendo di essere stato "superato" come tuffatore. E non sapeva ancora dell'oro mondiale...

I complimenti arrivano spiccioli, attorno alla piscina di Bolzano dove Giorgio Cagnotto è di casa più che a casa. Li prende con un sorriso ma fa in modo che non si attacchino all’orgoglio: un po’ perché cullarsi sugli allori non è roba per piemontesi schivi migrati all’est. Un po’ perché non c’è tempo di lustrare le tre medaglie d’oro portate da Tania agli Europei di Rostock: Rio 2016 è lì a 13 mesi ed evoca pensieri, passati e futuri, che un padre allenatore deve tenere a bada.

Quando il tuo fantasma, lenzuolo bianco d’ordinanza con cerchi olimpici, torna indietro, dopo 40 anni, negli occhi di una figlia, le parole non servono. Un abbraccio e un silenzio pieno di cose dicono il necessario. Monaco 1972, Giorgio Cagnotto a 2,46 punti dall’oro. Londra 2012, Tania Cagnotto due legni a pochi centesimi dal bronzo. Difficile immaginare la vita riflettersi nei cocci di uno specchio più di così.

«Da Londra siamo tornati feriti tutti e tre, lo ammetto: io, da padre e da allenatore, soffrivo per Tania. Tania, da atleta e da figlia, soffriva per me. Mia moglie (Carmen Casteiner ex tuffatrice anche lei, ndr), che vuole bene a tutti e due, forse sugli spalti è stata peggio di tutti. Abbiamo parlato a lungo lei e io, il giorno dopo, al tavolino di un bar al villaggio olimpico: almeno Carmen i suoi sentimenti li ha sfogati lì. Ho di quei momenti ricordi di emozioni intense. Londra era l’Olimpiade perfetta: per l’età, per l’esperienza, per la concorrenza. Nel singolo ha giocato contro la sorte che in gara un po’ conta sempre, nel sincro un giudizio che ancora mi pare ingiusto. Ma lo sport è anche questo. Sembra strano, ma se ne esce anche più forti».

Giorgio l’ha visto a Rostock in una cosa che sfugge ai non addetti ai lavori: «Tania era in testa prima dell’ultimo tuffo, il suo preferito: gran voglia di dimostrare qualcosa a sé stessa e rischio di restarne schiacciata, in una gara che l’aveva già tradita in Europa. L’ho vista sbagliare il presalto, atterrare sulla tavola sbilanciata in avanti. Il tuffo era un “rovesciato” e doveva ruotare indietro. C’è chi casca in acqua così. L’ho vista fare un movimento non automatico per correggere. Solo chi è davvero padrone può controllare un momento simile. Mi ha stupito, sì».

Non si finisce mai di sorprendersi, neanche quando riconosci da sempre nelle sue gambe la forza esplosiva che le hai dato con i geni, ancor meno se pensi che quell’ultimo tuffo poteva essere la «classica cagnottata». Era il neologismo coniato dal suo allenatore per Giorgio tuffatore e lui se lo rivende come un marchio di fabbrica ridendo: «Ero bravo, a rovinare gare all’ultimo tuffo». Eccola lì la forza dei Cagnotto: l’arte di non prendersi troppo sul serio, nemmeno a 2,46 punti dal tetto del mondo: «Tania è più professionista, di cagnottate ne ha fatte poche. A volte rimprovera a me una vena di faciloneria».

Capita quando si diventa padri d’arte: «Mentre crescono, che siano atleti, figli, bisogna tarare i rapporti: l’ho capito il giorno che Tania, adolescente, mi ha detto: “Sei cambiato”. Era lei che cresceva e non mi riconosceva. Ora, che ha trent’anni, a un’atleta così hai poco da dire. Ci devi solo essere.».

Come quella volta a Montreal 2005, bronzo mondiale nel trampolino da 3, per Giorgio la soddisfazione più grande: «Un temporale prima dell’ultimo tuffo, all’aperto. Fuggi fuggi e niente per ripararsi. D’istinto l’ho portata in zona mista (dove si incontrano atleti e stampa, ndr), le ho dato una sedia, le ho detto: “Tranquilla, siediti lì, quando ricomincia la gara ti riscaldi e fai l’ultimo tuffo». È finita con Giorgio, già zuppo di pioggia, in piscina vestito.

«Sarò anche morbido, non solo con mia figlia, ma non sono il tipo di allenatore che pretende un risultato a tutti i costi: non penso tanto al doping (poco utile in uno sport così tecnico, ndr), quanto ai “dopati d’allenamento”, sfiniti di ripetizioni. Io se vedo uno cotto lo fermo: i tuffi sono anche un rischio. Un giorno, dopo tanti anni che non mi tuffavo più, sono salito sulla piattaforma per controllare una cosa e per un attimo l’ho pensato: “Ma io faccio tuffare mia figlia da qui?”. Ecco, io vorrei che i tanti che giudicano un errore davanti alla Tv, una volta sola provassero ad affacciarsi alla lingua di cemento sospesa a 10 metri dall’acqua, per provare la vertigine che dà. Poi tornino pure giù dalla scaletta».

L’altra vertigine verrà dopo Rio 2016, il giorno che Giorgio accompagnerà Tania all’altare: un brivido sconosciuto esorcizzato ancora una volta con una battuta: «Ci chiedevamo quando quagliassero… Finirà che arriva a Rio con la testa piena di confetti».

E forse è meglio così: «Glielo ripeto spesso: andiamo a Rio, ma non per riscattare Londra». Poi le strade si divideranno: «L’allenatore finisce, il padre è per sempre».

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