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sabato 20 aprile 2024
 
 

Cardella: "Sappiamo chi ha ucciso Falcone, non tutti i perché".

20/05/2012  Fausto Cardella: "Lavoravo a Perugia, mi chiesero di andare in Sicilia. Decisi in poche ore. Indagammo con spirito laico, senza voglia di vendetta".

 

Di Fausto Cardella colpisce la franchezza pacata, mischiata alla ritrosia iniziale, per niente affettata. Colpiscono l’onestà intellettuale e il racconto scarno, senza fronzoli, a distanza di sicurezza da ogni possibile retorica, di un’esperienza estrema come se fosse normalità. Quasi che fosse una cosa naturale sentirsi chiedere di andare in prima linea, a bruciapelo, prendere o lasciare, senza preavviso né tempo di pensare. E andarci, senza enfasi, con altrettanta normalità. Da Perugia dove faceva il sostituto procuratore, si è ritrovato sprofondato a Caltanissetta, cuore della Sicilia profonda e delle indagini sulle stragi. Il fatto che proprio là fosse nato è stato solo un capriccio del destino. Oggi è capo della Procura di Terni e che si sappia non ha mai parlato di quei giorni. Vent’anni dopo, senza traccia di vanità, ci fa entrare nelle stanze in cui ha vissuto 14 mesi di una vita, che non è stata più la stessa fuori di lì. 

Partiamo dalla cronaca di una decisione non annunciata: come finì in Sicilia nel 1992?

«Quel giorno avevo incontrato a un convegno Gianni Tinebra, da poco capo della Procura di Caltanissetta. Erano i primi di ottobre del 1992. Ci conoscevamo anche se non bene, mi chiese se fossi disposto ad andare a lavorare a Caltanissetta. Si trattava di  stare via almeno sei mesi e chiesi di pensarci. Mi rispose: “Pensaci con comodo, stasera mi dai una risposta”. Tutto stava nell’intendersi sul comodo. Ci pensai qualche ora, telefonai al mio ufficio, per capire come avrebbero preso un lungo distacco, e alla fine diedi la mia disponibilità. Ero separato, sostanzialmente solo. La rapidità della decisione non mi dispiacque, era anche nel mio carattere, ammetto che a volte nella vita uno stile diverso mi avrebbe evitato qualche errore, in quell’occasione, invece, credo che mi sia andata bene, molto bene». 

Che cosa le ha fatto dire di sì?

«Lo dico sotto voce, perché potrebbe non essere una cosa bella, la chiamerei ambizione, la possibilità di andare a lavorare a un’indagine da Formula 1. E anche il fatto di essere stato richiesto. Poi ci sono state  ragioni personali, anche un po’ il fatto di tornare nella mia città d’origine». 

Il fatto di essere nisseno le ha facilitato almeno la logistica?

«No, ero venuto via da bambino. Arrivai il 2 di novembre e nella hall dell’albergo, dove sarei stato in quei 14 mesi, incontrai Ilda Boccassini che era appena arrivata. Eravamo noi due in quel momento i principali referenti cui venne affidata l’indagine sulle stragi. Il pool era composto dal Procuratore Tinebra, da noi, da Giordano, Petralia e Vaccara, ma gli altri si occupavano anche di un’altra indagine sulla mafia nissena. Ilda e io, invece, a tempo pieno sulle stragi. Il lunedì pomeriggio si faceva una riunione per fare il punto sul fatto e sul da farsi. Il sabato e la domenica si faceva il possibile per tornare a casa, almeno finché a causa dell’organico striminzito non ci pregarono di fare anche i turni di distrettuale e di approfittare  a volte dell’ospitalità anche nel weekend». 

Qualcosa ci suggerisce, che dopo una tonnellata di tritolo, l’ospitalità non fosse rilassata. Sbagliamo?

«Ciascuno di noi aveva una stanza, comoda, in un’ala riservata, chiusa solo per noi, cui si accedeva solo superando il controllo degli alpini. Facevano la guardia alla porta e, alle nostre finestre, da un cortile sul retro, che non ricordo bene perché non ci sono mai stato, ma in cui li vedevo passeggiare. Una vita appartatissima la nostra, anche dal resto dell’albergo. La sera finivamo tardi di lavorare, telefonavamo in albergo e ci facevano trovare in camera una cena fredda». 

Verrebbe da dire: che tristezza… 

«Eppure io in quelle sere tornavo, trovavo sul tavolo della mia stanzetta il piatto e cenavo, se non proprio con allegria, con benessere interiore. Il dato che io ricordo di quel periodo è una grande soddisfazione, per quello che si faceva, per come lo si faceva, per l’ambiente che c’era. C’era un rapporto pienamente soddisfacente e rasserenante, soprattutto con Ilda Boccassini, che è stata la svolta della mia vita professionale». 

C’era tempo di pensare alla solitudine di quella vita? 

«Era solitudine sì, però piena. Lavoravamo con il ritmo imposto – non lo dico con accezione negativa – da Ilda Boccassini che era ed è una lavoratrice infaticabile. Il ritmo di lavoro riempiva la giornata e l’anima. Non avrei potuto sostenere quel tour de force per sempre, però in quel periodo mi diede un grande appagamento professionale e umano. Mi faceva stare intimamente bene sentire di lavorare nel modo giusto, anche grazie a colleghi di maggiore esperienza. Ilda era la più esperta del gruppo, aveva svolto indagini antimafia che hanno fatto scuola ed era una studiosa, credo che poche persone come lei conoscessero bene le carte. Documentatissima, informatissima su quel c’era da fare e da sapere. Io mi ero già occupato di antimafia, avevo già gestito collaboratori di giustizia, ma quando ho cominciato a farlo con lei, mi sono accorto del cambio di passo. Ho imparato il metodo». 

È quello che chiamano il metodo Falcone? 

«Vorrei evitare un’espressione abusata. Direi un metodo da professionista: in questo senso potremmo considerarlo il metodo di Falcone, perché Falcone era un grande professionista. Lo dico per dare un senso alle parole, per non scivolare nella retorica». 

Quando parla della soddisfazione "di fare le cose nel modo giusto", pensa anche alla consapevolezza di fare una cosa che intimamente si sentiva giusta? 

«Sì, ma non giusta moralmente, perché quello attiene al perché e al come uno fa il magistrato. Spero di non deludere nessuno nel dire che né io, né - credo di poterlo dire - Ilda Boccassini si sia andati lì armati di sacro fuoco, pensando di combattere e vendicare. Ci siamo andati con spirito laico, consapevoli di avere a che fare con un’indagine importante, che andava affrontata con la freddezza e con il distacco necessari. In quel momento, se emotività c’è stata, abbiamo cercato di dominarla completamente».

È stato complicato l’aspetto emotivo, lei conosceva Falcone e Borsellino?

«Li conoscevo entrambi, avevamo buoni rapporti di cordialità, avevo fatto l’uditorato a Palermo quando c’era Borsellino, anche se non proprio con lui, e conoscevo Falcone dai tempi in cui avevo avuto la prima nomina a Marsala. C’era un buon rapporto di conoscenza e di colleganza, ma non mi sentirei di dire che eravamo amici. Se sia stato diverso per Ilda, che di Falcone era amica, bisognerebbe chiederlo a lei, ma difficilmente parlerà. Quello che posso dire è che nell’esercizio dell’attività professionale non mi sono mai accorto dell’incidenza dell’emotività: se l’aveva, l’ha tenuta a bada con grande controllo. Anzi, ho visto applicato con assoluto rigore il metodo “avvocato del diavolo”. 

Può spiegare ai profani in che cosa consiste?

«L’atteggiamento critico, la capacità di non innamorarsi mai delle proprie ipotesi, soprattutto di quelle più plausibili, lo sforzo di attaccarle con il massimo del distacco per verificarne la saldezza. Questo è il metodo che ho visto e mi sono sforzato di applicare, questo è ciò che credo di avere imparato vivendolo quotidianamente nel giro di quell’anno e mezzo. Io sono rimasto fino alla conclusione delle indagini preliminari, sapevo che non avevamo il tempo per sostenere l’accusa in dibattimento (le applicazioni erano prorogabili per legge a un massimo di due anni. I dibattimenti e gli otto armadi di carte accumulati sarebbero stati ereditati da altri magistrati subentrati successivamente ndr.). Un po’ cominciavo a sentire il desiderio di tornare a casa, a Perugia stava arrivando da Roma il processo Pecorelli e c’erano pressioni  a che io tornassi. Mi sembrava di avere concluso un capitolo, inutile iniziarne un altro. Erano i primi del 1994». 

La conclusione definitiva del vostro lavoro si è vista nel 2008 quando la Cassazione ha confermato definitivamente le 36 condanne per Capaci, la cui indagine avete fatto in tempo a portare a termine fino all'ordinanza di rinvio a giudizio, entro la scadenza dei vostri mandati. Che sensazioni ha avuto a quella notizia? 

«Quando faccio un’indagine mi pongo sempre il problema che debba reggere fino alla Cassazione, diversamente è lavoro inutile. Poi, una volta che io ho fatto un lavoro nel modo migliore in cui io sia capace di farlo, non rimango appeso in attesa. È chiaro che è gradita la conferma avuta per Capaci, ma non mi ha risolto professionalmente la vita».

Anche se è quello uno dei pochi paletti certi di un paese non risolto?

«La sensazione di non risolto resta, perché non tutti gli interrogativi hanno avuto risposte. Sappiamo chi ha ucciso a Capaci e come, ma non sappiamo perché. Questo è il tormento che mi porto dentro come magistrato, come modestissimo partecipante a quell’esperienza investigativa, ma soprattutto come cittadino». 

Falcone diceva che solo gli incoscienti non hanno mai paura, il problema è conviverci. C’è stato il tempo di avere paura?

«Avevamo un apparato di protezione rassicurante: parlo di una sensazione, non saprei dire se fondata. Ci sembrava che lo Stato si interessasse al nostro lavoro e lo agevolasse, c’era condivisione da parte di tutti, in questo clima il tempo di avere paura non c’è stato, non è stata una preoccupazione perché quello che si poteva fare per evitarlo è stato fatto. Non è che io sia un tipo fatalista, ma se paura c’è stata, nascosta in qualche cantuccio del nostro animo, non è mai affiorata, non ha mai portato a conseguenze esterne. È la cosa per me meno importante di quel periodo». 

Quali erano le difficoltà maggiori?

«Dal punto di vista personale i colleghi che avevano una famiglia strutturata avranno avuto certamente problemi, che ciascuno ha risolto a proprio modo e in cui io non posso entrare. Per me era soprattutto importante rientrare per dedicare tempo a mia figlia. Difficoltà professionali sì, perché era un’indagine estremamente complessa e lì la guida di Ilda è stata determinante».

Un figlio significa responsabilità per altri, come si fanno i conti con la sua preoccupazione?

«Certo è un problema che c’è: mia figlia aveva 14 anni, e io spero che quello che io ho vissuto non abbia avuto conseguenze psicologiche su di lei. Io ho avuto la scorta per nove anni, dopo, la mia libertà personale è stata limitata e questo è stato faticoso anche per lei. Ma ho sempre pensato da genitore che con i ragazzi si possa e si debba sempre parlare, non stancarsi mai di spiegare le cose, anche se magari non afferrano i concetti più complessi, capiscono il tono: un figlio capisce, anche se magari in maniera incompleta, che una cosa va fatta, che papà o mamma in quel momento sanno quello che stanno facendo. Credo sia questo l’unico modo di salvare le cose che si crede di dover fare e insieme i propri affetti, le proprie responsabilità di padre. Poi c’è chi altrettanto legittimamente fa scelte diverse, io non so dire quale sia la risposta giusta. Il nostro in condizioni normali è un lavoro tendenzialmente stanziale, ma c’è una frase di Giovanni Falcone che ricordo: “Se mi dovesse succedere qualcosa, altri magistrati continueranno, non finisce tutto”. Ecco sì questo ha avuto una sua influenza».

La scelta ha avuto conseguenze sulla sua vita a lungo termine?

«Il virus della scorta contratto a Caltanissetta ha avuto conseguenze sulla mia vita pratica e di relazione, anche perché ero diligente: non rispettare le consegne, uscire di nascosto sarebbe stato irrispettoso nei confronti degli uomini che si occupavano di me. Ricordo tanti Capodanni passati a casa, scendendo a mezzanotte a brindare con quelli che stavano fuori a far la guardia. Ma questo appartiene al passato».  

C'è anche un seguito che attiene al presente? 

«Le domande che ci siamo posti a quell’epoca, alcune delle quali non hanno ancora trovato risposta, (e speriamo che prima o poi la trovino, lo dico con uno scontato ottimismo della volontà), continuano a tormentarmi. Non che non ci dorma ma spessissimo mi interrogo. Se non avessi vissuto da dentro probabilmente mi porrei queste domande come me le pongo su altri eventi ormai quasi storici, anche se questo purtroppo è di un’attualità drammatica. Invece il fatto di aver giocato una partita o, se si preferisce, di aver fatto il raccattapalle in una partita dà a quelle domande un peso e un significato diverso e più profondo. E poi mi è rimasto il senso di squadra, il rapporto di stima reciproca mantenuto con tutte le persone con cui ho lavorato allora, la considero la migliore assicurazione sul fatto di non avere lavorato troppo male, e di questo sono un po’ fiero». 

Lo rifarebbe?

«Mah, probabilmente sì. Un po’ fa parte del mio carattere di magistrato, non me le vado mai a cercare, ma se mi dovesse capitare non mi tirerei indietro. Anche questa non me la sono andata a cercare, se Tinebra non mi avesse detto "vieni", non mi sarebbe venuto in mente di offrirmi. In questo senso lo rifarei».

 
 
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