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mercoledì 15 luglio 2020
 
 

"Siamo una Chiesa discepola e missionaria"

22/02/2015  Parla il neo cardinale cileno Ricardo Ezzati Andrello, di origini venete. In Cile cresce il divario tra ricchi e poveri, ma la Chiesa è ancora un punto di riferimento per milioni di persone

Ritorno in famiglia per qualche giorno, dopo il Concistoro del 14 febbraio, per il cardinale vicentino Ricardo Ezzati Andrello. Nel fine settimana, l’arcivescovo metropolita di Santiago del Cile, che un anno fa ricevette la nomina cardinalizia da papa Francesco, ha celebrato, sabato 21, la messa nella chiesa parrocchiale di Marola (con il parroco, don Dario Guarato, sono uniti da lunga amicizia), e domenica 22, nella sua parrocchia natìa, Campiglia dei Berici. Un legame forte quello di monsignor Ezzati con la sua terra di origine, nonostante una vita intera trascorsa in Cile, dove si trova dal 1959, e dove è anche presidente della Conferenza episcopale locale.

Su una popolazione di circa 17 milioni di abitanti, otto milioni, al censimento del 2012, si sono dichiarati cattolici (e con i battezzati che superano i 12 milioni). Che Chiesa è quella cilena?
«Siamo una Chiesa che, soprattutto dopo il Concilio e dopo l’ultima Assemblea dei Vescovi (che si è tenuta a maggio 2014), ha puntato fortemente sull’evangelizzazione e sulla presenza sul territorio. Da sei anni, abbiamo assunto l’indirizzo che Aparecida ci ha offerto, per essere Chiesa di discepoli e missionari, perché il nostro popolo abbia vita, e vita abbondante. Ma la secolarizzazione avanza anche da noi, così come in Argentina e Uruguay. Perciò, c’è bisogno di un intervento pastorale differente. Questo ci chiama alla ricerca pastorale, seguendo soprattutto l’indirizzo di papa Francesco di una Chiesa che vuole essere presente sul territorio e vicina soprattutto a chi si è allontanato da noi. Insomma, una “Chiesa in uscita”, con un atteggiamento fortemente missionario, attraverso le nostre parrocchie e le nostre comunità ecclesiali di base».

Quali sono le cause, secondo lei, della secolarizzazione?
«Siamo in presenza di un cambio epocale, che tocca le radici più profonde della vita umana, c’è bisogno di una riflessione forte sul significato delle fede. Questo ci impegna nella ricerca di strade per arrivare al cuore e alla mente delle donne e degli uomini del nostro tempo. Ci invita a rafforzare forme di evangelizzazione, che in realtà sono sempre state presenti, come la carità verso gli ultimi. Fede, amore e speranza fanno la vita della Chiesa e devono caratterizzare la testimonianza dei cristiani».

Come vanno le vocazioni?
«C’è crisi anche qui. Santiago conta sei milioni di abitanti, i sacerdoti sono 240 e abbiamo 40 giovani in seminario. La domenica dopo Pasqua, ordinerò sei nuovi sacerdoti, ma lo scorso anno non ne ho ordinato neppure uno. Anche da questo punto di vista, siamo in un momento di ricerca. La pastorale giovanile dev’essere rinnovata anche dal segno della cultura vocazionale. Non solo la vita consacrata, ma anche il matrimonio, che oggi rappresenta la vocazione più in crisi. Una materia affrontata dallo scorso Sinodo dei Vescovi, ma che sarà opportunità di riflessione anche per il prossimo di ottobre».

Papa Francesco ha detto: "Il celibato non è un dogma, ma una regola di vita, che io apprezzo tanto”. Pensa che se ai preti fosse concesso di sposarsi, questo potrebbe avere effetti positivi sulle vocazioni?
«Ho visto l’esperienza delle Chiese orientali e ho avuto modo di colloquiare con alcuni patriarchi ortodossi e vedo che in fondo l’esperienza non è molto differente. La crisi fondamentale del senso della vita, del senso di una consacrazione per sempre, di vedere nella Chiesa una comunità che ha vocazioni differenti, è comune. E poi è necessario che tutte queste vocazioni lavorino insieme per l’evangelizzazione e per creare una cultura che abbia un’anima cristiana. Nel futuro, se ci sarà il matrimonio per i preti, non ci saranno grandi difficoltà, se non per il fatto che la dovuta attenzione alla famiglia, ai figli, al lavoro, non sempre rende possibile la disponibilità del tutto, e per il tutto». 

Qual è il ruolo dei laici?
«La Chiesa è una grande vocazione, una chiamata di Dio ad essere presenza del Suo amore nel mondo. I laici sono parte della Chiesa e quando li chiamiamo a dare il loro apporto, troviamo grandissima disponibilità. L’Arcidiocesi di Santiago ha parrocchie di 80mila persone; lì, grazie ai laici, tutto diventa possibile: l’attenzione agli ultimi, la pastorale familiare. Grazie a Dio troviamo una risposta vocazionale molto grande nei laici, che sono una forza immensa della Chiesa, che va valorizzata e attuata con tutta la capacità possibile».

Il Cile cresce a ritmi sostenuti, ed è considerato in America Latina un Paese affidabile e competitivo. Tuttavia, le sacche di povertà sono molto ampie, anzi, la forbice tra ricchi e poveri si sta allargando.
«Questo allargamento della forbice è presente da molto tempo. Noi Vescovi lo abbiamo descritto come uno scandalo. In Cile si può trovare il benessere più grande, come in Europa e Stati Uniti, e si trova anche la miseria, soprattutto nei cosiddetti “quartieri fungo”, dove si verifica il fenomeno di case che sorgono da un momento all’altro e, da un momento all’altro, muoiono. C’è bisogno di giustizia sociale e di un’economia che metta al centro la persona, una persona che vive in una comunità. Serve un’economia che sia guidata da una vera politica e non il rovescio, cioè un’economia che guida la politica. I beni, che sono stati affidati da Dio all’uomo, siano veramente beni messi a disposizione di tutti. Già i padri della Chiesa dicevano che sul bene ci dev’essere un impegno di solidarietà che faccia vedere che hanno finalità di vita per tutti. Speriamo che politiche vere possano far diminuire questo allargamento delle forbice in favore di una giustizia sociale diffusa. Guardiamo, per esempio, alla famiglia: se non è sostenuta da una giustizia sociale, la famiglia soffre».

Papa Francesco ha già annunciato che verrà da voi. Com’è il clima di attesa?
«Non sappiamo ancora la data, ma il Santo Padre mi ha assicurato che nel 2016 verrà in Cile, dopo aver visitato Bolivia, Ecuador e Paraguay. Lo aspettiamo con grande speranza. E lui ha un affetto speciale per il Cile, qui ha trascorso alcuni anni, per approfondire gli studi classici. Credo che la sua presenza sia un dono della Chiesa dell’America Latina alla Chiesa universale. La nostra è una Chiesa che ha compiuto più di 500 anni e che ha “seminato” il Vangelo della vicinanza, della semplicità. Quando uno guarda a papa Francesco - anche quand’era arcivescovo di Buenos Aires - vede in lui il riflesso di una Chiesa vicina al popolo, che ne condivide le speranze. È una Chiesa vincolata fattivamente alla situazione del popolo. Lui è veramente una grande speranza per tutta la Chiesa e per il mondo intero. I Paesi dell’Africa e dell’Asia, in particolare, hanno bisogno della testimonianza cristiana di un papa che ha vissuto l’esperienza di essere pastore vicino alla gente, vicino a chi è nel bisogno e nel disagio».

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