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sabato 13 aprile 2024
 
Al servizio dei profughi e migranti
 
Credere

Carità è far sentire gli altri a casa

10/11/2022  Don Paolo Iannaccone è il presidente del Centro di accoglienza Ernesto Balducci in Friuli: «Occorre abitare le frontiere esistenziali e culturali»

Al Centro di Accoglienza Ernesto Balducci di Zugliano (Udine) il presidente don Paolo Iannaccone si prepara alla Giornata mondiale dei poveri seguendo le parole umane che da sempre rappresentano la bussola del suo lavoro: accoglienza, generosità, relazioni umane, cultura e dialogo. Ai bisognosi che si rivolgono al centro, infatti, «viene distribuito sia il vestiario sia il cibo: quello fresco tre giorni alla settimana, quello secco ogni 15 giorni. Inoltre a chi ne avesse bisogno viene offerto un orientamento ai servizi territoriali e, in casi di emergenza, anche un supporto legale».

Don Paolo, che negli ultimi anni è stato alla guida di due parrocchie di periferia e da giugno è presidente del Centro Balducci, dimostra ogni giorno, con la pratica, che la presenza accanto ai bisognosi è un impegno e costante che non ammette facili etichette come “prete di strada” o “sacerdote di frontiera”: «Non mi ritrovo in queste definizioni perché dovrebbe essere implicite e appartenere alla vita di qualsiasi pastore, non di chi ne fa una scelta particolare», sottolinea. «Che senso ha la vita di un prete che non abita le frontiere, soprattutto quelle esistenziali e culturali? Che senso ha quella di un sacerdote che non sta sulla strada, dove scorre la vita, la gioia, la fatica, il dolore, le speranze delle persone?». «Che senso ha la vita di un prete che non abita le frontiere, soprattutto quelle esistenziali e culturali? Che senso ha quella di un sacerdote che non sta sulla strada, dove scorre la vita, la gioia, la fatica, il dolore, le speranze delle persone?». «Che senso ha la vita di un prete che non abita le frontiere, soprattutto quelle esistenziali e culturali? Che senso ha quella di un sacerdote che non sta sulla strada, dove scorre la vita, la gioia, la fatica, il dolore, le speranze delle persone?».

La svolta a Lourdes

Nato a Trieste 55 anni fa, don Paolo si avvicina al sacerdozio a 22 anni, «in un momento buio della mia vita», ricorda. Due gli episodi che lo spingono a indossare l'abito talare: «Uno è coppia stato l'incontro con una di fidanzati, di lì a poco sposi, che mi ha fatto sentire gratuitamente cercato, amato e poi capace di restituire quanto ricevuto. Alla ricerca della strada per farlo, ho sentito più forte, forse anche per l'appassionata testimonianza del mio anziano parroco di allora, la chiamata al sacerdozio». Di fronte però al perdurare dell'insicurezza, ecco il secondo episodio, questa volta decisivo: un pellegrinaggio da barelliere a Lourdes: «L'incontro con i malati e con la loro dignità mi ha spalancato un mondo». Ordinato sacerdote nel 1995, in 27 anni di servizio ha prestato la sua opera in otto comunità parrocchiali di Trieste e provincia,

Lo sguardo aperto sul mondo

  

Ottimo comunicatore, ha collaborato per undici anni (diventando anche condirettore) a Vita Nuova, il settimanale della diocesi di Trieste, per passare poi dietro ai microfoni della Rai, dove ha condotto la trasmissione radiofonica a diffusione regionale Incontri dello spirito. Da questa esperienza è nato il libro Voci di umanità in tempi di barbarie, una raccolta di 21 interviste a uomini e donne «tessere di un unico mosaico che danno vigore a una Chiesa dal volto di donna e di madre, che non ha paura delle diversità e si fa grembo per accoglierle; una Chiesa povera e dei poveri; una Chiesa che sa il dolore in azione, che è capace di guardare il mondo con simpatia e speranza». Appassionato di musica e teatro («ho capito che il Vangelo poteva farsi strada anche attraverso la recitazione, la musica e la danza»), nel 1999 ha contribuito a fondare la sezione musical di una compagnia teatrale, la FariTeatro. «Mi ritengo fortunato per la moltitudine di volti incontrati nel corso degli anni, dai quali sono rimasto trasformato».

Un impegno a caro prezzo

Sono i volti e le persone che don Paolo incontrava tutti i giorni come parroco a Borgo San Sergio, periferia di Trieste, rione dalle due facce, con molti spazi verdi e aree gioco per bambini, ma anche sacche di povertà: «La sfida è coordinarsi tra chi opera sul territorio al fine di elaborare proposte di prossimità che, nel provvedere ai bisogni, ridiano spazio a relazioni umane e umanizzanti». A volte, però, l'impegno può costare caro e don Paolo lo sa bene: nell'ottobre 2016, quando era parroco di San Benedetto Abate ad Aquilinia (alle porte di Trieste), la sua disponibilità ad accogliere alcuni richiedenti asilo aveva suscitato accese polemica. Una notte ignoti vandali erano passati all'azione danneggiandogli l'automobile. Immediatamente scattò la solidarietà della città e dei settori più sensibili alle problematiche dei migranti. «Credo che spesso in comportamenti di violenza incida tanto la paura dell'altro», sottolinea il sacerdote. «Allora è da lì che bisogna ripartire: dal permettere l'incontro, dalla “convivialità delle differenze”, come diceva don Tonino Bello».

Incontri autentici

  

Nella comunità di Aquilinia quell’incontro ha permesso a tanti di maturare la consapevolezza di una fede viva, da mettere in gioco nonostante i pregiudizi: «La consapevolezza di una speranza che si fa luce nell’incontro dei volti; la consapevolezza di una carità capace di quel “di più” che fa sentire a casa chi è accolto semplicemente perché a colazione, anziché i biscotti del supermercato, era servita la torta fatta in casa». Conclude don Iannaccone: «Ciò di cui abbiamo bisogno per crescere in umanità è poco: un luogo dove sentirsi a casa, un po’ di pane per sfamarci, braccia capaci di sostenere le nostre fragilità e di comunicarci la nostra unicità. Soprattutto dopo questo tempo di pandemia, usciamo dai nostri isolamenti, torniamo a stare insieme. La Buona notizia per farsi strada ha bisogno di incontri veri e autentici».

 
 
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