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Carlo Azeglio Ciampi: «Ragazzi, ora tocca a voi»

16/09/2016  Pubblichiamo l'intervista pubblicata nel 2010 al presidente scomparso venerdì nella quale, cinque anni dopo aver lasciato il Quirinale, raccontava la sua vita di marito, nonno e bisnonno felice, ribadendo il ruolo centrale della famiglia. Con un appello ai giovani

«L’essere chiamato a rappresentare l’Italia, a essere garante della sua Costituzione, l’ho vissuto non solo come un altissimo mandato, ma soprattutto come un dovere, una missione. Per questo ho voluto abitare, con mia moglie, sin dal primo giorno, nel Quirinale: da sette anni è la mia casa, la casa del presidente della Repubblica, la casa degli italiani». Era il 31 dicembre 2005. Carlo Azeglio Ciampi si rivolgeva così agli italiani nell’ultimo Messaggio del suo settennato ai vertici dello Stato, iniziato con il giuramento davanti alle Camere il 18 maggio del 2005.
Cinque anni dopo aver lasciato il Colle, Ciampi, che a dicembre compirà 90 anni, è ancora sulla breccia, con le convinzioni e la passione civile di sempre. Pronto a sfogliare l’album dei ricordi, ma con lo sguardo rivolto più al futuro che al passato.

Presidente, in più circostanze ha denunciato la crisi dei valori in vari ambiti: politico economico, sociale. Come fare a orientarsi in questa stagione così confusa?

«Quello che conta è poter andare a dormire ogni sera con la coscienza tranquilla di chi sa di aver speso bene la propria giornata. Il secondo punto è quello dei rapporti con gli altri, nei quali il metro da usare deve sempre essere il rispetto della dignità di ogni persona, un rispetto che devi garantire agli altri con la stessa forza e convinzione con cui lo rivendichi per te stesso».

La crisi non sembra risparmiare nemmeno la famiglia...

«Amo spesso citare la frase finale del libro sulla Rivoluzione napoletana del 1799 nel quale Vincenzo Cuoco afferma che nella vita pubblica certamente contano gli uomini, ma più degli uomini contano le istituzioni. Ora la famiglia è l’istituzione base della società e, dunque, la più importante tra le istituzioni».

Lei si è sposato con la signora Franca il 19 settembre del 1946. Qual è il segreto di un così lungo matrimonio?

«Io e mia moglie Franca siamo due temperamenti completamente diversi: io più tranquillo, più ragionatore, lei più impulsiva. Ma posso dirle che nella nostra vita coniugale non siamo mai andati a dormire la sera con un dissidio. Credo che non avremmo potuto prender sonno se non fossimo stati in pace fra di noi. E inoltre devo dire che ho avuto la fortuna – sicuramente non merito mio – di avere figli e nipoti uniti in matrimoni solidi. Le parole “divorzio” o “separazione”, nella mia famiglia, sono sconosciute».

Presidente, lei è anche nonno...

«Non solo nonno... Anche bisnonno!»

I nonni, si sa, sono generalmente molto “condiscendenti” verso i nipotini. Lo è anche lei?
 
«Eh sì, nel rapporto con il nipotino, o con il bisnipotino, non si ha quell’obbligo educativo pressante che si ha nei confronti dei figli. Certo ti auguri di poter influire su di loro, ma unicamente attraverso l’affetto».

C’è un ricordo dei suoi nonni che le è rimasto particolarmente impresso?

«È una cosa che ho già ricordato altre volte. La mia nonna paterna, morta nel 1937, ha lasciato ai figli e a noi nipoti una lunga lettera scritta a mano, con quella calligrafia bella e pulita tipica degli uomini e delle donne dell’ 800. Questa lettera, lunga otto pagine, comincia con queste parole: “Carissimi, siate religiosi e onesti”. Per me la parola “religioso” è sinonimo, prima ancora di una professione di fede, di un comportamento “religioso” perché ancorato a valori forti».

Lei ha avuto un’educazione religiosa, ha studiato dai Gesuiti a Livorno...

«È vero, ho frequentato le scuole dei Gesuiti dalla quarta elementare alla fine del liceo: sette anni in tutto, perché saltai due anni, la quinta elementare e la terza liceo, ritrovandomi a 16 anni e mezzo all’Università. Dopodiché mi iscrissi alla Scuola Normale di Pisa, nel 1937, e mi ritrovai in un ambiente completamente diverso, squisitamente laico, direi anzi laico in maniera molto pronunciata. Però non ho trovato contraddizione fra l’una e l’altra scuola. Ambedue mi hanno insegnato però cose fondamentali: i Gesuiti l’amore verso il prossimo, la Normale il rispetto dell’alterità».

La società industrializzata appare sempre più caratterizzata dalla ricerca di un diffuso giovanilismo. Chi è fuori dal processo produttivo, chi non sta al passo, è fuorigioco. E così gli anziani, sentendosi inutili ed esclusi, sembrano condannati all’emarginazione e alla solitudine...

«Io dico che l’anziano non solamente ha il diritto, ma lui stesso deve sentire il dovere, di continuare la sua attività. È chiaro che il lavoro in ufficio o in un’attività professionale sono un impegno continuo che a un certo punto l’età non ti consente più. Ma puoi essere attivo ugualmente. Il volontariato, per esempio, è una delle forme di impegno con la quale l’anziano può continuare a dare il proprio apporto alla società, arricchendo sé stesso e gli altri».

Un grande filosofo tedesco, Hans-Georg Gadamer, considerava i giovani “la speranza del domani”, ma oggi il loro orizzonte è denso di nubi, con prospettive incerte. Come li si può aiutare a ritrovare fiducia in sé stessi e nel loro futuro?

«Veda, io di questo sentimento pessimista, che è molto diffuso, dò una parte di responsabilità agli stessi giovani. Forse hanno avuto e hanno negli anni della formazione giovanile la vita troppo facile. Io appartengo alla generazione che è nata all’indomani della Prima guerra mondiale e che quando aveva vent’anni ha visto scoppiare la Seconda guerra mondiale, vivendo tutte le distruzioni e le sofferenze del conflitto. Ma è stata la generazione che ha avuto la forza di non disperare mai. Quando, nel 1944, tornai nella mia città, Livorno (che era stata distrutta al 70 per cento), vivevamo senz’acqua, senza luce e senza gas. La mattina si doveva scendere in una piazza vicina dove c’era una fontanella per riempire una damigiana d’acqua che portavamo a casa. La sera non c’era la luce elettrica, si usavano artigianali lumini a petrolio che facevano fumo e tutto attorno diventava nero; la mattina ti svegliavi con le narici piene di fumo. Però, tutte le mattine cominciavi a lavorare con la convinzione che alla fine della giornata avresti fatto un passo avanti».

Secondo lei, quali sono le indicazioni per sollecitare l’impegno dei giovani accanto alle generazioni più mature nelle battaglie di libertà e democrazia?

«Bisogna avere degli ideali civili che mirano in alto. Mi piace citare i versi di Ovidio che dicono che il Creatore ha creato gli animali con il muso rivolto verso il basso, gli uomini li ha invece voluti con un viso che guarda verso l’alto, e ha ordinato loro di scrutare il cielo e le stelle».

Lei è stato legato da una profonda amicizia a Giovanni Paolo II.

«Veda, i nostri incontri non li abbiamo mai vissuti come gli incontri tradizionali che possono esserci fra un Capo di Stato e il Capo della Chiesa. Ci siamo sempre abbracciati. Io conservo carissima una fotografia che tengo nello studio e che mi ritrae con Giovanni Paolo II: ci stiamo salutando, ci abbracciamo, fisicamente le nostre fronti si toccano e nel contempo ci guardiamo negli occhi».

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