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Cartoline, i "social" della Grande Guerra che raccontano paure e affetti dei ragazzi del '99

27/06/2019  Dalla corrispondenza riaffiorano vicende toccanti

Un padre che invia una poesia composta per l’occasione al figlio che sta al fronte. Il ricordo di una nipote che descrive il comportamento eroico di un prozio medico volontario in guerra. Il racconto di un toccante episodio accaduto tra reticolati e trincee sentito da bambino dalla voce commossa di uno zio che fu bersagliere nel '15-18. Storie di affetti quotidiani e tenaci legami familiari che neanche il distacco forzato e gli orrori della guerra hanno saputo spezzare, che riaffiorano nelle testimonianze che abbiamo ricevuto.

FAMIGLIA DE ROSE, COSENZA. QUELLA LIRICA INVIATA AL FRONTE

«Benedetto figlio, a quest’ora credo che hai ricevuto il pacchetto con le cose chiestemi e anche la cartolina che ti inviai il giorno sette volgente. Le calze che ti ho spedito sono di cotone, ora dimmi se ne vuoi altre sei paia di lana, come pure se vuoi un cravattone di lana e un paio di gambali a fascia verde cupo, non avendone potuto trovare di colore grigio-verde (...). Abbi cura della tua salute, sto di buon animo e prego sempre Iddio che ti scampi dai pericoli...». È l’inizio della lettera dal tono affettuoso, quasi materno, che Raffaele De Rose in data 18 agosto 1915 invia al figlio Giuseppe, fante della 5ª Compagnia Battaglione complemento Belluno, partito in guerra.

La sorpresa nella missiva viene subito dopo, perché Raffaele prosegue trascrivendo il testo di una poesia d’ispirazione patriottica composta per il figlio. La lirica in rima è intitolata La Bandiera Italiana. Questi i primi versi: «Sia simbolo il rosso / del sangue versato / dai martiri nostri d’Italia sul prato./ Il sangue gentile / dei nostri fratelli / nei cor rinnovelli / l’avito valor. / Il verde dei colli (specchiantisi in mare / accende nei cuori / speranze più care / Ridesta la speme / di Trento e Trieste / lo invita alle feste / dell’italo amor. (...)».

L’autore era un calabrese, nato nel Comune di Carolei (Cosenza), di ottima cultura, che aveva fatto studi liceali. Era primo ufficiale postale a Cosenza e svolse anche la mansione di giudice popolare per diversi anni presso il Tribunale della città calabrese. Quella dedicata al  figlio fu uno dei tanti componimenti in versi scritti dal De Rose.

Giuseppe ritornò vivo dal fronte, ma morì all’età di 36 anni, lasciando orfane due  figlie in tenerissima età.

TREGUA DI NATALE • COME IL FILM "JOYEUX NOËL". L’ABBRACCIO AL NEMICO FUORI DALLE TRINCEE

  

«Tra i tanti racconti della Grande Guerra di Mario Magnan, mio zio bersagliere e “ragazzo del ’99”, mi ha sempre colpito quello della notte di Natale in trincea», ci scrive Lucillo Dolcetto, 87 anni, da Varese. «La notte di quel Natale si preannunciava diversa dalle altre. Già nel pomeriggio della Vigilia si era ridotta l’intensità degli spari e dei colpi di cannone. I soldati avevano provveduto ad addobbare la trincea con i rami d’abete usati per il mascheramento; con la mollica avevano modellato i personaggi del presepe. Appena calata la notte, anche il silenzio calò nella trincea. Qualcuno da ambo le parti si azzardò a uscire allo scoperto, non in segno di sfida verso il nemico, ma conscio che quella notte nessuno si sarebbe azzardato a sparare per primo, ricordandosi che gli angeli avevano cantato: “Osanna al Signore nei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”. Avuta la certezza che anche nei cuori dei nemici albergavano gli stessi sentimenti, si fecero i preparativi per la Messa di mezzanotte. Il cappellano radunò i soldati e, dopo aver costruito un altare di fortuna, iniziò la celebrazione del rito. Venne intonato Tu scendi dalle stelle, al quale si rispose con Stille Nacht. In entrambe le trincee si accese un grande falò, per fare veramente “la notte di Luce”, oltreché per scaldarsi. Dopo la Messa uno tra quelli usciti dalla trincea gridò: “Buon Natale”. Gli austriaci risposero all’augurio e quella notte i nemici si incontrarono nella “terra di nessuno” e si scambiarono gli auguri, abbracciandosi commossi e brindando alla pace. Quelle anime semplici diedero un esempio edificante di fratellanza. Il giorno dopo sarebbero stati costretti di nuovo a spararsi da nemici, ma quanto avvenuto in quella notte è rimasto scolpito nel cuore di mio zio».

FAMIGLIA ROMANI, MODENA. LA GENEROSITÀ DEL TENENTE MEDICO VOLONTARIO

«Mamma carissima, due sole parole per dirvi che le mie condizioni sono oltremodo soddisfacenti, trovandomi da due giorni ripetutamente sfebbrato. Il morale è sempre elevatissimo nonostante tutto, sostenuto com’è dalla coscienza tranquilla. La patria ha voluto da me il più grande sacrificio che si possa richiedere e io l’ho fatto, contento se avrò pure io contribuito in parte alla vittoria finale. Mi trovo nell’ospedale di Peppo che mi fa vivere nella dolce illusione di essere quasi in famiglia. Spero che presto verrò inviato a Modena e allora avrò la gioia di potermi unire con voi. Saluti e baci a tutti e in special modo a te, mamma carissima, dal tuo figliolo Mario».

È il testo di una ingiallita cartolina postale conservata gelosamente fino a oggi da Carla Accorsi, una pronipote di Modena, scritta «con mano malferma e con una grafia poco chiara» come commenta lei stessa.

L’autore è il tenente medico Mario Romani, di Campogliano di Modena, classe 1888. Dalle poche notizie che si hanno doveva trattarsi di un giovane di valore e di scienza se riuscì a laurearsi con lode e a ottenere un premio dalla Cassa di Risparmio. Ma non dovette mancargli lo spirito solidaristico se si arruolò come medico volontario nel maggio del 1915. Dopo un breve periodo trascorso presso l’ospedale militare di Bologna, dal gennaio del 1917 fu trasferito in un reggimento di nuova formazione. Avanzò insieme alle prime linee sul Monte Vodice, oggi in Slovenia, sull’altipiano della Bainsizza, dove stava una roccaforte austriaca fortemente presidiata e che fu teatro della “decima battaglia dell’Isonzo” nel maggio-giugno 1917.

Lì fu ferito una prima volta alla gamba sinistra ma, racconta un testo in memoria del tenente, continuò incurante del dolore ad assistere i commilitoni feriti. Sul vicino Monte San Gabriele, proprio sopra Gorizia, la notte del 10 settembre, mentre infuriava la battaglia, lo scoppio di una granata gli spappolò la gamba destra. La lettera fu scritta pochi giorni dopo il fatto. In essa si fa riferimento al fratello Peppo, nonno materno di Carla Accorsi.

Il giovane medico però non si sarebbe più ripreso da quella grave ferita. E dopo dolorosi interventi chirurgici sarebbe morto all’ospedale di Modena il 4 marzo 1918.

 
 
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