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mercoledì 24 aprile 2024
 
stili di vita
 

Case famiglia: storie di accoglienza da raccontare

18/07/2023  50 anni fa a Rimini è stata aperta la prima casa famiglia della comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi. Un'esperienza speciale, di “senso” che arricchisce e completa la propria esistenza. Da proporre nei corsi di preparazione al matrimonio (di Francesco Belletti, direttore Cisf Centro Internazionale Studi Famiglia)

Tra le diverse forme di accoglienza familiare per minori e persone in difficoltà la “casa famiglia” è un’esperienza particolarmente originale e sfidante, come ho potuto verificare di persona sabato scorso, il 15 luglio, intervenendo all’incontro organizzato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII a Mellea di Farigliano (in provincia di Cuneo) per festeggiare i 50 anni dall’apertura della prima casa-famiglia della comunità, a Rimini, nata su una delle più fertili intuizioni di don Oreste Benzi.

In questo appuntamento, in un caldo pomeriggio di sabato, ho potuto toccare con mano molte delle caratteristiche che rendono speciale l’esperienza della casa famiglia, con chiarezza molto maggiore di quanto non si possa capire dalla ricerche, dai dati statistici, dai protocolli e dalle convenzioni degli enti che affidano alle case famiglie le persone più vulnerabili. Qui qualche riflessione in ordine sparso.

Il primo dato era la presenza di moltissimi mini-van o pullmini, molti dei quali con lo scivolo meccanico per carrozzine disabili in bella vista. Essere casa famiglia significa infatti vivere la propria esperienza di coppia e di famiglia a partire dall’accoglienza di tante persone diverse, tutte accomunate da un bisogno di cura spesso ad elevata intensità, ma tutte abbracciate dalla normale quotidianità di una famiglia. L’accoglienza della casa famiglia si fonda sulle regole della famiglia, vive di condivisione, di tempo passato insieme, di un modo speciale di essere famiglie numerose. In queste case famiglia la coppia accoglie figli naturali e figli nati da altri genitori, minori, adulti o anziani, con diversi gradi di autonomia e difficoltà, ma la risorsa principale dell’accoglienza è proprio “essere famiglia”. Così la famiglia è davvero risorsa sociale – senza retorica, nella normale quotidianità.

Un secondo elemento  emerso con chiarezza è stata la consapevolezza che essere famiglia accogliente, nelle diverse forme con cui si può esprimere questo valore, costituisce prima di tutto una scelta personale, un motivo in più per vivere, una scelta di “senso” che arricchisce e completa prima di tutto la propria esistenza. In altri termini, accogliere torna ad essere prima di tutto una “dinamica naturale” del proprio progetto di vita e del proprio fare famiglia, e non soltanto impegno volontaristico e solidaristico verso chi ha bisogno di sostegno, aiuto e ospitalità. Certo, l’accoglienza si esercita a favore di chi è in difficoltà, e le case famiglia sono n questo ancora più radicali; ma questa disponibilità all’accoglienza – soprattutto nell’essere casa famiglia – non durerebbe a lungo, se non fosse anche una scelta per sé, un modo per vivere meglio la propria famiglia, un valore di completamento del proprio progetto di vita. Tiziana Mariani (che insieme a Paolo Ramonda) aveva aperto la prima casa famiglia piemontese della Comunità Papa Giovanni XXIII nel 1984 (entrambi diciannovenni!), ha esplicitamente parlato di “vocazione”, nella sua testimonianza. Che è un altro modo per dire: “io ho accettato questa sfida prima di tutto per me, per essere più persona, più felice nella nostra storia di coppia e di famiglia, per essere ancora più pienamente famiglia”. Insomma, l’accoglienza non come scelta eroica di pochi, ma come un orizzonte di senso e di ampliamento di orizzonte possibile per tutti. Basta volerlo – e non averne paura. E magari, quindi, proporre l’apertura e l’accoglienza familiare anche nei corsi di preparazione al matrimonio, nelle nostre parrocchie!

Un terzo elemento, plasticamente visibile nella festa di sabato scorso: questa scelta è molto più semplice e gestibile  (che non vuol dire facile…) se viene vissuta insieme ad altri, in una esperienza di condivisione tra famiglie.  Accogliere nella propria famiglia chi è in difficoltà, e non solo i propri figli o parenti, significa pensarsi parte di un popolo solidale, ma proprio questa responsabilità sociale della famiglia esige la condivisione con gli altri. Sabato pomeriggio era evidente che le coppie e le famiglie presenti vivevano la propria storia di accoglienza familiare dentro un popolo: del resto, non a caso  la loro associazione si chiama “Comunità”…

Un ultimo punto – forse quello che mi ha colpito di più – riguarda invece il luogo in cui si è svolto l’evento: il Santuario di Nostra Signora delle Grazie, piccola struttura conventuale che si affaccia sulla valle del Tanaro.  Una chiesa, un chiostro, alcune stanze, una sala riunioni, un ampio cortile/parcheggio antistante…  Un luogo sempre molto amato dagli abitanti del territorio, una struttura nata a metà del 1500 e poi ampliata nel 1600, custodita ed abitata per secoli da ordini religiosi (prima i Cistercensi, poi i Francescani), e oggi abitata da una casa famiglia, che vive la propria esperienza di accoglienza e insieme tiene viva una tradizione di fede popolare, anche grazie alla ristrutturazione dei locali. Un bellissimo esempio di come, nella Chiesa, il patrimonio architettonico, artistico e religioso possa essere radicalmente rivificato, innovando nella continuità. Se nei secoli scorsi questo santuario viveva grazie alla presenza delle congregazioni religiose, oggi questo stesso luogo è rinato a vita vera grazie alla capacità di alcune famiglie di abitarlo in un’opera di solidarietà. Quanti altri spazi e luoghi, nella nostra Chiesa italiana,o oggi trascurati, abbandonati o chiusi,  potrebbero rinascere, se venissero affidati alla voglia di testimoniare e alla generosità di accogliere di tante nostre famiglie?

 
 
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