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venerdì 28 gennaio 2022
 
 

Caselli: "Andai a Palermo per un atto di riparazione".

22/05/2012  Gian Carlo Caselli chiese di andare da Torino alla Procura di Palermo nel 1993: "Il lavoro era così tanto che non c'era tempo di avere paura. La mia famiglia ha sofferto più di me".

La cosa buffa, se così si può dire senza mancare di rispetto, della vita di Gian Carlo Caselli è che sembra un film, la cosa serissima è che non lo è. È stata, ed è ancora, un’azione, complicata e rischiosa, senza controfigure, senza possibilità di un ciak di riserva. Anche se, raccontata da qui, nella calma apparente di una mattina comunque frenetica del settimo piano della procura di Torino, nel suo ufficio investito dal sole, sembra tutto lontano. E invece no, nessun luogo lo è, Palermo meno di tutto. Non lo è neppure il 1992, e non solo perché in queste ore tutti chiedono una testimonianza. Non lo è perché certe scelte lasciano segni permanenti: diversamente sarebbe impossibile cogliere a fondo l’assurdo paradosso  che grida dai muri “Caselli mafioso”, bestemmia laica di un Paese senza memoria.

 

Dott. Caselli, ricorda come e quando ha davvero deciso migrare a Palermo, di candidarsi come Procuratore capo del cosiddetto Palazzo dei veleni, cui sarebbe arrivato nel 1993, dopo una tonnellata di tritolo tra Capaci e Via d’Amelio? 

«Era il 19 luglio del 1992. Ero stato invitato con il professor Carlo Federico Grosso a un dibattito per ricordare Giovanni Falcone, ma quell’incontro non avvenne mai, interrotto prima di cominciare dalla notizia che Paolo Borsellino e la sua scorta erano morti a via D’Amelio. Grosso ricorda, più nitidamente di me, che sull’auto del ritorno, guidavo io dietro avevamo l’auto della Polizia che ci scortava, d’istinto, gli dissi: “Chiedo di andare a Palermo”. Immaginavo al posto di Borsellino come procuratore aggiunto. Solo dopo si è liberata la carica di Procuratore». 

Fu un gesto emotivo o l’esito di un percorso? 

«L’esito di un lungo percorso che ha un antefatto negli anni Ottanta, in cui sono stato membro del Csm, in cui ho visto susseguirsi tanti “casi Palermo”, in cui ho visto Giovanni Falcone canditato a succedere a Caponnetto alla Procura di Palermo, scavalcato da Antonino Meli, deciso – l’aveva spiegato al Csm con grande trasparenza – a smantellare il lavoro del Pool che aveva perfezionato il cosiddetto “metodo Falcone”: un sistema organizzato per affrontare il crimine organizzato, culminato nell’immenso successo del maxiprocesso. Un successo fatto sì di numeri ma soprattutto nella dimostrazione che, non solo la mafia esisteva ­- cosa che fino ad allora molti mettevano in dubbio -, ma che si poteva contrastare, a patto di non agire disorganizzati come l’armata Brancaleone. Meli, digiuno di mafia, ottenne Palermo - il Csm aveva privilegiato il criterio dell’anzianità - e attuò il suo piano: i magistrati del Pool tornarono a fare di tutto un po’ e Falcone,  con tutte le porte che a Palermo gli si chiudevano in faccia, fu costretto a “migrare” a Roma, all’allora ministero di Grazia e giustizia. Lì con la sua intelligenza, il suo coraggio, la sua caparbietà avrebbe messo in atto su scala nazionale lo straordinario strumentario antimafia contro cui la mafia s’è vendicata con le stragi».

Borsellino disse che Falcone aveva cominciato a morire quando fu bocciato per la  Procura di Palermo, lei ha cominciato a migrare nello stesso momento?

«In qualche modo. Quando dopo le stragi tutti constatiamo le famose parole di Caponnetto: «Non c'è più niente da fare è tutto finito», capiamo che bisogna tirarsi su le maniche perché altrimenti da uno stato democratico, pur con i suoi difetti, andiamo a sbattere tutti contro un narco–stato, uno stato-mafia governato da un potere criminale stragista. Diventare “migrante” è stata la mia maniera di contribuire». 

Che cosa gliel’ha fatto fare?

«Lo spirito di servizio, il senso del dovere, lo dico senza retorica, ma anche per riconoscenza nei confronti di Falcone e Borsellino e poi l'amaro in bocca, non so definirlo diversamente, che mi era sempre rimasto da membro del Csm, perché io avevo sempre votato per Falcone, ma ero rimasto in minoranza. Non che mi sentissi colpevole, ma mi pesava il non essere riuscito a far valere le buone ragioni di Falcone che poi erano le buone ragioni della democrazia in lotta contro la mafia». 

Questo lungo antefatto fa pensare a una decisione più tormentata che istintiva. Quanto rovello è costata?

«E’ stata tormentatissima, con tanti confronti prima di tutto all'interno della mia famiglia, poi con i colleghi e gli amici, tra questi un ruolo centrale ha avuto don Luigi Ciotti che poi, per risarcimento gli dico sempre scherzando, creerà Libera, l’associazione a sostegno dell'antimafia. È stata una decisione difficile, che i miei familiari hanno accettato e sostenuto senza riserve, anche se magari non la condividevano pienamente. Avevo scelto che mia moglie e i miei due figli nati nel 1970 e nel 1975  restassero a Torino, per esporli di meno, credo sia stato giusto, mi sono reso conto solo dopo che le esperienze estreme sono peggiori vissute da fuori che da dentro. Se sei dentro vivi, se sei fuori è terribile». 

Anche perché Palermo in quel momento non era un posto tranquillo in cui infilarsi… «La scorta l’avevo dagli anni del terrorismo, dal 1974, ma sapevo che a Palermo sarebbe solo aumentata. Palermo era in guerra e Capaci e Via D’Amelio erano la prova della potenza distruttiva, sapevo anche che, dopo le stragi, avrei avuto un apparato di protezione che più ampio non avrebbe potuto essere. La scorta ti salva la vita, ma te la cambia. In Sicilia io non ho vissuto blindato ma prigioniero. In quei sette anni si è attentato più volte alla mia vita, ma per fortuna la scorta era efficientissima oltreché molto fantasiosa». 

Fantasiosa?

«Lo dico con affetto e gratitudine. Mi hanno salvato la pelle tante volte, coniugando spietatezza e cordialità, ma me ne hanno fatte di tutti i colori. Abitavo solo in un palazzo di otto piani, vuoto, con un ascensore che portava direttamente da casa mia al garage sotterraneo, con il filo spinato alla porta, i sacchi di sabbia e un uomo armato di tutto punto sul pianerottolo. Ma il difficile era uscire di casa la mattina e rientrarci la sera: quel percorso obbligato era prevedibile e dunque pericoloso: ogni giorno dovevano inventarsi qualcosa».

Per esempio? 

«Ricordo che una mattina - io sono un animale notturno, ci metto un po’ a svegliarmi - vedo che mi tolgono la borsa di mano. Poi mi sfilano la giacca e mi infilano la casacca di una tuta da ginnastica. Mi sveglio del tutto quando mi accorgo che sopra i pantaloni mi fanno infilare i calzoni della tuta e mi accorgo che sono vestiti così anche loro. Eravano “mascherati”, doveva sembrare che facessimo jogging. Avevano deciso che sarei andato al lavoro correndo attraversando un pezzo del parco della Favorita fino al punto in cui avevano sistemato le auto blindate. Mi fecero correre per un paio di chilometri e per orgoglio istituzionale cercai di non farmi staccare, da loro che avranno corso anche piano, ma erano uomini della polizia di stato dei nocs, ventenni e trentenni superallenati: mi sa che se non sono morto d’infarto quella mattina, sono stato fortunato». 

C’era tempo di aver paura nella solitudine di una vita così?

«No, il lavoro era tale e tanto che la sera crollavo sfinito. Abbiamo avuto una slavina di pentiti, raccogliere le dichiarazioni, riscontrarle, svilupparle era un lavoro immane e forse mi è servito da autodifesa. E poi io non chiedevo mai niente alla scorta, non mi dicevano il perché, facevano e basta». 

Le è capitato di accorgersi di un rischio concreto?

«Sì, senza sapere niente di preciso però. Me ne accorgevo perché improvvisamente cambiava qualcosa. Ricordo che una sera arrivò il Questore di Palermo e, dandomi appena il tempo di prendere lo spazzolino, mi trasferì dal palazzo in cui stavo all’aeroporto militare di Boccadifalco, dove non vivevano civili. Ho saputo solo di recente, da una deposizione di Gaspare Spatuzza, proprio qui a Torino, che c’era un piano, andato vicino a concretizzarsi, per sparare un missile dal Monte Pellegrino sul palazzo in cui abitavo. Evidentemente avevano fiutato quello quando finii in caserma. Non c’è stato un istante della mia vita fuori da Palazzo di giustizia in cui io potessi decidere di me: era la scorta a decidere che cosa si poteva fare e come. Però ha funzionato allora e finora sono qui, anche se Cosa nostra ha la memoria lunga».

Nemmeno il Palazzo di giustizia quando ci arrivò era un luogo di pace, che cosa trovò arrivandoci dal Nord?

«I corvi volavano ancora, i veleni che avevano intossicato il palazzo di giustizia e lasciato soli Falcone e Borsellino erano ancora lì con tutti i contrasti. Alla prima riunione chiesi a tutti di guardare avanti, di dimenticare tutto il passato tranne il bagaglio professionale che Falcone e Borsellino ci avevano lasciato. E devo dire che tutti sono riusciti a tornare a lavorare insieme, anche quelli che non avrei immaginato potessero. Se non ci fossimo riusciti, sarebbe crollato tutto».

Pensa che “la sua estraneità” di uomo del Nord abbia contribuito?

«Di certo una persona che non aveva avuto parte nelle polemiche, al di là del nome su cui la scelta è caduta, era stata considerata più adatta a comporre i contrasti. E così è stato». 

È stato un problema affrontare tutto quello che c’era da fare con regole cambiate da poco, dato che il nuovo codice di Procedura penale era in vigore solo dal 1989?

«E’ vero che bisognava ripensare l’esperienza passata, perché veniva meno la figura del giudice istruttore, che era tipica dell’esperienza di Falcone e Borsellino e nostra ai tempi del terrorismo. Dal 1989, la prova si forma in dibattimento e questo è un progresso di civiltà giuridica. Il problema arriva dopo quando viene approvato l’articolo 513, che impedisce di utilizzare come prova le dichiarazioni di un pentito rese al Pubblico ministero, già riscontrate e ritenute attendibili, a meno che non le ripeta in aula, dove magari è intimidito dalla mafia. Questo non accade in nessun Paese civile». 

Oggi ci sono due maxiprocessi di criminalità organizzata al Nord. Uno è a Milano, l’altro è a Torino. E’ un caso che, a capo della direzione distrettuale antimafia da una parte e a capo della Procura dall’altra, ci siano due persone che hanno vissuto la Sicilia di quegli anni? 

«Sarei presuntuoso se dicessi di sì. Il capo della Dda è Sandro Ausiello, gran parte di quell'indagine è sua ed è cominciata quando c'era al mio posto Marcello Maddalena. Sono, sì, molto attento a quest'indagine perché mi ringiovanisce un po'. L'esperienza siciliana può entrarci perché certi meccanismi saltano magari all'occhio, ma indosserei penne di pavone che non sono mie. Qui faccio il capoufficio, a Palermo ero in prima linea». 

Dopo tutto questo che effetto le fa, vent’anni dopo, leggere sui muri “Caselli mafioso”? 

«Mi vien da ridere, non mi indigna neanche tanto è paradossale. Ma mi dà anche da pensare perché o chi lo scrive è un vecchio arnese che ha vendette da consumare o è un giovane ignorante. Dare del mafioso a me è come dare... non so vorrei fare degli esempi ma non mi viene niente di così stupido. Il problema è che ignoranza e violenza sono un mix pericoloso». 

 
 
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