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Caso Moro, se la Commissione parlamentare guarda altrove

03/03/2017  Che il presidente della Dc sia stato ucciso da seduto o da sdraiato cambia poco. Cambierebbe invece sapere se pezzi dello Stato conoscevano le mosse di stragisti e terroristi e, se sì, perché li abbiano lasciati fare

Sul caso Moro tutto da rifare? Così dicono i commenti sui lavori della Commissione presieduta da Giuseppe Fioroni. In realtà che sia tutto da rifare il Ris non lo dice. Non lo dice la perizia effettuata dagli uomini del colonnello Luigi Ripani e non lo dicono neppure, in audizione, lo stesso comandante del Reparto investigazioni scientifiche di Roma e il suo tenente colonnello Paolo Fratini. Seppur tirati di qua e di là dalle domande dei membri della Commissione Moro, i due carabinieri si limitano a mostrare le evidenze scientifiche e a formulare due ipotesi di cui una definita, «sulla base degli elementi oggettivi raccolti», la  «più probabile».

La «scena del crimine», per i Ris, è certamente la Renault 4 dove il corpo di Aldo Moro fu ritrovato la mattina del 9 maggio. Rispetto alla ricostruzione degli ultimi momenti del presidente fatta da Germano Maccari nell’udienza presso la Corte d’assise di Roma, il 19 giugno 1996, la differenza è sulla posizione di Moro al momento dei primi colpi sparatigli – già sdraiato secondo il brigatista, seduto sul pianale dell’automobile secondo il Ris -, mentre gli altri proiettili lo hanno raggiunto nella posizione indicata dai brigatisti.

Non è la prima volta che la Commissione crea scoop e nuovi scenari sul caso Moro. I lettori ricorderanno anche la vicenda delle cassette di via Gradoli sulle quali nel 2015 – anche lì eravamo in prossimità dell’anniversario della strage di via Fani – Gero Grassi, uno dei componenti della Commissione, aveva dichiarato: «Le cassette sono state ritrovate tra i reperti del covo brigatista di via Gradoli grazie al lavoro della dottoressa Antonia Giammaria, magistrato distaccato presso l'organismo parlamentare. Da quel che si conosce dagli atti erano 18 le cassette registrate ritrovate nel covo e mai ascoltate: ad oggi ne manca dunque una. Per il momento le cassette sono nella cassaforte della Commissione». Peccato però che, proprio sulle quelle audiocassette «mai ascoltate»» ci fosse tanto di verbale dell’epoca della Digos con il contenuto dettagliato di ciascuna.

Il vero quesito allora è sugli obiettivi della Commissione e sul perché non si riesca ad allargare lo sguardo su quanto successe nel nostro Paese in quegli anni soprattutto sul fronte dello stragismo, dei depistaggi e dei rapporti tra settori deviati dello Stato e terrorismo. Sul rapimento e l'assassinio di Aldo Moro, lo avevamo già scritto fin dal nascere della Commissione, si sa tanto. Quello che manca è un quadro in cui collocare tutta la vicenda e quello che accadde dopo. Senza immaginare un "Grande vecchio" - che probabilmente non c'è mai stato - manca di sapere se e quanto si sapesse su terrorismo di destra e di sinistra, sul se e sul quanto si lasciò fare (perché ad esempio, una volta individuato il covo di via Montalcini si lascia che la Braghetti traslochi senza arrestarla e lasciando così che possa uccidere due anni dopo Bachelet?), sul se e quanto i brigatisti furono “usati”, loro malgrado, anche da pezzi dello Stato, sul se e quanto lo stragismo di destra fosse funzionale a una svolta autoritaria nel Paese…

 

E mentre i dietrologi del caso Moro giocano ai piccoli detective quasi fossimo in un episodio della serie televisiva Csi, sulle questioni vere che hanno cambiato la storia del nostro Paese si continua a tacere.

 

Perciò ci permettiamo noi di porre un quesito alla Commissione, nella convinzione che la nostra domanda sia anche quella di tanti italiani: perché non si indaga, finalmente e fino in fondo, sulle implicazioni e i coinvolgimenti delle istituzioni e degli apparati dello Stato in questa vicenda?

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