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sabato 21 maggio 2022
 
 

Castagnetti: cattolici in politica

18/01/2014  L'ultimo segretario del (nuovo) Partito popolare, nel giorno in cui si ricordano i 20 anni dell'appello di Martinazzoli "A quanti hanno passione civile", ricorda i meriti dei cattolici democratici e dice no all'appropriazione indebita del nome per "sperimentazioni politiche suggerite dai sondaggi".

A 20 anni esatti dall’appello di Mino Martinazzoli “A quanti hanno passione civile”, è il capo della sua segreteria politica, Pierluigi Castagnetti, a radunare attorno al tavolo dell’Istituto Sturzo, l'antica dirigenza - Franco Malgeri, Rosa Russo Jervolino, Franco Marini, Gerardo Bianco -, per un convegno che ripercorre il passaggio storico dalla Democrazia cristiana al (nuovo) Partito popolare e fa i conti anche con la presenza dei cattolici in politica. Una presenza che ha segnato tanti successi, spiega Castagnetti. «Siamo riusciti a salvare le nostre ragioni, direbbe Martinazzoli. Abbiamo evitato derive laiciste, rafforzato l'europeismo, dato spazio alla cultura del fine sociale del mercato, per dire solo qualche punto. E se oggi la classe dirigente del Paese e anche del partito democratico viene da questa tradizione non è per caso o per un incidente della storia».  

Il nome “popolari” è tornato di moda. Si litiga per chi deve usarlo. Chi avrà ragione?
Oggi ci sono tanti movimenti che nascono e durano il giro di una stagione politica che pretendono di appropriarsi indebitamente di questo nome.  Il popolarismo è stato il movimento politico che ha segnato l'ultimo secolo, per riconoscimento di storici importanti e di avversari importanti, penso a Federico Schabod e Antonio Gramsci, per citare due dei maggiori oppositori. L’esperienza del nuovo partito popolare di Martinazzoli si inseriva in questo filone e in questa tradizione, non fu un’improvvisazione. E oggi non è possibile deturpare quel nome. Non lo si può usare per sperimentazioni politiche suggerite dai sondaggi elettorali. Siccome ne è titolare il Partito popolare di cui sono giuridicamente ancora il segretario sento il dovere di difendere tutto questo. Proporrei anche  a coloro che hanno fatto scelte diverse dalle mie e dalle nostre di accordarci, sotto la garanzia degli ultimi segretari dell’una e dell’altra esperienza, per un deposito di custodia presso l’Istituto Sturzo sia del simbolo dello scudo crociato e del nome democrazia cristiana che del simbolo del gonfalone e del nome partito popolare. In modo che nessuno possa riproporre di usarlo, sarebbe un abuso.

Un convegno solo per ricordare oppure vi proponete qualcosa per il futuro? Magari di rifondare una qualche aggregazione politica di ispirazione cristiana?
Credo che oggi, dopo 50 anni dal Concilio abbiamo il dovere di capire che la presenza politica dei cattolici si organizza in modo diverso da quella in cui si organizzò nell’immediato dopoguerra. Ma, soprattutto dopo l’89 europeo dobbiamo sapere che non si vive di rendita oppositoria. Molti elettori votavano  Dc perché volevano evitare il rischio di un comunismo italiano legato a quello sovietico, ma questa condizione non c’è più. Ma, soprattutto, i cattolici devono ricordare che sono presenti ovunque. Come aveva previsto Sturzo, nel primo discorso del 1905 a Caltagirone i cattolici moderati stanno con i moderati, i cattolici riformisti stanno con i riformisti. Questo è passato, nel sentimento del Paese, e i giovani in particolare non capirebbero che si ritornasse a forme organizzative che storicamente oggi non hanno senso.

Il seme di questa storia, però, come diceva Martinazzoli, non è diventato infecondo, anche se non c’è un partito dei cattolici.
Il seme continua a germogliare, a condizionare e a influire nella politica. Voglio dirlo soprattutto ai cattolici italiani: se l’Italia, almeno fino a oggi, non ha subito la deriva laicista e anticlericale che invece hanno subito democrazie come quella spagnola, tedesca, belga, olandese, francese dove pure le forze democratiche cristiane erano molto presenti e per lunghi anni,  questo sarà pur dovuto a qualcuno. Si ha il merito per le cose che si fanno, ma anche per le cose che si evita che accadano. Se oggi il partito della sinistra riformista italiano è l’unico partito europeista in questo Paese, laddove all’inizio degli anni Cinquanta lo era solo la Dc, vuol dire che le nostre idee hanno fecondato altri territori, dobbiamo solo esserne contenti. Se l’economia sociale di mercato è la prerogativa difesa solo da noi mentre altri portavano avanti derive mercantiste e oggi, invece, questa categoria del fine sociale del mercato  viene utilizzata nell’esito politico vuol dire che questo seme ha fecondato.

Quindi non c’è bisogno di una nuova unità politica?
Quando il leader britannico Clement Attlee chiedeva a De Gasperi: “Quanto durerà questo partito che avete fatto in Italia?”, De Gasperi rispondeva: “Durerà finché le nostre idee non saranno condivise dagli altri”. Oggi gran parte delle nostre idee sono condivise da gran parte degli altri.

 
 
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