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Secessione catalana, Madrid risponde con il pugno di ferro

11/10/2017  Dopo la dichiarazione di indipendenza pronunciata da Puigdemont, che comunque ne rimanda gli effetti per negoziare con il Governo centrale, Rajoy valuta il ricorso ai rimedi estremi: in primo luogo la sospensione delle istituzioni della Comunità autonoma.

(Foto Reuters: il presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont e il premier spagnolo Mariano Rajoy seduti vicini nella Sagrada Familia durante la funzione religiosa celebrata dopo gli attentati di Barcellona e Cambrils)

La Catalogna sarà indipendente. Ma non subito.  E' il sunto dell'attesissimo e discorso che Carles Puidgemont, presidente della Generalitat, ha pronunciato la sera del 10 ottobre davanti al Parlamento catalano riunito. La secessione, in pratica, è stata dichiarata, ma gli effetti di questo atto vengono sospesi per permettere una negoziazione con Madrid. 

Così, mentre sempre più imprese catalane fuggono da Barcellona e si  rifugiano in altre sedi della Spagna, come le isole Baleari e la Comunità valenciana, per timore delle possibili ripercussioni economiche dell'indipendenza, la questione catalana continua a navigare tra le onde di un'incertezza esasperante. Il premier Mariano Rajoy conferma il pugno di ferro contro i ribelli secessionisti, dichiara di considerare inammissibile la dichiarazione d'indipendenza ed esorta Puigdemont a ritirarla in modo definitivo.

Puigdemont prende tempo e chiede - finora senza riuscirci - il coinvolgimento dell'Unione europea come mediatrice. Ma dall'Europa arrivano parole dure contro l'indipendenza: il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha chiesto alle autorità catalane di "rispettare l'ordine costituzionale e di non annunciare una decisione che rendere impossibile il dialogo", auspicato dopo il referendum. I catalani unionisti, rappresentati dall'organizzazione "Sociedad civil catalana" chiedono al Governo centrale di prendere tutte le misure necessarie a impedire le conseguenze della dichiarazione di indipendenza, attraverso gli strumenti adeguati di cui l'ordinamento giuridico dispone. 

Gli strumenti previsti sono essenzialmente due articoli della Costituzione spagnola, il 155 e, conseguentemente, il 116. Il 155 è una norma estremamente delicata nella sua applicazione, alla quale in quarant'anni di vita democratica del Paese non si è mai arrivati a ricorrere. Questo articolo suppone una situazione eccezionale nella quale il Governo centrale assume il controllo di una Comunità autonoma, sospendendo le istituzioni regionali.

L'altro articolo di cui si parla, con preoccupazione, è il 116: disciplina gli stati di allarme, eccezione e assedio (o di guerra), disponendo la sospensione temporanea dei diritti fondamentali e, in casi estremi, l'intervento dell'esercito. Il ricorso a questo articolo - regolato da una legge del 1981, a differenza del 155 che non è stato tradotto in una legge - potrebbe avvenire nel caso di una situazione di emergenza che imponga di mantenere o ripristinare l'ordine pubblico. L'articolo 116 è stato già applicato in precedenza: nel 2010 l'allora premier Zapatero fece ricorso alla legge del 1981 per sottoporre al potere militare le torri di controllo degli aeroporti dopo che un grande sciopero dei controllori di volo aveva portato il traffico aereo nazionale alla paralisi.  In ogni caso, si tratta di una misura giustificata solo da situazioni fuori dalla norma. Se Madrid dovesse decidere di passare ai rimedi estremi fissati dalla Costituzione, la Spagna rischia di precipitare in un baratro. 

 

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