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venerdì 23 aprile 2021
 
Conflitti dimenticati e ignorati dai media
 

Centrafrica, un Paese alla deriva

04/10/2013  La popolazione è come fosse intrappolata in un enorme campo di concentramento. Il Paese attraversa uno dei momenti più difficili della sua pur travagliata storia. C'è chi soffia sul conflitto religioso, ma non è così. Si tratta piuttosto – ancora una volta – di guerra per le risorse.

«Il Centrafrica è oggi un Paese alla deriva, con tutta la popolazione intrappolata come in un campo di concentramento, in ostaggio del governo Seleka, anche lui a sua volta alla deriva»: è un grido accorato, quello di mons. Juan José Aguirre Muños, vescovo di Bangassou.

La Repubblica Centrafricana, da sempre Paese poverissimo e instabile, sta attraversando una situazione molto delicata, da quando lo scorso 23 marzo i ribelli della coalizione Seleka hanno preso il potere, mettendo in fuga il presidente François Bozizé (che a sua volta era giunto al potere con un colpo di Stato).

Dopo mesi di caos, il nuovo Presidente, il capo dei ribelli Michel Djotodia, il 13 settembre ha annunciato lo scioglimento della Seleka, notizia in sé più che positiva, ma attualmente tutta sulla carta. Ancora nessuna iniziativa è stata avviata perché i 25 mila ribelli depongano le armi.

A lavorare per la pace si è messa anche la Comunità di Sant'Egidio, che dal 6 al 10 settembre ha convocato a Roma i rappresentanti del governo di Bangui, del Consiglio nazionale di transizione, delle confessioni religiose e della società civile, giungendo alla firma di un appello per la pace e la riconciliazione e alla stesura di un “patto repubblicano” per la difesa della democrazia e dei diritti umani, anche tramite strumenti permanenti per la prevenzione e la gestione dei conflitti.

Scelte quanto mai necessarie, come dimostrano sia gli appelli delle agenzie internazionali che le testimonianze dirette sul campo: l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha lanciato un appello alle autorità perché proteggano i civili in fuga dalle violenze riaccesesi nella capitale Bangui, con arresti arbitrari, torture, estorsioni, violenze, saccheggi e oltre 5 mila sfollati che andavano ad aggiungersi ai 260 mila già presenti nel Paese.

Padre Aurelio Gazzera con un gruppo di bambini centrafricani.
Padre Aurelio Gazzera con un gruppo di bambini centrafricani.

La testimonianza del missionario carmelitano padre Aurelio Gazzera

Se la capitale è nel caos, infatti, il resto del Paese va peggio: bande armate, insicurezza, cui si somma il fatto che la maggior parte delle agenzie umanitarie si sono ritirate nella capitale, lasciando allo sbando la gente dei villaggi e delle altre città. Con l'avanzata delle forze Seleka, sei mesi fa, gli ospedali sono stati saccheggiati e il personale sanitario è fuggito, oggi dunque la maggior parte della popolazione non ha accesso alle cure minime. Senza contare – denuncia Medici Senza Frontiere – la mancanza di fondi, che non vengono stanziati nonostante le pressanti richieste.

Testimone di tutto ciò è padre Aurelio Gazzera, missionario carmelitano in Centrafrica da 22 anni e direttore della Caritas diocesana di Bouar, città nell'Ovest del Paese, che non teme di denunciare quanto accade, esponendosi a frequenti minacce.

L'ultima il 16 settembre: il missionario, dopo aver visitato due persone che erano state incarcerate senza motivo e torturate dai ribelli (entrambe avevano perso un occhio), era andato al loro quartier generale locale, per chieder conto di tali e tanti soprusi. Accolto con arroganza, minacciato di morte dai militari e dal loro capo, si è sentito rifiutare la richiesta di liberare almeno uno dei detenuti che versava in gravi condizioni ed è stato poi percosso e minacciato con una pistola da un altro ufficiale sopraggiunto nel frattempo.

Padre Aurelio coordina le attività della Caritas a Bozoum (dove ormai ci sono 6.400 sfollati, tra cui 3 mila bambini), ma si fa anche carico di raccontare cosa accade in particolare nelle “periferie”, nei villaggi abbandonati dalle grosse organizzazioni internazionali. Come Bohong, saccheggiato e incendiato dai ribelli a metà agosto, come rappresaglia per l'uccisione di quattro loro uomini da parte della popolazione esasperata dai continui taglieggiamenti e soprusi.

«All'inizio di settembre», racconta il missionario, «ci siamo recati nel villaggio insieme all'arcivescovo di Bangui, mons. Dieudonné Nzapalainga, la cui presenza ha portato conforto alla popolazione. All'arrivo, ancora scheletri e teschi abbandonati per le strade... Dopo la celebrazione, la gente ha preso la parola, raccontando i propri drammi, l'uccisione di un marito o di un figlio davanti ai propri occhi».

Una casa bruciata negli acontri della guerra civile.
Una casa bruciata negli acontri della guerra civile.

"Non è una guerra religiosa, ma per il potere e le risorse"

  

«C'è dolore, ma non rabbia», continua padre Aurelio. «“Ma non siamo centrafricani anche noi?” chiede uno. Un altro commenta: “Siamo schiavi...” Quanti Bohong ci sono? Quando finirà? Mi auguro che ci sia il prima possibile un minimo di ritorno alla normalità per la gente. Ma anche che questa stessa gente impari a non subire tutto passivamente, che impari a reagire. “Chi ha paura, muore ogni giorno”, diceva Paolo Borsellino».

E prosegue: «Ciò che preoccupa è la frattura che si sta creando tra la comunità musulmana e gli altri: ci vorrà molto tempo per ricostruire, ma molto di più per ricreare una convivenza serena...».

Nonostante ciò, o proprio per questo, sabato 14 settembre si è tenuto un incontro fra tutti i leaders religiosi locali: cattolici, protestanti e musulmani, che insieme hanno pregato ed esortato la popolazione a non lasciarsi travisare dalla paura, dall'odio e dal disprezzo.

Spiega ancora padre Aurelio: «Non è certamente un conflitto religioso, in prima istanza, ma l'elemento si sta facendo presente in modo pericoloso, col tentativo di dare alla componente musulmana più potere. Il fatto poi che i ribelli parlino arabo e che non facciano quasi mai del male ai musulmani certo non rende facile la coabitazione. Come tutti i conflitti, la ribellione sta facendo emergere il peggio che c'è. E anche questo elemento di tensione religiosa è una conseguenza molto negativa. Il dialogo permette di prendere delle precauzioni e cercare di evitare il peggio».

La tensione tuttavia non accenna a diminuire: nei giorni scorsi due granate inesplose sono state rinvenute nella cattedrale di Bossangoa. A questi episodi fa eco la testimonianza di un'altra italiana, Stefania Figini, missionaria laica.

Nonostante lei stessa sia incappata in una brutta avventura con i ribelli lo scorso aprile, rimane categorica: «Si parla sempre più spesso di scontri a sfondo religioso, di ribelli musulmani, anche di profanazione di chiese. Ho vissuto in Centrafrica per undici anni, dal 1995 al 2006, e ora vi passo alcuni mesi ogni anno. La convivenza tra cristiani e musulmani è storicamente solida. I musulmani mi hanno sempre protetta e aiutata. Non è una questione a sfondo religioso. Chi lo fomenta getta benzina sul fuoco. Il Centrafrica storicamente non ha mai avuto tensioni di questo tipo, ha una forte presenza cristiana e una minoranza musulmana».

«Sì, ci sono stati saccheggi di missioni, ma è ovvio: i ribelli cercano auto, gasolio, computer e vanno dove sanno di trovarli», insiste Stefania Figini. «Ma non risparmiano nemmeno i villaggi. Usano solo il linguaggio delle armi, sparano al minimo sospetto. È la distruzione che accompagna purtroppo tutte le guerre: non è una guerra religiosa, ma politica e di risorse, studiata dall'esterno per far capire all'ex presidente e all'attuale che chi comanda non sono loro. In gioco ci sono enormi interessi, nel sottosuolo abbiamo petrolio, uranio, oro, diamanti. E questi ribelli sono finanziati dall'esterno, hanno armi sofisticate che da noi non s'erano mai viste. Ogni dieci anni in Centrafrica c'è un colpo di Stato e ciò ha minato la capacità di formare le coscienze. Chi ci va di mezzo è sempre la povera gente, a cui è tolto anche il poco che ha».

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