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domenica 27 settembre 2020
 
 

Charlie Hebdo, a Milano si prega per la pace

17/01/2015  Dopo gli attentati di Parigi e gli altri focolai di guerra che insanguinano il mondo, l'Arcivescovo della Diocesi ambrosiana, cardinale Angelo Scola, chiede alle comunità cristiane di pregare contro la violenza e per la riconciliazione in tutte le celebrazioni eucaristiche di domenica 18 gennaio

Violenza chiama violenza. A Niamey, in Niger, due chiese sono state date alle fiamme da persone che manifestavano contro le vignette dedicate a Maometto del settimanale francese Charlie Hébdo. Venerdì cinque persone sono rimaste uccise nel corso di proteste nel Paese. Sabato i dimostranti hanno attaccato una stazione di polizia e incendiato almeno due auto delle forze dell'ordine vicino alla principale moschea di Niamey, dopo che le autorità hanno vietato un incontro convocato dai leader musulmani locali. Un'altra chiesa e una residenza di un ministro degli Esteri sono stati dati alle fiamme nella città di Goure.

Quattro predicatori musulmani che avevano organizzato l'incontro a Niamey sono stati arrestati, secondo quanto fa sapere fonti di polizia. I manifestanti hanno bruciato la bandiera francese e hanno allestito blocchi stradali in centro, ma non sono stati segnalate vittime. L'ambasciata francese a Niamey ha chiesto ai concittadini di non uscire per strada. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni. «Hanno offeso il nostro profeta Maometto. Ecco cosa non ci è piaciuto», ha spiegato Amadou Abdoul Ouahab, che ha preso parte alla manifestazione.

L'eco degli attentati di Parigi è ancora viva e foriera di altra violenza. Per questo domenica il cardinale arcivescovo di Milano Angelo Scola invita tutte le comunità della diocesi ambrosiana a pregare per la pace e contro la violenza. «I fatti tragici che hanno insanguinato Parigi», si legge nel messaggio introduttivo alla preghiera che si tiene alla fine della celebrazione delle messe, «la crudeltà che sconvolge la Nigeria; i cento bambini trucidati in Pakistan; i drammatici scontri in Ucraina; la violenza nella Terra dove è vissuto Gesù; il dilagare del terrorismo di matrice fondamentalista in Siria ed in Iraq; i non pochi conflitti di carattere civile che in Africa interessano Libia, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Sudan, Corno d’Africa, Repubblica Democratica del Congo; in generale tutti gli atti di persecuzione che continuano a seminare morte tra i cristiani e tra le persone buone che amano la pace e aspirano alla giustizia e alla serenità, tutto ciò non può lasciarci solo emozioni strazianti, fiumi di parole e confusioni di proclami. Noi sentiamo un intenso bisogno di preghiera e di pensiero; noi non possiamo lasciare spazio a desideri di vendetta, né possiamo illuderci di metterci al sicuro cercando rifugio nell’indifferenza, né vivere ossessionati dalla paura. Noi professiamo la nostra fede cercando di imparare anche in questo momento a pregare. Pregare significa lasciarsi condurre dallo Spirito a interrogare Dio e a invocare che Dio si manifesti Padre, che venga il suo regno, che visiti con la sua grazia questa povera umanità per donare consolazione e speranza».

Poi si invita a rivolgere un pensiero ai morti, ai fondamentalisti, «agli operatori della comunicazione» affinché «mettano le loro risorse al servizio della riconciliazione tra i popoli, alla ricerca di un pensiero libero e rispettoso» e infine a papa Francesco, «missionario di pace e apostolo del vangelo in terra d’Asia».

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