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Il Papa: «Che Cipro sia per l'Europa un cantiere di pace»

02/12/2021  Nel primo giorno del suo viaggio, Francesco parla delle ferite dell'isola divisa dall'occupazione del 1974. Spera nel dialogo e nell'accoglienza. E, simbolicamente, porta in Italia 50 migranti. Sulle orme di Paolo, Barnaba e Marco, Bergoglio incoraggia a essere Chiesa della pazienza e a valorizzare le differenze che esistono e che non vanno giudicate.

Un gruppo di suore si prepara ad accogliere papa Francesco a Cipro. In alto e in copertina: la linea di divisione (a tratti un vero e proprio muro) che separa la parte turca da quella greca. Tutte le foto di questo servizio sono dell'agenzia Reuters.
Un gruppo di suore si prepara ad accogliere papa Francesco a Cipro. In alto e in copertina: la linea di divisione (a tratti un vero e proprio muro) che separa la parte turca da quella greca. Tutte le foto di questo servizio sono dell'agenzia Reuters.

Nicosia, Cipro

Dalla nostra inviata

La lacerazione che Cipro vive fin dal 1974 è ben presente nella mente e nel cuore di papa Francesco. Lo dice in aereo, quando, salutando i giornalisti dice che «sarà un viaggio bello, ma toccheremo anche delle ferite», lo ripete parlando ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai diaconi, ai catechisti, alle associazioni e movimenti ecclesiali quando ricorda che non bioìsgna mai smettere di cercare l'unità con pazienza e senso di fratellanza. Lo fa dopo aver ascoltato il saluto del cardinale Bechara Boutros Rai, patriarca di Antiochia dei maroniti e delle suore Antonia Piripitsi, francescana missionaria del Sacro cuore, e Perpetua Nyein Nyein Loo, delle sorelle di San Giuseppe dell'Apparizione. Tutti sottolineano che «l'anno 1974 ha segnato una pagina drammatica nella plurisecolare convivenza pacifica tra la popolazione greco-cipriota cristiana e quella turco-cipriota musulmana» e che questo ha cambiato anche la missione della Chiesa in queste terre.

Papa Francesco incoraggia, sulle orme di Paolo, Barnaba e Marco, a essere Chiesa della pazienza e a valorizzare le differenze che esistono e che non vanno giudicate. «Vi guardo», dice il Papa, «e vedo la ricchezza della vostra diversità, una bella macedonia». «Dio è più grande della nostra contraddizione» insiste, ricordando che per camminare insieme non ci vuole il proselitismo, ma la misericordia di Dio. Ci vuole una Chiesa che abbia la pazienza del discernimento, che sappia accogliere le novità senza giudicarle frettolosamente, la pazienza di mettersi costantemente in viaggio. E ci vogliono pastori che abbiano lo stile di Dio, del padre che non giudica, come quello del figliol prodigo. Nella cattedrale di Nostra Signora delle grazie racconta la parabola messa in scena da un gruppo pop. E ricorda che, quando il figlio vorrebbe tronare, ma ha paura di essere cacciato, nell'opera pop si immagina che scriva al padre chiedendogli, se vorrà accoglierlo, di mettere un fazzoletto bianco alla finestra. Il giorno dopo si incammina e, quando gira l'ultima curva, pieno di timore, vede che suo padre ha riempito tutto il palazzo di fazzoletti bianchi. «Anche nella confessione» dice ai sacerdoti» non siate rigoristi. Che non significa essere di manica larga, ma avere un cuore da padre».

Il Papa insiste sul tema della Chiesa fraterna sempre in dialogo con tutti, come è proprio della parola cattolico. In dialogo anche duro, come a volte accade tra fratelli, e come accadde anche a Paolo e Barnaba, ma senza mai dimenticare di essere figli di uno stesso padre. «Non ci sono e non ci siano muri nella Chiesa cattolica», ripete, «è una casa comune, è il luogo delle relazioni, è la convivenza delle diversità».

Cipro, che per migranti accolti è prima, per percentuale rispetto alla popolazione, tra i Paesi europei, può diventare segno di questa fratellanza. «Qui» dice il Papa, «esistono tante sensibilità spirituali ed ecclesiali, varie storie di provenienza, riti e tradizioni diverse; ma non dobbiamo sentire la diversità come una minaccia all’identità, né dobbiamo ingelosirci e preoccuparci dei rispettivi spazi. Se cadiamo in questa tentazione cresce la paura, la paura genera diffidenza, la diffidenza sfocia nel sospetto e prima o poi porta alla guerra. Siamo fratelli, amati da un unico Padre».

E poi ricorda ai ciprioti che «siete immersi nel Mediterraneo: un mare di storie diverse, un mare che ha cullato tante civiltà, un mare dal quale ancora oggi sbarcano persone, popoli e culture da ogni parte del mondo. Con la vostra fraternita potete ricordare a tutti, all’Europa intera, che per costruire un futuro degno dell’uomo occorre lavorare insieme, superare le divisioni, abbattere i muri e coltivare il sogno dell’unità». La via è quella indicata dai Santi Paolo e Barnaba ed è quella di «una Chiesa paziente, che discerne, accompagna e integra», di «una Chiesa fraterna, che fa spazio all’altro, discute ma rimane unita».

E anche alle autorità continua a ricordare la vocazione di questo «Paese, piccolo per la geografia, ma grande per la storia». Un’isola che «nei secoli non ha isolato le genti, ma le ha collegate». Il Papa si sente pellegrino «in una terra il cui confine è il mare; in un luogo che segna la porta orientale dell’Europa e la porta occidentale del Medio Oriente. Siete una porta aperta, un porto che congiunge: Cipro, crocevia di civiltà, porta in sè la vocazione innata all’incontro, favorita dal carattere accogliente dei Ciprioti».

Il Papa ricorda l’arcivescovo Makarios, il primo presidente dell’isola, il cui nome rievoca le parole iniziali del primo discorso di Gesù: le Beatitudini. E beati «possono essere tutti, e sono anzitutto i poveri in spirito, i feriti dalla vita, coloro che vivono con mitezza e misericordia, quanti senza apparire praticano la giustizia e costruiscono la pace». Le Beatitudini, dice Francesco, «sono la perenne costituzione del cristianesimo». Lo dice «qui, dove Europa e Oriente si incontrano» e dove è cominciata la prima grande inculturazione del Vangelo nel continente» .

E ancora oggi, da qui può arrivare all’Europa «un lieto messaggio nel segno delle Beatitudini. Quello che infatti i primi cristiani donarono al mondo con la forza mite dello Spirito fu un inaudito messaggio di bellezza». Una bellezza spesso ferita, ma è proprio dalle ferite che nascono le perle, ricorda il Papa. «Una perla, infatti, diventa quello che è perché si forma nel tempo: richiede anni perché le varie stratificazioni la rendano compatta e lucente. Così la bellezza di questa terra deriva dalle culture che nei secoli si sono incontrate e mescolate. Anche oggi la luce di Cipro ha molte sfaccettature: tanti sono i popoli e le genti che, con diverse tinte, compongono la gamma cromatica di questa popolazione. Penso pure alla presenza di molti immigrati, percentualmente», ripete, la più rilevante tra i Paesi dell’Unione Europea». Un tema che aveva toccato anche il presidente della Repubblica, salutandolo e ringraziandolo per l’iniziativa di portare in Italia 50 migranti. Tecnicamente una ricollocazione dal grande significato. «La Sua iniziativa simbolica è, prima di tutto, un messaggio forte sulla necessità di una indispensabile revisione della politica di immigrazione dell’UE, in modo che da un lato vi sia una divisione più equa della gestione dei problemi e dall’altro una vita più umana per coloro che immigrano negli Stati membri», dice il presidente.

E il Papa incoraggia lui e tutta l’isola, non solo sul tema dei migranti, ma per vincere la «terribile lacerazione che ha subito negli ultimi decenni». Sapendo che «proprio i tempi che  non paiono propizi e nei quali il dialogo langue, sono quelli che possono preparare la pace. Ce lo ricorda ancora la perla, che diventa tale nella pazienza oscura di tessere sostanze nuove insieme all’agente che l’ha ferita. In questi frangenti non si lasci prevalere l’odio, non si rinunci a curare le ferite, non si dimentichi la situazione delle persone scomparse. E quando viene la tentazione di scoraggiarsi, si pensi alle generazioni future, che desiderano ereditare un mondo pacificato, collaborativo, coeso, non abitato da rivalità perenni e inquinato da contese irrisolte».

Senza il dialogo, conclude Francesco, «crescono sospetto e risentimento. Ci sia di riferimento il Mediterraneo, ora purtroppo luogo di conflitti e di tragedie umanitarie; nella sua bellezza profonda. È il mare nostrum, il mare di tutti i popoli che vi si affacciano per essere collegati, non divisi. Cipro, crocevia geografico, storico, culturale e religioso, ha questa posizione per attuare un’azione di pace. Sia un cantiere aperto di pace nel Mediterraneo».

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