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Che cosa ci sta insegnando il processo Cucchi bis

13/10/2018  La svolta e la confessione nel processo per la morte di Stefano Cucchi smontano alcuni luoghi comuni ricorrenti sulla giustizia, ecco perché

Al di là della questione morale e civile che solleva – e che non potrà non pretendere una profonda riflessione dentro uno Stato di diritto che vuole restare tale -, la svolta nel processo bis per il caso di Stefano Cucchi, arrestato nel 2009 per spaccio e non tornato vivo a casa, ci costringe a riflettere sul modo in cui si ragiona di giustizia nel nostro Paese. La prima cosa che questo caso, destinato a prendere una piega molto diversa, ora che Francesco Tedesco, militare dell’Arma sotto processo per omicidio preterintenzionale per la morte di Stefano Cucchi, ha deciso di collaborare rivelando la propria versione dei fatti e i tentativi di coprire le responsabilità della notte in cui Stefano Cucchi è stato arrestato, è che non sempre un’assoluzione in un processo è una sconfitta o una resa dello Stato, come troppo spesso media e opinione pubblica sono tentati di concludere corrivamente. Fatti salvi gli errori possibili in tutte le cose umane, l’assoluzione fa parte della fisiologia del processo ed è un atto di giustizia tanto quanto lo è una condanna.

E in questi giorni cominciamo ad aver chiaro che se fossero stati condannati gli agenti di polizia penitenziaria indiziati per primi del pestaggio, come l’opinione pubblica a gran voce chiedeva, oggi staremmo ragionando non di verità e di giustizia ma di ingiustizia aggiunta a ingiustizia. E’ umanamente comprensibile che in casi molto sensibili l’opinione pubblica abbia sete di risposte e capita che sia pronta ad accontentarsi di un colpevole comunque sia, ma in questi casi – in cui il tifo può prevalere sulla razionalità e sulle regole – c’è il rischio di scordarsi che nel rito italiano la prova si forma in dibattimento e che il processo serve proprio a verificare che una persona su cui convergono indizi sia effettivamente colpevole ed esiste la possibilità che l’ipotesi di un’indagine non trovi conferma per molte ragioni, non tutte riconducibili agli errori di chi indaga e giudica.

Se siamo, finalmente a una svolta vera, lo dobbiamo certamente alla resistenza civile della famiglia Cucchi e in particolare della sorella di Stefano, Ilaria. Ma lo dobbiamo anche al senso dello Stato della Procura della Repubblica di Roma che non si è arresa alla verità non trovata al primo colpo, al Procuratore Giuseppe Pignatone che nel 2014 dopo la sentenza di Appello si è impegnato alla rilettura di tutte le carte per cercare nuovi indizi, perché diceva: “E’ inaccettabile che una persona muoia per cause non naturali mentre si trova affidata alle mani dello Stato”. Ora cominciamo a capire che se la via per la ricerca della verità ha percorso strade tortuose è stato anche perché alcuni dei testimoni non hanno tenuto fede alla formula con cui in aula, nel primo processo, si sono impegnati “a dire la verità e a non nascondere nulla di quanto a loro conoscenza”.

Ma sappiamo pure che se la verità si sta finalmente avvicinando è anche grazie a un’indagine che ha applicato i metodi che si applicano alla mafia e al terrorismo alla vicenda che vedeva come vittima un comune cittadino in stato di arresto, trovando riscontri difficili da smontare. A sottolineare l’efficacia dell’indagine è stato proprio l’uomo che ha deciso di rompere il silenzio: “La lettura del capo di imputazione per omicidio preterintenzionale mi ha colpito molto, corrisponde a ciò che ho visto io”.

Capita spesso dalle nostre parti che, davanti a una sentenza o a una indagine sgradita, dall’alto e dal basso si mettano in questione l’obbligatorietà dell’azione penale e l’indipendenza della magistratura: ogni opinione è legittima, a patto, però, di non dimenticare che senza quei due principi sarebbe molto più difficile – se non impossibile - mandare alla sbarra uomini che rappresentano lo stesso Stato che li accusa, per tentare di rendere giustizia a un giovane tossicodipendente finito di notte in gattabuia.

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