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giovedì 30 maggio 2024
 
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«Che grande emozione prestare la voce al Papa»

24/05/2022  Michele Lettera, attore e doppiatore, ha letto per Famiglia Cristiana on line il Messaggio sull'ascolto del Pontefice scritto in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali

Non basta ascoltare, bisogna farlo bene, perché l’ascolto è una dimensione dell’amore. L’indicazione di papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, in programma il 29 maggio, fa riflettere. Ma come ottenere un ascolto efficace? Nel modo di porci in dialogo con gli altri assume un ruolo fondamentale la voce. Michele Lettera, attore e doppiatore di diversi documentari Rai, ha prestato la voce al Papa per la lettura del suo messaggio sull’ascolto, che San Paolo proporrà la settimana prossima in un podcast.

«Mi ricordo che quando c’è stata la fumata bianca ero davanti allo schermo come miliardi di persone e ho pianto», racconta Michele Lettera. «Diventare la voce del Papa è stata una bella chiamata, ma essere la voce di un Papa con cui ho empatizzato fin dal primo momento lo è ancora di più. È arrivata come un fulmine a ciel sereno. Sono già stato la voce di un documentario su papa Francesco, in occasione della sua elezione, dal titolo ‘Chi è papa Francesco?’. Ora è successo di nuovo e non mi sembra vero».

Una lettura fuori dal comune che per un attore significa, comunque, uscire dai canoni consueti del proprio lavoro, dare intonazioni precise nei passaggi fondamentali, capirli e farli propri, in funzione di un messaggio sociale dal valore universale. «A livello recitativo non è stato complicato. Neanche sul piano interiore perché conosco il Papa, il suo modo di pensare. Ne ammiro sincerità, genuinità, anche il bacchettare la signora che gli stringe troppo il braccio è sintomo di un Papa vero, con un lato umano fortissimo. Condivido in toto il suo messaggio sull’ascolto perché pone delle problematiche che rivedo nella socialità odierna, tutta incentra su cosa sia meglio per noi, su cosa possa farci guadagnare di più, su come ottenere nuovi follower, nuovi like. Così facendo, però perdiamo di vista l’umanità».

Sul passaggio della lettura che più lo ha colpito, non ha dubbi: «Saper aspettare il proprio turno, perché quando si ascolta si sta già pensando a quello che si deve dire dopo, a mettersi in mostra compiacendo il proprio ego. Tanti ragazzi, e non solo loro, fremono per parlare e questo lo si vede se si guarda attentamente nei loro occhi. Nel mio lavoro di doppiatore, per esempio, ascoltare, capire cosa c’è dietro le parole è fondamentale. Leggere un testo e basarsi sul testo è una sfera superficiale dove basta affinare la voce, e questo è un tecnicismo, però bisogna andare oltre, serve il cuore. Dietro il microfono mi devo emozionare. Solo così capisco di aver fatto un buon lavoro».

Ma come si riesce a farsi ascoltare, a essere persuasivi? «La voce è uno strumento. È come mettere qualcuno cui non piace la musica di fronte a una sinfonia di Mozart. Giocoforza, ne rimane incantato. Questo accade perché il compositore ricorre a un virtuosismo di note. Ecco, la voce è fatta di note e c’è bisogno di una melodia giusta che riesca a far ascoltare quello che si sta dicendo. Non sempre dall’altro lato c’è maleducazione, spesso a livello di voce c’è monotonia e quindi a livello neurologico si fa fatica ad ascoltare sempre le stesse note, anche se le cose che ci stanno dicendo sono importanti. Il segreto è riuscire a inserire delle note nelle parole, così come in un buono spartito musicale», spiega.

Le pause contano? «Tantissimo, soprattutto dal vivo. Nel mio mestiere un po’ meno, perché la gente non mi vede e non può sapere se quella pausa è espressiva o è un difetto nell’apparecchio che sto usando, ma dal vivo è tutto. Gli attori dicono che la pausa è il mezzo di comunicazione più potente che ci sia», continua.

L’ascolto evolve nelle nuove tecnologie. «Sono nati i podcast, che funzionano, ma spesso l’ascolto è distratto perché quando li ascoltiamo stiamo facendo altro, per esempio guidare perché stiamo andando al lavoro. Anche io lo faccio a volte. Da un lato il podcast è uno strumento efficace perché ci arricchisce in una materia che ci appassiona, dall’altro è sempre qualcosa di frenetico. In più a  volte sono davvero  troppo lungi e l’attenzione cala».

 

 
 
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