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sabato 08 agosto 2020
 
Teatro
 

Che noia, l'eternità

25/07/2014  Tedeschi, Popolizio, Pagliai e Branciaroli, anche regista, danno vita a uno degli spettacoli più intensi della stagione: una rivisitazione di "Finale di partita" che, in tono grottesco e fra le risate, medita sulla morte e il senso della vita.

Uno degli spettacoli teatrali più intensi della stagione va in scena in questo luglio: dopo il debutto, il 18, alla Versiliana, cinque date al Parenti di Milano, dal 21 al 25, giustamente premiate dal pubblico che non ha voluto perdere l'occasione di vedere all'opera, contemporaneamente, quattro mostri sacri della scena: il 94enne Gianrico Tedeschi, Ugo Pagliai, Massimo Popolizio e Franco Branciaroli. A lui si deve l'originale e riuscita rivisitazione di Finale di partita di Beckett, trasformata, ad accentuarne il lato comico e assurdo, in Dipartita finale.

Due vecchietti, piuttosto malandati, sono in attesa che anche per loro venga il momento di lasciare questa terra. L'uno attende dormendo, l'altro vegliando e provvedendo alle esigenze dell'amico. Ai piedi del letto su cui giace il primo, se ne sta disteso un personaggio misterioso: scopriremo che è uno degli eterni, l'unico che, in un tempo passato, ha rifiutato di abbandonare la terra per andare a godersi l'immortalità in un altro pianeta. Perché mai, costui, ha rinunciato a un simile privilegio e se ne sta qui a condividere gli ultimi istanti dei due vecchietti? Lo svelerà solo quando giungerà dagli eterni il messaggio con il quale riveleranno che cosa hanno trovato e come trascorrono il tempo.

Intanto la Morte, con tanto di falce, si affaccia sulla scena. Ma non sembra far paura a nessuno: è la morte, non più la Morte, in un mondo in cui ogni certezza, ogni assoluto, ogni ideale sembra tramontato. Sarà morto Dio, ma è morta pure la morte. E' così simile ai mortali, questa morte...

Infine giunge l'atteso messaggio dagli eterni, con voce che, inequivocabilmente, richiama quella dell'ex Cavaliere: ebbene, sembra che questi colonizzatori dell'eternità si annoino un pochino, avendo alla fine ritrovato e riprodotto, altrove, la stessa vita del vecchio pianeta che hanno abbandonato. L'autore del gran rifiuto, a questo punto, non si può però sottrarre alla sua rivelazione. In fondo, nonostante i modi da poeta maledetto, è lui il più lucido, quello che ha intuito che non aveva senso rincorrere una fatua eternità, scegliendo di condividere il destino dei mortali, con tanto di riferimento esplicito al Crocifisso: ovvero l'uomo-Dio che ha rinunciato, appunto, all'eternità, per conoscere il dolore dell'uomo...

La straordinaria prova dei quattro protagonisti, che fanno amichevolmente a gara nel superarsi in bravura, non impedisce di immergersi in una meditazione profonda senz'altro sul senso della morte, ma, ancora di più, sul senso della vita. "Il soggetto apparente è la morte ma è, invece, un’estenuante battaglia per la vita, un disperato ritardare l’agonia. La parodia, unica speranza per non ridere delle cose serie", ha scritto l'attore-regista.

Se il registro è quello del grottesco e dell'assurdo, forieri di non poche risate, lo spettacolo si dipana come una non scontata riflessione sulla condizione umana o, meglio ancora, sulla condizione dell'uomo moderno, per il quale l'eternità è forse a portata di mano, mentre continua a sfuggire il significato vero del nostro esserci, soffire, morire... La citazione del Crocifisso apre forse uno spiraglio, suggerendo la condivisione, la fratellanza come unica possibile risposta alle nostre domande e senso del nostro vivere.

Branciaroli rilegge con sensibilità il testo di Beckett, facendo propria la lezione del maestro Testori.
Non meno bravo è nei panni della morte morente, dove evoca il Totò della Patente pirandelliana. Strepitoso Tedeschi che, dall'inizio alla fine, si muove sul palco come un giovanotto, a dispetto dell'età. Grandiosi Pagliai e Popolizio nei loro ruoli.

E' prevista una tournée che, dall'anno prossimo, toccherà diverse città. Da non perdere.

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