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Non sarà il "leone Zalone" a salvare il cinema italiano

07/11/2013  "Sole a catinelle" è senza dubbio un fenomeno, ma bisogna considerarlo per quello che è: una sequenza di battute, prive di una sceneggiatura forte. Si sperava che il premio a "Sacro Gra" indicasse una nuova tendenza, invece...

Che sia un fenomeno è fuori discussione. Non si sfiorano i 20 milioni di euro in un fine settimana, anche se con l'aiuto di un giorno festivo in più. Ma da qui a far passare Checco Zalone per un salvatore della patria (di celluloide si diceva una volta, ora digitale) ce ne passa. Gli incassi stratosferici di Sole a catinelle non apriranno alcuna porta ai giovani esordienti che vorrebbero cimentarsi in un cinema di qualità, questo è poco ma sicuro, ma caso mai a un I soliti idioti 3 o al duo comico Pio e Amedeo lanciato dalle Iene (e non a caso il loro Fuggifuggi da Foggia appartiene alla “factory” di Pietro Valsecchi, il produttore di Sole a catinelle).

Il fragore provocato dall'esplosione dei botteghini sbancati era del tutto prevedibile, soprattutto per la crisi di astinenza di cui soffre il cinema italiano (dove per tale si intende non solo chi lo fa, ma soprattutto chi lo consuma e sostiene, ovvero quella piccola fetta di pubblico che ancora frequenta le sale pagando il biglietto), una crisi di astinenza tale che anche un pasto consumato alla mensa aziendale si trasforma in un banchetto luculliano.

Dopo Venezia e il Leone d'oro a Sacro GRA di Gianfranco Rosi la critica si era detta convinta che quello era un segnale di cambiamento, che avrebbe portato al rinnovamento di generi e linguaggi, addirittua di tendenze. Entusiasmi facili e altrettanto effimeri. Sono bastati infatti pochi giorni di programmazione per confermare l'andazzo di sempre: ripresa autunnale stanca, incassi risicati, pubblico abitudinario. Oltretutto – a parte Anni felici di Daniele Luchetti e la mezza sorpesa di Il pasticciere di Luigi Sardiello (una commedia in “noir” di sapore kafkiano) – anche la risorsa infinita della commedia ha sparato a salve: Una piccola impresa meridionale di Rocco Papaleo (dal quale, dopo il felice esordio con Basilicata coast to coast ci si aspettava un'altra prova maiuscola) è stato una delusione, resa incondizionata a tutti gli stereotipi più ovvi del filone, mentre su Universitari - Molto più che amici di Federico Moccia, Aspirante vedovo di MassimoVenier e Fuga di cervelli di Paolo Ruffini è meglio stendere un velo pietoso.

Al solo pensare che saranno presentati al Festival del cinema italiano che Jen Gili organizza ogni anno in Francia, ad Annecy, torna alla mente la battuta di Aldo Fabrizi a Totò in Guardie e ladri di Steno e Monicelli: “Che figura ce famo all'estero”. Il detto popolare insegna che “nel paese dei ciechi gli orbi sono re”, ma anche se non è orbo Sole a catinelle non ha certo l'occhio di un falco e qualche diottria gli fa pur difetto.

L'anello debole, come al solito, è quello della sceneggiatura, che manca di coesione e di unità narrativa. A differenza del cinema hollywoodiano, che una sceneggiatura la scrive e la riscrive finché il testo non dà garanzie di solidità, a casa nostra difficilmente si va oltre una seconda stesura. Inoltre bisogna tener conto che la “koiné”, il modello e la lingua comune, è oggi quella del cabaret e del varietà televisivo, che si regge sullo sketch, sulla battuta, sull'effetto immediato. Di conseguenza la sceneggiatura diventa una somma di sketch, di gag e di effetti a presa rapida, un abito di Arlecchino con tanti colori diversi, appiccicati l'uno all'altro senza armonia, coesione e orchestrazione, ma fini a sé stessi.

Nel sistema del cinema americano prima si scrive una storia e poi si cerca l'attore che meglio potrebbe interpretarla. Da noi è tutto il contrario: prima si sceglie l'attore e poi gli si cuce una storia addosso. Se poi l'abito è troppo largo o troppo stretto poco male. Quel che conta è chi lo indossa. Ecco perciò che, in un momento di stagnazione del mercato, se arriva qualcuno che fa la parte del leone (anche per mancanza di concorrenza, compresa quella del cinema “made in Usa”, sempre più invischiato nel potenziare i fuochi d'artificio degli effetti speciali) questo qualcuno è salutato come il salvatore della patria. E' stato così con Leonardo Pieraccioni, con Aldo, Giovanni e Giacomo, ora è così con Checco Zalone. Senza nulla togliere a Luca Medici (vero nome di Checco Zalone) e alle sue indiscusse qualità, la sensazione è quella di certe squadre di calcio che senza il leader trascinatore e goleador scoccano frecce spuntate. Lo stesso vale per il novello libertador: se domani dovesse fermarsi per uno stiramento, il cinema italiano che farebbe? Si fermerebbe anche lui?

 
 
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