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sabato 24 ottobre 2020
 
IL RITRATTO
 

Il vero volto di Piercamillo Davigo, piaccia o no un simbolo degli ultimi 30 anni

16/10/2020  Va in pensione il 20 ottobre, il suo modo di esprimersi tagliente e le sue posizioni giudicate a volte massimaliste fanno discutere, ma la competenza non si discute. Andiamo a scoprire un magistrato che ha fatto storia e che non è sempre come sembra.

Piaccia o no, Piercamillo Davigo è un simbolo degli ultimi trent’anni della storia della Repubblica. Ci si è trovato in mezzo tra l’inverno e la primavera del 1992 quando dopo Antonio Di Pietro e Gherardo Colombo venne inserito come terzo, in ordine cronologico, nel gruppo di pubblici ministeri assegnatari - Pool si diceva allora - dell’indagine passata alla storia come Mani pulite, man mano che il fascicolo lievitava.

Ma non è stato subito un personaggio: prevalevano, nella visibilità mediatica, gli altri due. Un po’ per il ruolo: profondo conoscitore di leggi e procedure e fine penna tecnica – un’abilità che gli ha guadagnato la storpiatura maliziosa del nome in “Piercavillo” –, aveva nella squadra il compito di redigere, dietro le quinte, gli atti, sintentizzando in richieste al giudice le evidenze raccolte da Di Pietro negli interrogatori e da Colombo nel compulsare conti correnti. Un po’ perché i media hanno, in fatto di immagine, le loro logiche talvolta subcoscienti: Antonio Di Pietro, con il suo lessico comprensibile ai profani e la sua sintassi periclitante ma efficace bucava il video a Un giorno in Pretura, se c’era da scegliere una foto del Pool era il primo della lista. Il secondo era Gherardo Colombo: meno colorito e più sobrio, grande esperto delle dinamiche della criminalità economica, con quell’aria bohémien e i riccioli incolti era a suo modo “un tipo”, in foto funzionava. E così Davigo, che aveva un’aria all’apparenza più anonima, una pettinatura e un vestire ordinari, compariva di meno sui media. Sfuggiva forse anche per questo alla ribalta – da alcuni cercata da altri subita – di quegli anni, mentre tra gli addetti ai lavori si sapeva che per capacità, competenza e precisione era uno cui non la si faceva facilmente.

Nato a Candia Lomellina (Pavia) nel 1950, laureato in Giurisprudenza a Genova, dopo una parentesi nell’ufficio legale di un’azienda, è entrato in magistratura nel 1978. È stato giudice al Tribunale di Vigevano e poi dal 2005 pubblico ministero a Milano, per poi diventare giudice di Corte d’Appello (2000). Dal 2005 è entrato come giudice in Cassazione, seconda sezione penale (reati contro il patrimonio), di cui è diventato presidente nel 2016.

Da sempre parte della corrente Magistratura Indipendente, la più conservatrice, ha tentato di diventarne presidente a fine 2014 in polemica con posizioni troppo “politiche” e soprattutto con l’influenza politicamente impegnativa di Cosimo Ferri. Non ci è riuscito e ha fondato, nel 2015, una nuova corrente con il nome di Autonomia e Indipendenza, in cui sono fuorusciti altri delusi da Mi, che nello statuto mette nero su bianco il divieto per gli appartenenti di ricoprire qualsivoglia ruolo che possa essere anche solo assimilato a nomine politiche. Tutto questo non ha impedito, grazie a letture talvolta strumentali d’opposto segno – detrattrici da una parte, tifose dall’altra – alla corrente di essere tacciata di collateralismo “pentastellato”.

In realtà Piercamillo Davigo, da sempre, è stato lontano da tentazioni di candidature e cooptazioni, eppure più di una volta ha avuto in offerta persino il ministero della Giustizia, la prima nel 1994 da Silvio Berlusconi, che ci provò anche con Di Pietro: sì, lo stesso Berlusconi che da una parte avversava la magistratura dall’altra provava a farsela amica candidandola. Con Nitto Palma la proposta andò in porto, con Davigo no. E a quel che se ne sa altri hanno provato a offrirla dopo in altre legislature senza successo. In risposta sempre il diniego.

Ma è stato quando Piercamillo Davigo è diventato presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, per un anno nell’aprile 2016, all’epoca in cui la giunta decise per quattro presidenti in quattro anni a rotazione, che il magistrato Davigo è diventato il “personaggio” Davigo. Un rischio calcolato: tra le ragioni per cui fu scelto, dato che al presidente tocca anche il ruolo pubblico di portavoce, c’era l’abilità comunicativa: Davigo è un battutista fenomenale, capace di esprimere concetti con una chiarezza feroce anche se, va da sé, talvolta un po’ troppo tranchant, un'inclinazione che torna utile quando sorge l’esigenza di “combattere” nell’arena televisiva senza provare disagio, come a volte forse capitava, per troppo garbo, al pur preparato Rodolfo Sabelli.

In quei frangenti la lingua tagliente, non da tutti amata, da alcuni anche giudicata forcaiola e biforcuta, viene alla bisogna, anche se in questi anni certe posizioni, un po’ massimaliste o con massimalismo espresse, hanno rischiato di oscurare agli occhi del mondo la professionalità di un magistrato, invece, molto preparato, rigoroso, operoso e corretto nelle aule di giustizia. Piercamillo Davigo ha dimostrato di saper fare molto bene il suo lavoro e non si è sottratto al dibattito, anzi: apparenze a parte, però, non è allergico alle garanzie vere, ma non ama l’idea che vengano usate al solo scopo di intralciare la macchina già ingolfata della giustizia, in cui l’inefficienza può diventare un fattore di ingiustizia. Qualche volta però, nella passione per la battuta, si è perso le sfumature. Con Gherardo Colombo, con cui le visioni di giustizia divergono, ha scritto un bel libro che si intitola “La tua giustizia non è la mia”, in cui l’ex magistrato che non crede più nel carcere e il giudice che lo ritiene ancora una triste ma ineluttabile necessità si sono confrontati con garbo, intelligenza e ironia sulle rispettive divergenze, nelle quali il punto di vista di Davigo si potrebbe sintetizzare brutalmente così: «Tu credi nell’educazione ed è bello, ma intanto che tu educhi la società a stare alle regole, io con uno che delinque, nel frattempo, che cosa faccio?».

Questo lascia intendere di Davigo anche un’altra cosa, più privata ma vera: a dispetto delle divergenze di opinione che possono essere anche molto franche, talvolta dure, è un uomo caparbiamente fedele nelle amicizie, leale nel confronto dal quale non si tira mai indietro.

Intanto neppure il suo collocamento a riposo sarà pacifico: in questi giorni il suo nome sta al centro di un’altra querelle, delicata. Il 20 ottobre come magistrato va in pensione, ma il suo mandato al Csm scadrebbe tra due anni. Può o non può restare nell’organo di autogoverno dei magistrati non essendo più nell’organico della magistratura ordinaria? L’intepretazione della norma è controversa, la Costituzione dice solo che al Csm gli eletti restano in carica quattro anni, non mette limiti formali di eleggibilità in dirittura d’arrivo della pensione, ma il caso Davigo non ha precedenti. La magistratura e il Csm vi si stanno spaccando sopra.

Ed è quasi un contrappasso, il magistrato accusato di essere il nemico numero uno della politica, che ha fondato una corrente per contrastare il collateralismo politico, ora, si trova al centro di un caso in cui l’appartenenza correntizia di chi vota (che molti leggono come sinonimo di latamente politica anche se non è tutto così semplice) rischia di pesare moltissimo. Il meritato riposo si annuncia burrascoso.

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