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venerdì 03 aprile 2020
 
 

Chi fermerà l'America?

09/09/2010  Dei 23 film in corsa per il Leone d'oro alla Mostra di Venezia, ben sei battono bandiera a stelle e strisce. Finale scontato? Non è detto: italiani, asiatici e francesi sono in agguato.

C’è chi dice che sia troppo americana e chi, invece, ne denuncia la deriva autarchica. Fino al momento del galà di inaugurazione, la 67ª Mostra del cinema di Venezia (1-11 settembre) ha come al solito scontentato un po’ tutti. Eppure, il direttore Marco Müller è uno che di cinema ne capisce, avendo ricoperto ogni ruolo, regìa a parte, dentro e fuori dal set. Se questa è la settima volta che governa la kermesse del Lido, vuol dire che gira gira ha sempre ragione lui.

Dei 23 film in corsa per il Leone d’oro, ben sei battono bandiera a stelle e strisce. Oltre a Somewhere di Sofia Coppola, è atteso con curiosità il film di apertura Black swan di Darren Aronofsky (già premiato a Venezia per The wrestler). Poi ci sono il sulfureo Vincent Gallo con Promises written in water, la regista Kelly Reichardt con l’epopea al femminile Meek’s Cutoff, il redivivo Monte Hellman con Road to nowhere e il geniale Julian Schnabel con Miral. Dato che presidente di giuria è l’imprevedibile Quentin Tarantino e che tra le star attese al Lido spiccano Natalie Portman, Willem Dafoe, Dustin Hoffman (per La versione di Barney, film di bandiera canadese) e Ben Affleck (per The Town, fuori concorso) ecco che quello in Laguna sembra uno sbarco Usa.

A contrastare l’invasione un manipolo di pellicole italiane. Primo a scendere in campo e vera sorpresa è Ascanio Celestini con La pecora nera, storia sulla follia della contenzione più che sulla contenzione della follia. Poi il promettente Saverio Costanzo con La solitudine dei numeri primi. Il film più lungo dell’intera rassegna (204 minuti) è Noi credevamo di Mario Martone, epopea risorgimentale con nomi di spicco come Luigi Lo Cascio, Toni Servillo, Luca Zingaretti e Anna Bonaiuto. Bello anche il cast di Carlo Mazzacurati per La passione: Silvio Orlando, Stefania Sandrelli, Giuseppe Battiston, Kasia Smutniak. A far dire però che quest’anno a Venezia c’è forse troppa Italia sono gli altri 37 titoli sparpagliati nelle varie sezioni, pur se qualcuno di gran richiamo come il Vallanzasca di Michele Placido.

Magari, alla fine vincerà uno dei tre film francesi (il più indiziato? Potiche di François Ozon) oppure uno dei due giapponesi (puntiamo su 13 assassini di Takashi Miike) o il solito asiatico semisconosciuto. E tanti saluti alle dotte previsioni dei critici e alle polemiche. L’unico certo di portarsi a casa la statuetta, perché Leone d’oro alla carriera, è il sino-americano John Woo, maestro di film d’azione come Face/Off e Windtalkers. Sperando che almeno lui agiti un bel po’ le acque della Laguna.

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