Un video che genera indifferenza 10/02/2014 La pedagogista Alessandra Carenzio commenta la diffusione del video di Bollate su Facebook. L'intento, assolutamente inutile, era di contribuire alle indagini. Ma la polizia postale lo ha rimosso. 0 0 0 Invia ad un amico Riduci carattere Ingrandisci carattere Stampa la pagina Orsola Vetri «Sinceramente non ci sono abbastanza elementi per commentare la pubblicazione del video di Bollate su Facebook», spiega Alessandra Carenzio, pedagogista e ricercatore del CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’informazione e alla Tecnologia). Tale pubblicazione è avvenuta su Facebbok con la seguente richiesta: "Aiutateci a trovare il colpevole". Quando già si sapevano i nomi delle due ragazze. Cosa che ha generato una immediata e virale diffusione e le conseguenti quanto immaginabili, reazioni degli utenti. «Questa richiesta è la cosa che mi ha lasciato più interdetta. Mi è sembrata una cosa davvero sporca. E mi sono chiesta chi è stato a postare il video e a strumentalizzare la vicenda?». La Carenzio spiega così la sua irritazione: «si è chiesto agli utenti di Facebook di partecipare alle indagini per individuare le persone quando non ce n'è mai stato bisogno». Infatti proprio su Facebook la polizia postale si è espressa in merito e ha cancellato il video chiedendo di non far circolare il video postandolo sui profili perché è controproducente. In tal modo: «si attribuiscono ai social due cose: la virtù in termini di partecipazione come si fa con le petizioni per cause importanti e la debolezza di dare spazio al cyberbullismo. Ma in questo caso non c'era bisogno né della partecipazione degli utenti di Facebook, per risolvere il caso, e non si tratta nemmeno di un episodio di Cyberbullismo perché la vicenda ha vita propria e non nasce sul web». La conseguenza aggiunge l'esperta di social: «E' che si è dato un brutto risalto a un episodio e lo si è amplificato. Per questo mi chiedo chi è stato?». Sono stati terzi che hanno diffuso il video per pompare la vicenda e aumentarne il clamore o sono stati gli stessi autori per avere la tanto agognata visibilità? «In entrambi i casi è terribile. Ma nel primo è ancora peggio perché c'è una totale assenza di sensibilità verso le debolezze e verso la diffusione di contenuti che sono difficili da gestire e contenere. Si utilizza quanto di buono potrebbe venire dai social e dalla rete in modo poco pulito perché era evidente che i fatti e i colpevoli erano già noti ed individuabili e si sapeva che il rischio ulteriore potrebbe essere l'attivazione di altri episodi proprio alla luce di questo». «La diffusione del video» conclude Alessandra Carenzio« ha dato maggiore indifferenza al nocciolo della questione. In pratica ha spostato l'attenzione dalla vicenda, dando meno peso al dramma e ai protagonisti, spingendo, invece, la gente a concentrarsi su Facebook e sulla diffusione del filmato».