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«Chi parla nei talk show guardi negli occhi questa gente»

21/04/2015  «Chi sta sbarcando in questi giorni è ancora più sofferente e traumatizzato. Fuggono dalla terza guerra mondiale a pezzetti di cui parla Francesco», dice Giovanni Fortugno, responsabile immigrazione della Comunità. Ecco la testimonianza di chi si sta prodigando per i sopravvissuti: che sono come Aja, la bambina che ha visto annegare i genitori, o come Yemane il neonato eritreo nato pochi giorni fa sulla nave militare Orione, entrambi accolti nella comunità di Reggio Calabria.

Ora l’ultima strage, del 19 aprile. La più spaventosa per numero di vittime: 900 e più. Ma gli episodi sono quasi quotidiani. Due giorni prima, la notte del 17 aprile, ce n’era stato un altro: sul molo di Lampedusa viene scaricato l’ennesimo sacco pesante di tela blu, con dentro il corpo di una donna morta durante la traversata su un gommone ormai sgonfio. I suoi compagni non riescono più a tenersi in piedi da soli. Venti – erano 47 uomini, 21 donne e due bambini, per lo più somali ed eritrei – hanno ustioni gravi causate dall’esplosione di una bombola del gas in un centro di detenzione libico gestito dai trafficanti. «Siamo stati lasciati senza cure, costretti a salire sul gommone senza che le ferite fossero state curate», raccontano. Alla parola “Libia” un eritreo scuote la testa. Poi porta la mano alla nuca e fa il segno della pistola.

Secondo l’Unhcr dall’inizio del 2015 – ma fino al 17 aprile – più di 36 mila profughi hanno attraversato il Mediterraneo: 23.500 sono sbarcati in Italia, oltre 12.000 in Grecia, 950 sono morti. Ora questo numero andrà a raddoppiarsi con l’ultima tragedia. L’anno scorso sono arrivati in 170 mila sulle coste italiane (219 mila su quelle europee), 3.500 hanno perso la vita. Nel 2014 è morto un profugo su 50 tra chi partiva per l’Italia dalle coste libiche, nel 2015 la percentuale sta drammaticamente crescendo.

Senza Mare Nostrum, quindi, crescono gli arrivi (+43% a gennaio-febbraio 2015 per la Fondazione Moressa) ma soprattutto i cadaveri: nei primi mesi del 2014 furono 17, nello steso periodo del 2015 sono aumentati di 56 volte.

«Più che i numeri», dice Giovanni Fortugno, responsabile del Servizio immigrazione della Comunità Papa Giovanni XXIII, «colpisce un’altra differenza con un anno fa: chi sta sbarcando in questi giorni è ancora più sofferente e traumatizzato. Fuggono dalla terza guerra mondiale a pezzetti di cui parla Francesco». Fortugno risponde da Reggio Calabria, dove fa parte del direttivo diocesano per gli sbarchi insieme a Caritas, Agesci, Masci e Scalabriniani.

Nella casa famiglia di Reggio, la Comunità Papa Giovanni ha accolto Aja (nome di fantasia), la bambina gambiana di 12 anni che nella notte del 14 aprile ha visto annegare i genitori. Il mare era buio e freddo. «Le persone sottocoperta», racconta Fortugno, «sono morte di asfissia. Quelle di sopra, prese dal panico, si sono spostate tutte da una parte, ribaltando la barca e finendo in acqua». Aja era in alto, perché la sua famiglia aveva pagato un prezzo maggiorato ai trafficanti. Come la prima classe cantata da De Gregori in Titanic. Nel mare si è aggrappata a qualcosa e si è salvata. La mamma, il papà e la sorella no, affogati insieme ad altri 450 profughi sui 600 trasportati dalla barca. I volontari della Comunità Papa Giovanni l’hanno trovata al mattino al porto, confusa e silenziosa. Racconta Fortugno: «Il nostro centro, finanziato dalla Cei e che sarà destinato a 14 minori non accompagnati, non è ancora stato inaugurato. Eppure abbiamo deciso di accogliere la bambina perché le nostre case hanno una particolarità: ci vivono quattro membri della Comunità per ricreare una famiglia insieme agli ospiti».

Oltre ad Aja hanno accolto una coppia eritrea e il loro primo figlio, Yemane, partorito nella notte fra lunedì e martedì sulla nave Orione della Marina Militare. «Sono cristiani copti», dice Fortugno, «e la prima cosa che hanno chiesto è stata una Bibbia». Ora Aja inizia a fare qualche gioco e qualche passeggiata con gli operatori, mentre la coppia eritrea, che all’inizio non parlava per lo shock, inizia ad aprirsi. Tra qualche giorno la famiglia di Yemane proverà a ripartire per il Nord Europa, dove è diretta la maggior parte dei profughi.


Fortugno spiega l’impegno della Comunità: «Per noi è normale stare con gli ultimi, essere cattolici vuol dire testimoniare la fraternità». Aggiunge Giovanni Ramonda, il responsabile generale dell’associazione fondata da don Benzi: «Accogliamo nonostante la minaccia di occupare le strutture destinate ai profughi lanciata qualche giorno fa da Matteo Salvini». «Chi parla nei talk show», continua Fortugno, «venga a guardare negli occhi questa gente che fugge dalla guerra e dalla persecuzione. In Libano ci sono 3 milioni e 200 mila rifugiati su una popolazione di 4 milioni, in Libia quasi due e in Iraq un milione e 700 mila. In pochi anni abbiamo creato il triplo di profughi della Seconda guerra mondiale».

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