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Chi sono i due sacerdoti rapiti in Camerun

05/04/2014  La storia di don Giampaolo Marta e di don Gianantonio Allegri, dalla diocesi di Vicenza a una missione "a rischio" in Camerun.

Monsignor Pizziol, vescovo di Vicenza, in Camerun con i due sacerdoti rapiti ieri (foto di R. Gobbo.
Monsignor Pizziol, vescovo di Vicenza, in Camerun con i due sacerdoti rapiti ieri (foto di R. Gobbo.

  • Incontrai per la prima volta i missionari fidei donum della diocesi di Vicenza, in servizio in Cameroun, a gennaio 2011, quando con don Arrigo Grendele, direttore dell'Ufficio missionario diocesano, mi recai a visitare quella che il vescovo di Vicenza, monsignor Beniamino Pizziol, chiama la nostra “diocesi allargata”. Eravamo andati ad accompagnare don Leopoldo Rossi, che partiva per andare a dare man forte a don Maurizio Bolzon nella parrocchia di Loulou, sostenuta dalla diocesi di Vicenza, assieme a quella di Tchéré-Tchakidjebe, da dove don Giampaolo Marta, don Gianantonio Allegri, e la suora canadese Gilberte Bussier, sono stati rapiti. Con noi c'erano anche Giuseppe, Pierpaolo e Rosetta Meda, fratelli di don Damiano Meda che all'epoca era assieme a don Marta a Tchéré. Don Damiano lo scorso anno è rientrato a Vicenza, ed è stato sostituito da don Allegri.

Mi colpì molto il coraggio di quei quattro ragazzi che stavano e stanno in un posto così isolato e così povero, com'è l'Estremo nord del Camerun. Ma, è evidente che i fidei donum vengono inviati nei luoghi dove il bisogno è più forte. Capii subito che in quella terra se non ci fossero i missionari, non ci sarebbe nessun altro.

Don Giampaolo mi apparve subito il più riservato. Gli feci un'intervista con la telecamera, ma si vedeva che non amava comparire, di sicuro amava il servizio che stava facendo e il Paese dove si trovava. Mi colpì il fatto che aveva un grande rispetto per le donne, capendo quanto le donne africane faticano nella quotidianità per mandare avanti la famiglia, mentre gli uomini spesso si rifugiano nel bere. «E' sorprendente - mi disse - la forza delle donne. Hanno una grande capacità di sopportazione; si fanno carico delle difficoltà e loro, che hanno avuto meno possibilità di studiare, fanno sacrifici per riuscire a mandare i figli a scuola». E infatti, le scuole a Tchéré sono davvero piene di ragazzini entusiasti (sono classi che hanno dai 60 ai 100 alunni). Questi ragazzini rappresentano una forza per gli stessi missionari.  «Mi sorprende la loro capacità di sorridere - aveva poi aggiunto don Giampaolo -. Quando ho un momento di sconforto, mi reco alla scuola qui vicino e mi ricarico».

Don Maurizio Bolzon, raggiunto velocemente stamattina presto al telefono, ha detto di aver motivo per credere che i rapiti stiano bene»: lui e don Leopoldo Rossi, che avevano trascorso la notte dalle suore della Divina Volontà (sembra che nei giorni scorsi fossero stati minacciati), a Maroua, stavano andando a Tchéré, per accompagnare gli inquirenti nel sopralluogo.

I rapporti tra l'Ufficio missionario e i fidei donum vicentini nelle varie missioni sono continui, perciò che ci fosse una situazione tesa era cosa nota. Don Gianantonio Allegri scriveva, il 12 marzo scorso, in una mail: “La situazione di insicurezza del territorio non è cambiata: anche se esteriormente qui non si notano particolari allarmanti, è palpabile nel nostro sentire e nelle nostre conversazioni. Sappiamo che al confine con la Nigeria le forze dell'ordine e l'esercito sono impegnati ad assicurare che non ci siano infiltrazioni e il governatore della regione ha chiesto che se gli europei presenti qui per vari motivi, si spostano in gruppo, devono farsi scortare dalla polizia. Comunque, state tranquilli, noi siamo sereni e confidiamo in quel Padre che annunciamo, misericordioso e grande nell'amore”.

 Ieri sera tutti e quattro i sacerdoti vicentini avevano cenato a Tchéré e sarebbero dovuti rimanere lì a dormire anche don Maurizio e don Leopoldo, perché avevano programmato una riunione nei prossimi giorni per decidere se restare in Camerun o rientrare. All'ultimo momento avevano deciso di andare a dormire dalle suore. E questo li ha salvati.

 «Altrimenti sarebbero stati rapiti anche loro», dice Giuseppe Meda, fratello di don Damiano. I Meda sono cugini di don Giampaolo Marta; la mamma di quest'ultimo e il papà dei Meda erano fratelli. «Giampaolo è un ragazzo d'oro - dice Giuseppe, che non nasconde l'emozione - un ragazzo di poche parole, ma molto dinamico. Mio fratello Damiano non riesce a farsene una ragione, non capisce come sia potuto succedere. Non se lo sarebbe mai aspettato. Tra Giampaolo e Damiano c'è un legame di sangue, ma anche di amicizia molto forte poiché hanno lavorato insieme otto anni a Tchéré. Io stesso da stamattina, saputa la notizia, non riesco a connettere».

 Don Gianantonio Allegri era parroco a Magrè nel 2013, ma in Camerun aveva già operato dieci anni (1992-2002). Perciò, quando, lo scorso anno, aveva saputo che don Damiano sarebbe rientrato, era stato lui a chiedere al vescovo Pizziol di mandarlo di nuovo in un Paese di cui «si era innamorato», dove aveva lasciato «un pezzo di cuore».

Tra le prime indiscrezioni, la voce che risulta più insistente è che si sia trattato di una sorta di vendetta da parte dei fondamentalisti di Boko Haram, a seguito del sequestro di un loro consistente carico di armi effettuato dalle forze dell'ordine camerunensi. Per i terroristi, che necessitano di molto denaro, il rapimento di cittadini stranieri è un modo per cercare di “recuperare” il perduto.

Rapimento, peraltro, perpetrato in un momento importante per la Chiesa locale. Oggi o domani, infatti, la diocesi di Maroua avrebbe annunciato il nome del nuovo vescovo, poiché mons. Philippe Stevens (da sempre indefesso propugnatore della pace tra le religioni, del dialogo, della convivenza fraterna), è dimissionario ormai da due anni, per superati limiti di età. La comunità cristiana è incredula. Di sicuro, la tensione si toccava con mano, almeno da quando, a novembre 2013, era stato rapito il prete francese, padre Georges Wandenbeusch (poi liberato il 31 dicembre del 2013), curato della parrocchia di Nghecewé, un centinaio di chilometri da Maroua.

In quell'occasione, don Maurizio Bolzon mi aveva espresso tutta la sua preoccupazione per una situazione che stava precipitando dal punto di vista della sicurezza. Pertanto, si era preferito annullare il viaggio di un gruppo di muratori vicentini che in quei giorni doveva recarsi a Loulou per dare una mano alla costruzione della chiesa. La stessa polizia locale, in un comunicato aveva riconosciuto come “l'Islam estremista è sempre più armato e sempre più intenzionato ad allargare il suo territorio”. La polizia aveva anche chiesto agli stranieri di rientrare in patria, ma i missionari si erano opposti, dicendo che non si abbandona la gente quando il bisogno si fa più grande. «Che credibilità avrebbe il Vangelo - mi disse don Maurizio - se coloro che sono venuti ad annunciarlo se ne andassero non appena il prezzo comincia ad alzarsi?».

Ma la situazione si era fatta sempre più preoccupante. Lo stesso viaggio del vescovo Pizziol con il direttore dell'Ufficio missionario, lo scorso gennaio, era stato improntato a misure di sicurezza particolari. Tuttavia, niente faceva presagire un epilogo così drammatico. «Anche se nostro fratello un anno fa è rientrato, noi abbiamo continuato a mantenere i contatti con il Camerun e a dare una mano, per quello che possiamo fare. Una ventina di giorni fa - conclude Giuseppe Meda - siamo riusciti a far arrivare un container con aiuti per entrambe le parrocchie. Oltre che per il rapimento, c'è anche preoccupazione per il futuro. Perché potrebbe essere che il vescovo decida per la chiusura di quella missione, e questo sarebbe davvero un grande dolore. Purtroppo, lì il pericolo adesso c'è, è reale. Quella è una zona dove lo Stato non arriva, all'estremo nord, lontana da tutto. E la gente è così povera, che la compri con un nonnulla».

 

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