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martedì 22 giugno 2021
 
intervista
 

Chiara Valerio: «Il libro è un atto di libertà, per questo ha resistito alla pandemia»

09/02/2021  La scrittrice sabato 13 febbraio terrà una lezione in streaming per il ciclo “Le parole del Vieusseux”: «In un periodo di restrizioni come quello attuale, il libro per il fatto stesso di poterlo scegliere ci ricorda effettivamente che cos’è la libertà, cioè la possibilità di scegliere il tempo e lo spazio. È un grande esercizio su cosa significhi essere liberi in mezzo ad altre persone libere»

Il libro come atto di libertà. Chiara Valerio, scrittrice, editor responsabile della narrativa italiana della casa editrice Marsilio, declina così la lezione (in streaming) sul “Libro” che terrà sabato 13 febbraio per il ciclo “Le parole del Vieusseux” che affronta e approfondisce i temi più significativi della storia e dell’attività del Gabinetto fiorentino, che ha appena festeggiato i duecento anni di vita, in relazione al nostro tempo.

«Il libro», afferma Valerio, «è l’unico dispositivo in cui il lettore può decidere il tempo e lo spazio. In un periodo di restrizioni in cui tutti i movimenti sono decisi per una necessità collettiva come quella di minimizzare il contagio, il libro per il fatto stesso di poterlo scegliere ci ricorda effettivamente che cos’è la libertà, cioè la possibilità di scegliere il tempo e lo spazio. Lo trovo un grande esercizio, molto semplice ed economico, su cosa significhi essere liberi in mezzo ad altre persone libere. Il libro è una prassi di libertà, non una teoria».

Nel 2020, segnato dalla pandemia, le vendite hanno tenuto. Non era scontato, considerato anche la lunga chiusura delle librerie durante il lockdown di primavera.

«Faccio fatica a parlare del libro in generale, come oggetto di consumo. In qualche modo c’è sempre un libro preciso che fa scattare determinate cose in testa a ognuno di noi. Anche i numeri sono importanti, certo. Dal punto di vista commerciale, il libro ha retto molto bene, sono aumentate moltissimo le vendite degli e-book per esempio. In mezzo a tante paure economiche, con la prospettiva di una crisi lunga e complessa, il libro è stato un oggetto che poteva regalare un viaggio spendendo meno di venti euro, una novità che uno poteva acquistare senza pensare di aver investito dei soldi che non avrebbe mai più recuperato, la possibilità di fare una vacanza, di avere una cosa nuova che non si consumava come un cibo comprato al delivery. E in qualche modo ha mantenuto il segno della vita di prima perché i libri in fondo si leggono allo stesso modo. Sarebbe interessante fare le proporzioni tra gli abbonamenti a Netflix e Amazon Prime Video e i libri venduti durante il lockdown. I primi sono aumentati nel mondo di unità di milioni, bisogna vedere se è stato così anche per il settore librario. In ogni caso, il consumo d’intrattenimento culturale è cresciuto moltissimo».

Lei è editor e scrittrice. Come cambia il suo rapporto con la parola quando lavora da editor di libri altrui e quando invece a scrivere è lei?

«Di mio, come atteggiamento, leggo. Quindi anche quando scrivo, sono molto veloce a buttare giù le pagine, poi scrivo davvero un libro quando le rileggo. Probabilmente la mia attitudine principale è sempre quella della lettura. Sono mestieri diversi, ai quali bisogna accordare un ritmo e un tono, anche perché non è che abbiamo sempre la stessa lingua. La scrittura sta dentro la vita, è un esercizio di accordatura ai ritmi linguistici e da questo punto di vista che tu lo faccia sui tuoi libri o su quelli degli altri non cambia molto. Io ho sempre pensato di voler somigliare a tutti i libri che pubblico, perche qualsiasi libro che pubblico mi dà la possibilità di capire come le parole rappresentano il mondo. Dal punto di vista storico l’Italia ha una grande tradizione di scrittori ed editor. Penso a Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Vittorio Sereni, ma anche, per stare all’oggi, a Beatrice Masini, Antonio Franchini, Carlo Carabba, Andrea Cannobbio che cura la narrativa straniera di Einaudi. È più diffuso di quanto sembri. Io ho cominciato alla rivista Nuovi Argomenti dove eravamo tutti scrittori, non sono nata in un’editoria dove gli scrittori erano lontani».

Il libro che le ha cambiato la vita?

«Il primo libro “da grandi” che ho letto è stato in prima media I Malavoglia di Giovanni Verga. Dopo quella lettura, si è aperto qualcosa dentro di me, ho visto i colori e le forme che non mi era mai venuto in mente prima di allora di vedere nei libri, ho sentito il vento e il mare, e ho capito che la letteratura faceva effetto di realtà. Poi ce ne sono stati tanti e spero che ce ne siano tanti altri ancora. La prima autrice di cui ho letto tutto è Marguerite Yourcenar e poi ho letto tutti i libri che lei citava. Ho fatto lo stesso con Virginia Woolf leggendo i testi che aveva recensito nel Common Reader. Per me i libri sono, in qualche modo, gli scrittori e le loro letture. Come se fosse una porta che si apre in un corridoio e poi da qui in un’altra stanza e poi in un’altra ancora».

La mostra dedicata ai 200 anni del Gabinetto Vieusseux di Firenze

Il suo scrittore preferito?

«Forse Virginia Woolf, per frequentazione e perché ogni tanto apro una pagina e vedo cosa mi dice. Ce ne sono tanti altri, in realtà. Un altro libro che mi ha cambiato totalmente la percezione di che cos’è la letteratura è stato Lo scimmiotto di Wu Ch’êng-ên, la storia di una scimmia pestifera costretta dagli dei ad accompagnare un prete che doveva portare dei rotoli dalla Cina all’India. Quando l’ho letto, ho pensato che io quella storia la conoscevo. Per la mia generazione i cartoni animati giapponesi hanno rappresentato un viatico per tante letture».

Il libro su cui, rileggendolo, ha cambiato idea in positivo o anche in negativo?

«Quando per preparare una lezione ho riletto L’età dell’innocenza di Edith Wharton, che mi era sembrato un libro importante ma non un capolavoro assoluto, ho capito che io mi ero identificata sempre con Newland Archer e nella vita mi ero sempre innamorata di gente che somigliava a madame Olenska anche se io non ero Newland Archer (ride, ndr). C’è stato un fraintendimento d’immedesimazione. Poi ci sono libri che ho molto amato ma che, col senno di poi, credo di aver sopravvalutato».

Quali?

«Non ci sono solo le arance di Jeanette Winterson per me è stato il libro degli anni Novanta. È carino ma non so se resterà fra mille anni. Oppure la prima volta che ho letto La fisica per tutti di Landau, mi sembrava quasi divertente nel suo tentativo di spiegare questa disciplina a una Russia che si stava sollevando dal contado. Rileggendolo, scopro che è un libro di un’immaginazione assoluta. Non sottolineo più le stesse frasi di quando avevo 15 o 20 anni. Ci sono libri che sono tanto ricchi che in qualsiasi età in cui tu li legga, vedi un’altra cosa, o anche un’altra cosa».

Nel suo ultimo libro, La matematica è politica, scrive che «democrazia e matematica da un punto di vista politico si somigliano: come tutti i processi creativi, non sopportano di non cambiare mai». Che significa?

«Io in realtà penso che il nostro modo di parlare in italiano si sia svuotato di significato, noi parliamo essenzialmente senza subordinate, ma la nostra lingua è fatta in maniera tale che se tu non utilizzi le subordinate ti manca il principio di causa – effetto perché vengono a mancare le modali, le causali e le temporali e descrivi azioni che non hanno conseguenze nel passato e nel futuro. Questo ha un cascame politico evidente perché viene meno la responsabilità delle azioni compiute o di quelle mancate. Ho pensato quale fosse il linguaggio simbolico che è fondato sulla consequenzialità e sul principio di causa – effetto».

Che risposta si è dato?

«La matematica che sembra così ferma e assoluta ma dice due cose interessanti: le verità sono assolute ma dipendono dal contesto, ci sono verità matematiche che valgono in alcuni contesti e in altri no. La matematica è un linguaggio e un sistema dove le regole si contrattano volta per volta, come i diritti nelle democrazie. Mia mamma è nata nel 1952, io nel 1978, in un mondo dove le verità erano diverse da quelle di mia madre. La matematica è un linguaggio che evolve attraverso le contrattazioni esattamente come la democrazia. Questo parallelo mi sembra molto valido anche non è possibile fare un’equivalenza assoluta tra quello che è la democrazia e la politica e la matematica però mi sembrava importante dire che noi, ben prima di andare a scuola, impariamo un linguaggio regolato saldamente dal principio di causa – effetto».

In che senso?

«Per esempio quando da piccoli impariamo a contare 1,2,3,4 e così facendo impariamo automaticamente che per avere 2 devi avere 1, per avere 4 devi avere 3,2,1 e quindi adoperiamo il principio di causa – effetto. In questo particolare momento storico e politico mi è sembrato giusto affermare che il principio di causa – effetto ti connette al mondo e alla realtà e ti fa comprendere che la tua libertà non è assoluta ma è nel collettivo, la tua libertà deve valere quanto quella degli altri e questo è un principio civile che la matematica ha ben presente per com’è fatta e come si costruisce. La libertà dell’uomo solo, nel vuoto, senza nessuno accanto, è un’astrazione che non ci riguarda e non è interessante perché noi non viviamo nel vuoto, da soli e senza relazioni. Le libertà vanno parametrate, la matematica mi sembra che lo dica, senza volerlo, e che possa servirci per consolarci e consolidarci nel fatto che noi sappiamo agire così, come si costruisce un sistema che tiene conto del contesto, che le cose vengono insieme a tante altre, come se fosse un grappolo».

Da Europa a migrazione, una riflessione sulle parole del nostro tempo

In occasione del Bicentenario del Gabinetto Vieusseux (1820 – 2020), dopo alcune iniziative realizzate “in presenza”, alcune parti del programma di celebrazioni sono state organizzate online. Come il ciclo di conferenze Le Parole del Vieusseux, che affronta e approfondisce le “Parole” e i temi più significativi a rappresentare la storia e l’attività del Gabinetto in relazione al loro significato nel nostro tempo.

Il ciclo è iniziato con il tema EUROPA a gennaio con Ferruccio De Bortoli, e poi è proseguito con Michela Murgia (COMUNICAZIONE), Stefano Mancuso (TERRA) e Francesca Mannocchi (MIGRAZIONE), Guido Tonelli (SCIENZA).

La prossima conferenza, in programma sabato 13 febbraio alle ore 11, avrà come protagonista Chiara Valerio e la parola LIBRO, sempre in modalità online, sul sito di PiùCompagnia.

La conferenza resterà disponibile per una settimana, quindi sarà visibile sul canale Youtube del Vieusseux. Il programma completo e informazioni: www.vieusseux.it

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