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La responsabilità ecclesiale e pastorale della teologia

09/12/2021  Lo studio del teologo permette al credente di essere sempre più cosciente della fede viva. La riflessione di Robert Cheaib

Questa seconda puntata continua la riflessione sul rapporto tra fede vissuta e fede pensata. Facciamo qui un passo in più e rispondo alla domanda di un lettore che mi chiedeva: se studio la teologia, rischio di perdere la fede? Rispondo senza mezzi termini: il problema non è lo studio e la ricerca, ma è l’impostazione del lavoro teologico e soprattutto la finalità che si persegue nel fare lo studio. E qui – mi permetto di denunciare una situazione nota – pare che a volte alcuni docenti perdano di vista il senso del servizio teologico nella Chiesa. Dai racconti degli studenti, mi pare di capire che ci siano docenti che si divertono a scandalizzare i più fragili! Tante volte le stesse idee possono essere dette senza scandalizzare chi è ancora neofita. Do un esempio e mi scuso in anticipo per la semplificazione estrema. Consideriamo i primi undici capitoli di Genesi. Uno potrebbe dire: «E ci credete ancora? Sveglia! Ma nulla di ciò è vero! Sono racconti che si trovano in altre culture. I redattori biblici li hanno attinto ad altre fonti». Oppure si potrebbe dire: «Nel riflettere sulle questioni delle origini, gli autori sacri hanno attinto all’esperienza della fede di Israele e, come è normale che sia, al materiale presenti nelle culture circostanti e così sono nati questi racconti che portano delle similitudini con quelle delle culture circostanti, ma allo stesso tempo, e in maniera sottile e intelligente, dicono la fede di Israele e presentano in narrazioni e in simboli accessibili a tutti delle grandi verità come: il Dio creatore (una rivoluzione filosofica e culturale!), la bontà della creazione (che nega il dualismo originario tra bene e male e che presenta la creazione come un bene e come qualcosa di bello), la demolizione nelle credenze astrologiche e della divinizzazione dei pianeti, il rapporto uomo-donna, ecc.». Sebbene entrambe le risposte dicano che bisogna uscire da una lettura ingenua che considera i primi racconti come la cronistoria della creazione, ognuna avrebbe un effetto totalmente diverso sull’uditorio. La prima distrugge e dissacra il testo biblico e non offre prospettive; la seconda istruisce e permette di costruire un sapere più maturo e non distoglie dalla lettura orante del testo sacro. Per cui, non è lo studio in sé che allontana, anzi, grandi santi hanno invitato a studiare per nutrire la fede e l’amore e per maturare nella conoscenza di Cristo. Ed è proprio di questo che parleremo nella terza parte della nostra riflessione.

 
 
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