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«Figlio dell'uomo»: un titolo divino-umano di Cristo

01/04/2021  È un titolo molto usato da Gesù per parlare di se stesso: l’espressione ha diversi significati. L'intervento del teologo Robert Cheaib

Ci è giunta nei giorni scorsi questa domanda da Roberta: «Meditando il brano del Vangelo (Matteo 16,13-19) è sorta dentro di me una domanda: cosa vuole dire Gesù quando definisce se stesso “Figlio dell’uomo”?». Il titolo in questione è tra i vari “titoli cristologici” presenti nel Nuovo Testamento. Secondo gli studiosi, è tra i titoli più accreditati usati dal Gesù della storia per parlare di se stesso. L’espressione è polisemica, ovvero ha diversi significati. Il primo significato è meramente antropologico e significa semplicemente “uomo” o “essere umano”. Lo incontriamo tra l’altro nell’Antico Testamento ed esso sottolinea l’umanità dell’uomo: «Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (Salmo 8,5); «Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte» (Salmo 80,18); e ancora: «Signore, che cos’è l’uomo perché tu l’abbia a cuore? Il figlio dell’uomo, perché te ne dia pensiero?» (Salmo 144,3). L’espressione ricorre decine di volte nel libro del profeta Ezechiele e, anche qui, vuole esprimere l’umanità dell’uomo e la sua distinzione da Dio. Ma, come abbiamo detto, l’espressione è polisemica ed esprime anche una dimensione sovraumana. Il riferimento è un testo apocalittico di Daniele: «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto» (Daniele 7,13-14). Il «Figlio dell’uomo» ha un regno eterno ed è giudice di tutti i popoli, ovvero, ha la prerogativa che è solo di Dio. Va aggiunto che un testo apocrifo leggermente precedente a Gesù, il Libro di Enoch, dona un peso teologico importante alla figura del «figlio dell’uomo». Questi elementi ci portano a capire e a supporre che Gesù, nell’usare quest’espressione, lanciava un messaggio sottile ma molto evocativo ai suoi interlocutori, portando «chi ha orecchi per ascoltare» a interrogarsi e a mettersi in ascolto dei segni che manifestano l’identità di Cristo che pur essendo vero uomo è anche vero Dio.

 
 
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