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lunedì 13 luglio 2020
 
La storia
 

Milano, chiude il reparto di terapia intensiva. Ma solo per allagamento

17/05/2020  I forti temporali di queste ultime ore si sono abbattuti anche sul padiglione De Palo del Policlinico dove si trovavano cinque pazienti in terapia intensiva, trasferiti di corsa e in sicurezza in altre aree. La testimonianza di un'infermiera in prima linea

Mentre la pressione sulle terapie intensive si sta allentando anche nella martoriata Lombardia, uno dei primi baluardi contro il Covid-19, il padiglione De Palo dell'Ospedale Maggiore Policlinico di Milano ha chiuso. Purtroppo non per mancanza di pazienti, anche se si era già passati dai 14 posti letto a pieno regime, nei giorni più bui, a soli 5 in queste ultime ore. A costringere a chiudere in emergenza il reparto sono state le piogge torrenziali di questi giorni nel capoluogo lombardo, che hanno allagat anche quest'area di vitale importanza per la salute dei cittadini.

«Il De Palo è una struttura che si trova all'esterno dei padiglioni, al centro del grande ospedale», spiega una delle infermiere in prima linea fin dalle prime ore della pandemia. «Si tratta di un prefabbricato e per questo è stato scelto fin da subiito per accogliere questi malati molto gravi, perché si trovava isolato dai normali reparti. Con l'allagamento abbiamo dovuto trasportare i pazienti in altre aree, in totale sicurezza visto che per fortuna erano ormai stabili, non gravissimi. In tutto erano cinque i reparti di terapia intensiva del Policlinico. Ora sono diventati quattro. Tutte le macchine dovranno poi essere controllate, ritarate e rigenerate se necessario, per renderle nuovamente sicure e funzionali. Speriamo però che per ora non servano più».

Come tutti i medici e gli infermieri di questo reparto, anche per lei che chiede di restare anonima, da settimane non ci sono più orari né tregue.

«La fase peggiore sembra essere passata. Qui di dobvrebbero fare turni di otto ore, ma non li rispettiamo più. Se c'è da fare, lavoriamo molto di più. E nei giorni perggiori davvero non avevamo respiro. Per fortuna da fuori c'è chi ci è stato vicino. Come Elena Fazzini, la responsabile di Hope, una nlus che ogni giorno ha consegnato a noi infermieri e ai medici e alle loro famiglie viveri e beni di prima necessità: panini, frutta, insalate, magari un dolce. "Coccole che ci hanno riscaldato il cuore e non ci hanno fatto mai sentire soli nell'emergenza. E gli italiani sono stati eccezionali dalla loro parte: rispettando il lockdown e le direttive della protezione civile giorno dopo giorno hanno permesso che qui piano piano le cose stiano migliorando sempre più».

Quali sono state le emozioni più forti che avete vissuto?

«Dietro le nostre protezioni abbiamo vissuto il dolore, la paura di tanti ammalati, non potrò mai più scordarlo. Ora che hanno portato via i "nostri" malati sono addolorata. Volevamo loro bene come a dei famigliari. Sono stati portati via che stavano meglio e quindi anche se non li rivedrò mai più so che ce la faranno. Non potrò mai dimenticare la scena della colonna di camion militari che portavano via i morti da Bergamo. Ho pianto davvero tanto e non riesco più a togliermela dagli occhi e dal cuore. Spero che questo non si ripeta mai più».

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