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martedì 28 settembre 2021
 
Stretta al credito e usura
 

Ci pensa lo strozzino

24/09/2013  Le banche quest’anno hanno dato 5 miliardi di euro in meno di prestiti alle famiglie, di cui ben 3 al Sud. E quando viene meno il denaro legale, aumenta il rischio usura. Uno studio della Cgia di Mestre mostra dati allarmanti.

Crollano i prestiti alle famiglie, aumenta l’usura. È questa la conseguenza dei 5 miliardi di euro in meno concessi nell’ultimo anno. Con la crisi e la paura delle insolvenze, i criteri delle banche per concedere i prestiti diventano sempre più rigidi. “Credit crunch”, stretta del credito in termini tecnici. Acqua alla gola per le famiglie nella pratica. Lo dice uno studio della Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese, ricavato elaborando i dati della Banca d’Italia.

La situazione è particolarmente grave al Sud: dei 5 miliardi in meno, quasi 3 sono stati tagliati alle famiglie del Mezzogiorno. In percentuale, la contrazione più grave è in Calabria (-4,3%, pari a -374 milioni di euro), Basilicata (-4,2%), Sicilia e Molise (entrambi con -2,7%) e in Campania (-2,6%, -794 milioni di euro).

Per contro, proprio in quest’area, si consolida il rischio usura. Nel 2012, la Campania, la Basilicata, il Molise, la Calabria, la Puglia e la Sicilia sono le regioni dove la penetrazione di questo drammatico fenomeno sociale ed economico ha raggiunto i livelli più alti. «In altre parole», commenta Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia, «a fronte di una contrazione del credito alle famiglie consumatrici che si è fatta sentire soprattutto nel Mezzogiorno, c’è il pericolo che il rischio usura, già presente in questi territori in misura maggiore rispetto altrove, assuma dimensioni allarmanti».

In Campania il "rischio usura" più alto d'Italia

Questo dato, “il rischio usura”, è analizzato ormai da più di quindici anni dall’Ufficio studi della Cgia, mettendo a confronto alcuni indicatori regionalizzati, quali la disoccupazione, i fallimenti, i protesti, i tassi di interesse applicati, le denunce di estorsione e di usura, il numero di sportelli bancari e il rapporto tra sofferenze e impieghi registrati negli istituti di credito. In pratica, è stato individuato l’indice del rischio usura attraverso la combinazione statistica di tutte quelle situazioni potenzialmente favorevoli alla diffusione dello “strozzinaggio”.

«Dimensionare l’usura solo attraverso il numero di denunce», spiega infatti Bortolussi, «non è molto attendibile perché il fenomeno rimane in larga parte sommerso e risulta quindi leggibile con difficoltà, approssimazione e attendibilità relativa. Per questo abbiamo messo a confronto ben otto sottoindicatori per cercare di dimensionare con maggiore fedeltà questa emergenza».

Ebbene, rispetto a un indicatore nazionale medio pari a 100, la situazione più critica si presenta in Campania: l’indice del rischio usura è pari a 169,2 (superiore del 69,2% della media italiana), in Basilicata si attesta al 159,2, in Molise si ferma a 153,1, in Calabria a 150,4 e in Puglia a 139. Mentre la realtà meno “esposta” da questo fenomeno è il Trentino Alto Adige, con un indice del rischio usura pari a 49,2 (50,8% in meno della media nazionale), seguito dalla Valle d’Aosta (57,6) e dal Friuli Venezia Giulia (69,7).

Infine, il segretario della Cgia ricorda che «quello che forse pochi sanno, sono le motivazioni per le quali molti cadono nelle mani degli strozzini. Oltre al perdurare della crisi per artigiani e commercianti, sono le scadenze fiscali a spingere molti operatori economici nella morsa degli usurai. Per i disoccupati o i lavoratori dipendenti, invece, sono i problemi finanziari che emergono dopo brevi malattie o infortuni».

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