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Ciliegie o ciliege? La risposta è qui

16/04/2012  Due professori, abili divulgatori, propongono un pronto soccorso per difendersi dai dubbi della lingua. Ministro o ministra? Familiare o famigliare? Cimentatevi con il quiz.

La copertina del libro.
La copertina del libro.

L’uomo della strada ai grammatici chiede risposte certe, sentenze definitive: giusto o sbagliato al di là di ogni ragionevole dubbio. Grafie colpevoli contro grafie innocenti: ciliegie o ciliege? Famigliare o familiare? Frìuli o Friùli?  Senza incertezze. Gli esperti invece guardano la lingua da un altro punto di vista, più descrittivo e meno normativo: la osservano vivere e mutare, come gli entomologi fanno con il comportamento degli insetti, anziché giudicarla come presidenti di corte d’Assise. Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, collaudatissima squadra della divulgazione linguistica, stavolta in Ciliegie o ciliege?, però, anziché diffondersi in spiegazioni, scelgono di mettersi, un po’ per gioco e un po’ no, nei panni dei giudici e provano a offrire una risposta secca a 2.406 ragionevoli dubbi della lingua italiana.

Li hanno raccolti censendo gli errori più frequenti e catalogando domande di disparata provenienza. «Diversamente dai libri precedenti che si rivolgevano a un pubblico medio ma colto e curioso delle cose della lingua», spiegano alternando le voci, «stavolta offriamo un pronto soccorso da scrivania, per risolvere ogni incertezza velocemente, senza ricorrere al vocabolario, con cui non tutti hanno confidenza».

PRIMA DI PROSEGUIRE NELLA LETTURA, FAI IL TEST

Valeria Della Valle  e Giuseppe Patota all'ultimo Festival di Mantova (foto: Festivaletteratura Mantova, 2011)
Valeria Della Valle e Giuseppe Patota all'ultimo Festival di Mantova (foto: Festivaletteratura Mantova, 2011)

Ma la grammatica non è il Codice civile e accade, non di rado, che tutt'e due le forme vadano assolte per insufficienza di prove o meglio per eccesso di attestazioni. Come reagiscono allora i lettori ansiosi di soluzioni certe? «Rimangono delusi», racconta Valeria Della Valle, «al pubblico ampio il “tutt’e due” non piace, ma noi in qualche caso abbiamo dovuto dire anche "tutt’e tre". Perché esistono più forme ugualmente corrette». Del resto, come osserva Giuseppe Patota, durante una presentazione del libro straordinariamente innovativa e colorata (a proposito, non perdetevela se vi capita): «Il linguista non è un giudice, non deve necessariamente decidere».

Scorrendo i dubbi con occhio attento vien da chiedersi se, nello scegliere tra due forme possibili e legittime, chi scrive non dica anche, magari inconsciamente, qualcosa di sé. E qui la squadra collaudata, nel rispondere, si scinde in due riflessioni diverse: «Se uno tra due forme predilige sempre quella più arcaica, meno moderna e consueta», osserva Della Valle, «evidentemente ha nostalgia di una lingua più colta, lontana dalla contemporaneità», ma Patota, forse non a caso da un punto di vista di genere diverso, nota che non è quello l’unico modo di marcare distanze.

Elsa Fornero, ministra o ministro?
Elsa Fornero, ministra o ministro?

Se gli autori davanti all’alternativa avvocato/avvocata, magistrato/magistrata ministro/ministra, quando detto di una donna, ammettono indifferentemente entrambe le soluzioni, Patota nota che quando le donne raggiungono ruoli  un tempo maschili, sul piano linguistico, hanno preferenze radicali: «una donna che esercita la professione dell’avvocatura non ama sentirsi chiamare avvocata, vuole che la si chiami avvocato. Per non parlare naturalmente di "avvocatessa", dove però ci sono ragioni oggettive, perché il suffisso è usato in accezione spregiativo-ironica, per non parlare di "giudichessa" rivolto al magistrato/a, adoperato alla stregua di un insulto. Trovo, però, significativo che una donna tra avvocata e avvocato preferisca avvocato: l’idea di base è che la professione non abbia genere, ma in realtà l’italiano, tranne pochissime eccezioni in alcuni plurali,  non prevede il genere neutro e allora non si può che cogliere nella scelta una sfumatura diversa, psicologica in qualche modo».

Giornali.
Giornali.

Abituati a confrontarsi con il pubblico, Patota e Della Valle non amano associarsi al grido di dolore di chi, di tanto in tanto, si straccia pubblicamente e metaforicamente le vesti, denunciando il degrado linguistico di Internet o degli scritti degli studenti. Semplicemente osservano con spirito scientifico che: «gli errori che ricorrono in Rete o sulla carta sono sempre gli stessi», che «hanno spesso una provenienza, tipica ora del Nord ora del Sud», ma non stanno al gioco di chi si scandalizza per uno strafalcione ortografico su Facebook: «Per molti, che l’ultima volta avevano scritto in una classe della scuola media, Internet è stato il modo di superare la soggezione. Far riaccostare alla scrittura, rendendola immediata, persone che probabilmente avrebbero perso completamente il contatto con l’atto dello scrivere è un fatto positivo. Sarà pur vero che ci sono tanti errori, ma questi testi non hanno altra finalità se non quella di comunicare e tutti noi facciamo errori, travolti dalla velocità dell'e-mail».

Partendo da due osservatori diversi (Patota dalla piccola università di Arezzo, Della Valle dall’affollatissima romana La Sapienza), ammettono che negli scritti degli studenti «Il degrado esiste, ma è l’esito dei numeri cambiati: cinquant’anni fa l’università era un privilegio di pochi che imparavano l’italiano in casa, come diceva don Milani. Oggi l’università è di massa ed è un bene, anche perché i bravi e i bravissimi ci sono ancora».

Resta solo il tempo per la domanda da un milione di dollari: qual è, se c’è, il segreto per imparare il dominio delle parole, il controllo di ciò che si scrive e si dice? «Leggere e riflettere su ciò che si legge. E leggere di tutto, non solo letteratura, anche i giornali, che non sono malscritti come si dice, ma una palestra per prendere dimestichezza con la lingua nelle sue forme: l’italiano dello sport è diverso dall’italiano della politica e dall’italiano della moda». 

 
 
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