logo san paolo
sabato 22 gennaio 2022
 
l'opinione
 

Cinque milioni di italiani aspettano di essere italiani

08/07/2021  Il ritardo politico e culturale sulla legge sullo "ius culturae" riguardante i figli di stranieri nati sul nostro territorio è ormai inaccettabile. La campagna "L'Italia sono anch'io" continua e ha già raccolto 200 mila firme (di Antonio Russo, vicepresidente nazionale Acli)

di Antonio Russo*

 

Riformare la legge sul diritto di cittadinanza: da quanti anni se ne discute? Eppure, come in un assurdo gioco dell’oca, ci ritroviamo sempre nella stessa casella di partenza, o quasi. Secondo la Legge 91/92, un figlio nato da genitori stranieri, anche se generato o arrivato in tenera età in Italia, può richiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni. Non esiste quindi nel nostro Paese, salvo rare eccezioni, alcuna possibilità per questi giovani di acquisirla automaticamente, seppure la loro storia personale e sociale in nulla differisca da quella dei coetanei. Il loro desiderio di essere italiani viene cioè messo a dura prova, essendo negato proprio nell’età della formazione dei valori e dell’identità. Ciò stride profondamente con quella che è ormai la realtà italiana nella quale gli stranieri residenti sono passati dagli 800mila dei primi anni Novanta – periodo in cui la legge fu scritta - agli oltre 5 milioni di oggi. Di conseguenza, i minori stranieri, rispetto ai circa 26mila del 1991 sono diventati oltre 1 milione e i banchi di scuola accolgono una popolazione sempre più mista, con un 10% di studenti.

Non ha dunque bisogno di ricordarcelo l’Istat che i “figli di immigrati sono già parte integrante della popolazione della società italiana”. La sensazione che lentamente si fa certezza, è che si fa finta di non vedere ciò che non si vuol riconoscere.Da qui l’urgenza di arrivare a un traguardo su quella che riteniamo sia una legge di civiltà. Il diritto di cittadinanza, da cui ne discendono molti altri, nasce come diritto di riconoscersi parte di una comunità; è quindi per sua natura inclusivo e non escludente. Ecco perché è urgente facilitare un approdo legislativo adeguato alla nuova Italia che già c’è. Di fronte ad una legge così datata e per via del fatto che nel Belpaese le norme sulla cittadinanza sono più restrittive che nei maggiori stati membri dell’Ue, con un eccesso di discrezionalità amministrativa che porta a molti dinieghi di richieste, la società civile, si è mossa fin dal 2012. La Campagna L’Italia sono anch’io, di cui le Acli sono state tra le organizzazioni promotrici, ha raccolto e depositato, attraverso una proposta di legge di iniziativa popolare, oltre 200mila firme per chiedere al Parlamento la revisione della norma.

Da allora il dibattito sulla riforma della L. 91/92 si è riproposto più volte, senza aver mai trovato uno sbocco concreto in Parlamento. Nel succedersi delle legislature il tema ha interrogato la politica che nelle varie fasi di dibattito ha sostenuto differenti modelli di riforma, passando dallo ius soli, allo ius soli temperato, per approdare nell’ultima versione allo ius culturae. Tuttavia, anche l’ultima proposta di legge si è fermata, due legislature fa, a Palazzo Madama, nonostante le mediazioni che nel tempo le forze di maggioranza hanno tentato. Le Acli hanno nelle scorse settimane riaperto la discussione pubblica sul tema affinché in questa legislatura non si perda ulteriormente l’occasione per ridurre un ritardo culturale e politico oramai inaccettabile. Serve un cambio di paradigma nell’affrontare un argomento che spesse volte è stato usato strumentalmente più come pretesto da campagna elettorale, che come leva per ampliare la gamma dei diritti e delle garanzie di una grande democrazia europea. L’idea che sostiene la nostra posizione è quella per la quale la cittadinanza non è una concessione ma un diritto soggettivo.

La sua negazione, oltre a creare concreti problemi quotidiani, genera precarietà, insicurezza e difficoltà di inclusione e integrazione, a scapito della tenuta sociale del nostro Paese. Infatti, quando parliamo di legge sulla cittadinanza non discutiamo solo di questioni burocratiche o politiche, ma parliamo del futuro delle persone e della qualità della democrazia e della coesione sociale. Rendere visibili questi cittadini invisibili, italiani di fatto ma non di diritto, evita di far crescere un’immigrazione rancorosa. Per converso riconosce la presenza di un’immigrazione che contribuisce enormemente allo sviluppo del Paese, sia dal punto di vista demografico, sia lavorativo, sia fiscale e last but not least culturale. E’ la nostra cultura democratica che ha contribuito a fondare l’Unione Europea a chiederci un cambio di passo. I diritti civili e umani non si discutono: stanno al di sopra delle questioni politiche. Il tempo che ci è dato di vivere e le circostanze storiche ci chiedono dunque di allargare il perimetro della cittadinanza, non di restringerlo. In un film magistralmente interpretato da Totò, il barone Zazà diceva “Signori si nasce e io modestamente lo nacqui”. Oggi oltre un milione di bambini e giovani direbbero “italiano/a, modestamente lo nacqui”. Manca dunque solo quell’atto formale sulla cui sostanza giuridica si fonda il riconoscimento di assumere pienamente doveri e diritti nei confronti della comunità.

(*)Vice Presidente nazionale delle Acli

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo