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martedì 28 maggio 2024
 
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Credere

Ciò che resiste al Tempo e trapassa nell'eterno

01/12/2022  La storia di un avvocato statunitense dei “quartieri alti” che si è messo a disposizione dei poveri vicino casa ci richiama come è la Chiesa “al suo meglio”: quando compie le opere dell’amore

Cari amici lettori, mi ha molto colpito la storia di Dale Recinella, un avvocato statunitense, credente, ora in pensione, che sin dal lontano 1988 aveva iniziato a fare volontariato in una mensa dei poveri. Un uomo benestante dei “quartieri alti”, dunque, che a un certo punto decide di mettere a disposizione ogni giorno un paio d'ore per aiutare a servire il pranzo ai senzatetto. All'inizio gli viene assegnato l'incarico riservato ai volontari novellini: il “servizio della porta”, che consiste nell'assicurarsi che i poveri in attesa di un pasto si dispongano in fila ordinatamente. I senzatetto erano per lui gente anonima, «quelli là fuori da qualche parte».

Grazie a quel servizio conosce Helen, un'anziana signora ridotta in povertà, la prima con cui viene a contatto da vicino. «Nessun senza-tetto, visto fuori dall'edificio del mio studio legale, aveva mai disturbato il mio sonno», scrive Dale. «Avevo commesso un errore fatale. L'avevo conosciuto per nome». Questa conoscenza personale lo rende inquieto e sollecito della sua sorte («Dove starà dormendo Helen stanotte?»). Ne conoscerà molti altri per nome negli anni. «Conoscerli ci ha cambiati», ha raccontato a Vatican News, facendo riferimento a sé e alla moglie.

La storia di Dale mi ha ricordato quello che papa Francesco disse nella Messa della Giornata dei poveri il 18 novembre 2019: «Io aiuto qualcuno da cui non potrò ricevere? Io, cristiano, ho almeno un povero per amico?». Una domanda degna di un vero esame di coscienza, che probabilmente ci farà dormire qualche sonno tranquillo in meno se la prendiamo sul serio. «Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me» (Matteo 25,45): sono le ultime parole di Gesù prima del racconto della Passione di Matteo. Parole che sono dunque il cuore di questo Vangelo (vedi lo Zoom, a pag. 29).

L'avvocato Recinella racconta poi un altro episodio commovente, questa volta con una dimensione più comunitaria: un funerale, celebrato in una parrocchia “ordinaria”. Ma la cosa poco “ordinaria” è che nessuno della settantina dei presenti (non ci sono parenti) conosce personalmente il defunto, eccetto il parroco, padre Ruse. Si tratta di un uomo, Ricky, finito nel “braccio della morte”. Il prete lo aveva assistito spiritualmente per quattro anni, fino all'esecuzione capitale. Ma padre Ruse aveva compiuto questa opera di misericordia sostenuta dalla sua comunità parrocchiale, che lo aveva accompagnato in vari modi, ad esempio pregando con lui davanti alla cella del condannato a morte per cinque ore. Ora questa stessa comunità pregava durante la Messa per il defunto, per le sue vittime, per i loro cari. Una vita umana di cui non importava a nessuno è diventata oggetto di attenzione e di “cura” di una comunità cristiana. Una comunità che ha scelto «di vedere quest'uomo non come le sue azioni peggiori, ma piuttosto come lo vede Dio».

Padre Ruse ha commentato nell'omelia: «Questa è la Chiesa al suo meglio». Una comunità diventata segno visibile di un gesto di misericordia per chi si è trovato relegato al fondo della piramide sociale. «Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?...». Le parole di Gesù mi risuonano dentro con un realismo che non immaginavo. Come mi presenterò, come ci presenteremo al suo cospetto quando ritornerà alla fine dei tempi? Allora si rivelerà ciò che resiste al tempo e trapassa nell'eterno: le opere dell'amore. 

 
 
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