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Cipro, la partita del gas naturale

06/02/2015  Usa, Turchia, Russia: tutti interessati ai giacimenti scoperti in mare. Una partita a scacchi di livello mondiale.

Le bandiere greco-cipriota e turco-cipriota lungo il Muro (foto F. Speranza).
Le bandiere greco-cipriota e turco-cipriota lungo il Muro (foto F. Speranza).

Il Muro di Nicosia fa ombra da sempre a interessi geopolitici che lo tengono su, ma mai come nel 2014, a 40 anni dalla divisione, la partita è stata così complessa e aperta ad una svolta: favorevole alla riunificazione o drammatica.  L'elemento nuovo entrato in campo è di quelli prorompenti: le risorse energetiche, difficilmente foriere in genere di pacificazione. Si tratta di un giacimento di gas naturale individuato nelle acque a sud-est, nell'area tra Cipro e Israele. Il gas non è stato ancora liberato, ma la sola individuazione ha provocato un'esplosione di dinamiche geopolitiche. Come se non bastassero le implicazioni internazionali già proprie di tutto il Medio Oriente. Tra Cipro e Israele ci sono solo 400 km di mare, tra Cipro e il Libano 100 km, poco di più tra l'isola e la Siria.

L'area in mare che nasconde gas naturale si trova nelle acque riconosciute dal diritto marittimo internazionale alla Repubblica di Cipro, che ha avviato le ricognizioni. A settembre, per suo conto, hanno cominciato a lavorare sul posto l'Eni e la sudcoreana Kogas, con l'impegno di costruire 4 pozzi in un anno. Qualche mese prima era arrivato in missione riconciliante sull'isola l'inviato Usa Biden, dimostrando un inusuale interesse per la questione cipriota da parte degli Stati Uniti così drammaticamente coinvolti nell'incubo della vicina Siria o nel caos del non lontano Egitto. Alla missione Usa, si era accompagnata, a inizio anno, una Dichiarazione congiunta di Nicosia, termine usato dai greci per la capitale, e Lefkosa, termine turco per la stessa capitale. Le due parti si impegnavano in passi concreti su punti nodali. Ma, dopo l'inizio dei lavori, nell'area interessata si sono materializzate navi turche ufficialmente impegnate in attività esplorative sul carattere sismico del territorio. Molto poco ufficiosamente, le autorità turche e quelle turco-cipriote rivendicano per Lefkosa i proventi delle risorse energetiche, sostenendo che appartengono agli abitanti dell'intera isola, in via di riconciliazione. La partita si è complicata e non sono bastati i solleciti ammonimenti del Consiglio Europeo ad Ankara perché resti fuori di acque territoriali appartenenti ad uno Stato membro Ue.  Il risultato è stato un congelamento del negoziato ai primi di ottobre. Il presidente greco-cipriota Anastasias ha abbandonato il tavolo.


Abbiamo incontrato entrambi i negoziatori: il turco-cipriota, Ergun Olgun, ci spiega che  “Anastasias cercava solo un espediente per sospendere”, ammettendo però che “troppi paesi stanno effettuando esercitazioni militari e altre attività a Cipro”. Sulla proprietà del gas, ci spiega la rivendicazione di Lefkosa affermando che “le due comunità sono separate ma nella stessa casa e non hanno divorziato: le proprietà sono comuni”. Un'opinione condivisa solo dalla Turchia. Il greco-cipriota, Andreas D. Mavroyiannis, ci riceve con la stessa cordialità e gentilezza, ma sottolineando subito: “Io non rappresento nei negoziati il governo ma la comunità greco-cipriota”. La sottolineatura ci colpisce. La teniamo a mente anche quando dichiara: “I negoziati vanno fatti  per il futuro comune, non per interessi di altri”. Un'opinione è condivisa: il gas potrebbe rappresentare una benedizione o una maledizione. Una benedizione, se porta soldi ai ciprioti. Una maledizione, se alza la posta della partita giocata da altri sull'isola. Difficile essere ottimisti.

Dal 2003, il processo negoziale per una riunificazione dell'isola di Cipro, con stop and go, è sostanzialmente sempre proseguito sulla traccia della proposta Onu: una Federazione di due Stati. La bozza di accordo proposta dall'allora segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, nel 2004, al momento dell'ingresso della Repubblica riconosciuta nell'Ue, è stata approvata da referendum dalla parte turco-cipriota ma bocciata proprio dal nuovo Stato greco-cipriota dell'Ue. Da allora è rimpallo di responsabilità e disputa su varie questioni. Il negoziato non ha fatto passi avanti sostanziali. Si è solo complicata la questione delle proprietà abbandonate o confiscate rispettivamente da esponenti delle due comunità sui due territori. Dopo 40 anni non è più pensabile la restituzione dei beni immobili e la differente evoluzione delle due parti complica ogni meccanismo di risarcimento o compensazione, che dir si voglia. C'è il pronunciamento del Consiglio d'Europa sui risarcimenti dovuti a cittadini greco-ciprioti cacciati dal Nord, ma si tratta di cause a livello individuale, come è nel costume dell'organismo a 47 paesi.  Ma ci sono cause a livello collettivo di turco-ciprioti che non trovano istanza a Strasburgo. Non è questione semplicissima ma il problema vero per cui Cipro non trova pace non è nel capitolo proprietà. E' il capitolo sicurezza dell'area quello davvero incriminato. E i ciprioti hanno davvero debole voce al proposito.


Nicosia è l'unica capitale rimasta al mondo divisa in due. Il Muro in alcuni punti è stato costruito apposta in cemento ma non troppo alto; in altri punti coincide con belle mura antiche; in altri ancora è un posticcio filo spinato che lascia intravedere da entrambi le parti le case e gli abitanti. Oltre la capitale, la linea divisoria, con distanziati check point, segna la lunghezza di 180 km di frontiera a tre quarti di isola. Lo fa in in base a un armistizio, che da subito ha servito  logiche di piani geopolitici ben al di fuori dell'isola del Mediterraneo orientale e ben al di sopra delle teste dei cittadini che su tutto il territorio sono poco più di un milione di persone. Circa 800.000 sono i greco-ciprioti. Circa 300.000 sono i turco-ciprioti, cioè meno della comunità turca-cipriota che vive a Londra, che sfiora i 360.000. Questo dato fa pensare ad una artificiosità che si dovrebbe poter facilmente sanare. Ma non è così.

 
 
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