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venerdì 19 agosto 2022
 
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«Alika è Morto perché disabile, nero e mendicante»

31/07/2022  Le reazioni dopo il pestaggio a morte del nigeriano Alika Ogorchukwu a Civitanova Marche. Don Vinicio Albanesi: «È come se la vita umana, la vita degli altri non contasse più nulla». Don Luigi Ciotti: «Il male non è solo di chi lo commette ma anche di chi guarda e lascia fare oppure volge lo sguardo altrove». Lo psichiatra Crepet: «Problema di integrazione evidente»

Mazzi di fiori con la scritta “Stop racism” e foto di uomini di colore sul marciapiede, donne in lacrime, sgomento, indignazione, dolore. A Civitanova Marche è il giorno dell’incredulità e della solidarietà dopo la morte di Alika Ogorchukwu, l'ambulante nigeriano di 39 anni pestato a morte nel centro della città per futili motivi dal 32enne italiano Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, che ora dal carcere chiede scusa.

Alika è morto «perché era disabile, nero, medicante», dice mons. Vinicio Albanesi, fondatore della Comunità di Capodarco di Fermo che negli anni ha accolto disabili, malati mentali, migranti, vittime di tratta. La morte di Alika denota «una grande arroganza», ma anche l'impoverimento dei valori: «è come se la vita umana, la vita degli altri non contasse più nulla. Eppure è un momento in cui potrebbe esserci un certo benessere, una maggiore civiltà». Don Vinicio, come vuole essere chiamato, ricorda anche Emmanuel Chibi Namdi, il 36enne nigeriano morto a Fermo nel 2016 dopo una colluttazione con un ultrà della Fermana che aveva insultato la sua compagna. «Le Marche non sono razziste - osserva -, semmai sono un mondo chiuso, soprattutto nel sud della regione, che si riconosce in una dimensione di piccolo paese, una dimensione familista che è sempre diffidente verso gli estranei, anche non di colore. La gente accetta con difficoltà un prete nero ad esempio». Ma il problema è più generale e strisciante: «Troppo spesso i migranti sono accettati solo perché fanno comodo, per svolgere certi lavori, ad esempio nei campi, nelle pulizie o nel caso di bambini per garantire il mantenimento delle classi scolastiche». E comunque, conclude, dopo il raid di Luca Traini «i migranti africani sono quasi spariti dalle nostre parti».

La diocesi di Fermo invita alla riflessione: «La nostra Chiesa locale e le parrocchie di Civitanova di fronte all’uccisione di Alika scelgono l’atteggiamento del silenzio per lasciarci ferire il cuore e sconvolgere dell’accaduto. Preghiamo per la vittima e siamo vicini a tutti coloro che sono nel dolore e nell’angoscia per quanto successo», si legge in un comunicato, «a partire dell’Eucaristia che celebreremo domenica, nella quale in luogo dell’omelia ci saranno alcuni minuti di silenzio, vogliamo ribadire e rafforzare il nostro impegno per la pace e perché l’aggressività non si sostituisca alla giustizia e non metta più in pericolo altre vite», prosegue il testo: «Nessuna forma di violenza può avere cittadinanza nella vita secondo lo stile del Regno di Dio. Preghiamo anche per l’aggressore e i suoi familiari».

Un'immagine del brutale pestaggio che è costato la vita ad Alika Ogorchukwu (Ansa)

Don Ciotti: «Interroghiamoci sull'indifferenza della nostra società»

  

«Il male non è solo di chi lo commette ma anche di chi guarda e lascia fare oppure volge lo sguardo altrove. Il male si nutre da sempre di un combinato di crudeltà e malvagità, d'indifferenza e viltà: le prime due riguardano gli autori del male, le seconde gli spettatori. Questo ci dice l'omicidio di Alika, il venditore ambulante nigeriano ucciso ieri a Civitanova Marche per strada, senza che nessuno intervenisse a fermare il brutale pestaggio», afferma don Luigi Ciotti, presidente di Libera e Gruppo Abele. «È certo importante che l'autore dell'omicidio venga punito nei termini di legge, ma è altrettanto importante interrogarsi sul grado d'indifferenza a cui può giungere una società individualista, dove le relazioni sono dettate solo dall'interesse e dove l'altro è riconosciuto solo in quanto complice o nemico», prosegue. «Ma una società senza empatia, incapace di ascoltare il grido di chi si sente in pericolo di vita o sente la sua vita andare alla deriva - l'indifferenza verso Alika è gemella dell'omissione di soccorso che ha ucciso migliaia d'immigrati africani in questi anni nel Mar Mediterraneo - non è più una società ma un assembramento di coscienze anestetizzate e di cuori inariditi. Una fucina di violenze, soprusi, razzismi, guerre», aggiunge don Ciotti. «Si parla tanto di 'ripartenzà e di ripresa economica. Ben venga la crescita del prodotto interno lordo, ma non ci sarà mai un vero cambiamento e un vero progresso finchè non diventeremo persone capaci di sentire l'indifferenza come un reato di coscienza più grave degli stessi reati inclusi nel codice penale, finchè non sentiremo le ferite e i bisogni dell'altro come se fossero nostri. L'egoismo uccide l'umanità, l'indifferenza è complice dell'omicidio», conclude.

Secondo lo psichiatra Paolo Crepet «occorre lavorare sulla prevenzione» e «segnalare gli episodi di violenza di cui si viene a conoscenza. I social ci stanno mostrando che le persone sono pavide e vigliacche - dice a proposito della reazione di chi ha assistito alla tragedia, magari registrandola sui telefonini, mas senza fare nulla - preferiscono immortalare una persona agonizzante piuttosto che intervenire. Comunque è una reazione che mi sorprende molto, capisco che alcuni possono aver avuto paura ad intervenire, ma questo segnala che siamo diventati indifferenti: non è solo chi filma e riprende, la maggior parte delle persone è indifferente a quello che succede». Invece «la violenza non nasce da un'ora all'altra e va sempre segnalata». E secondo Crepet «c'è un evidente problema di integrazione, che deriva da una cultura antica che affonda le proprie radici nel secolo scorso, nelle leggi razziali e nelle colonie. C'è una diffidenza atavica verso il diverso: in Italia si muore perchè si è neri, perchè si è omosessuali, perché si è donne, si muore perché si è bambini. Si tratta di una cultura autoritaria dove è assente l'educazione al rispetto».

Alika Ogorchukwuch era conosciuto come un uomo tranquillo che aveva appena ottenuto il rinnovo del permesso di soggiorno, claudicante per aver subito un investimento. «Ora voglio solo giustizia per mio marito» ha detto piangendo la moglie Charity Oriachi, rimasta sola con il loro bambino di otto anni, durante la protesta della comunità nigeriana raccoltasi sul luogo dell'omicidio.

Lunedì Ferlazzo comparirà davanti al gip. Contro di lui le tante immagine che riprendono il pestaggio e il racconto di due turiste: “Il cittadino nigeriano chiedeva l'elemosina poi si è allontanato, lui lo ha inseguito, picchiato col bastone e poi a mani nude”.

Sabato sera il concerto inaugurale del Festival Pergolesi Spontini si è aperto al Teatro Pergolesi di Jesi con una dedica ad Alika, ricordato dal direttore artistico Cristian Carrara prima dell'inizio dell'esibizione dell'Orchestra di Piazza Vittorio. «Con questo viaggio nelle culture del mondo vogliamo noi tutti rivolgere un pensiero a lui e alla sua famiglia».

Un altro caso che suscitò numerose reazioni, anche politiche, è quello di Luca Traini, che il 3 febbraio 2018 ferì sei persone di colore nelle strade di Macerata, condannato a 12 anni di carcere per strage e porto abusivo d'arma con l’aggravante dell’odo razziale. Quel giorno, intenzionato a vendicare la 18enne Pamela Mastropietro, uccisa e fatta a pezzi da un pusher nigeriano, Traini si mise in macchina, sparando con la sua Glock a tutte le persone di colore che incontrò. «Sparare a caso contro chi ha la pelle nera è razzismo» ha sentenziato nel 2021 la Cassazione, confermando la condanna per il giovane di «ideologie nazifasciste». Il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli invece intende far costituire l'ente parte civile nel processo per la morte di Alika «per difendere l'identità, i valori e l'immagine dei marchigiani e delle Marche. Siamo da sempre una comunità solidale, inclusiva e vogliamo rimanere tale, con l'impegno di tutti».

 
 
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